Fabrizio Bracconeri: "Mio figlio autistico è l'unico pensiero, porto la disabilità in tv. Io a Forum? Se è freddo come oggi, non mi interessa"
In questa intervista a Libero Magazine, Fabrizio Bracconeri racconta i dettagli sul suo nuovo programma Lo Spazio dei Talenti, in onda questa estate su Rai 2

Lo ricordiamo tutti tra i banchi di scuola ne I Ragazzi della 3ª C ma anche nel tribunale più famoso d’Italia Forum, che gli ha permesso di lavorare per anni al fianco di Rita Dalla Chiesa. Fabrizio Bracconeri è oggi protagonista di una narrazione diversa, molto più profonda e coraggiosa. Con il nuovo programma Lo Spazio dei Talenti – in onda su Rai 2 il sabato alle 17:05 e la domenica alle 15:40 – Bracconeri ha scelto di dare voce a chi resta troppo spesso nell’ombra, portando le telecamere tra le pieghe della disabilità.
Intervista a Fabrizio Bracconeri, conduttore del nuovo programma Rai Lo Spazio dei Talenti
Libero Magazine lo ha incontrato per capire cosa spinge un volto amato dalla tv italiana a intraprendere questo viaggio umano e professionale così delicato. Fabrizio Bracconeri non ha inoltre perso occasione di raccontare i retroscena sulle tappe più decisive della sua carriera, come quella che l’ha visto anni fa protagonista del fortunato e storico programma Forum.
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Entra nel canale WhatsAppViaggiando per l’Italia per Lo Spazio dei Talenti, hai incontrato storie di grande forza. C’è un incontro o una persona in particolare che ti ha cambiato profondamente?
Mi sono rimasti tutti nel cuore, perché sfortunatamente vivo questa esperienza tutti i giorni con mio figlio. Siamo partiti, abbiamo conosciuto tante situazioni e abbiamo incontrato in tutta Italia persone incredibili con una voglia di fare e di essere presenti nel mondo che si riscontra in pochi.
Quanto della tua esperienza personale hai riversato nella conduzione e nel modo in cui ti approcci ai protagonisti delle puntate?
Questa mia esperienza mi ha permesso di essere cosciente e di capire subito il problema che vivono le famiglie con persone diversamente abili. Affrontando la situazione in prima persona, sono facilitato nel rapporto. Se una persona non avesse questa "sfortuna", difficilmente potrebbe confrontarsi con queste realtà. Non si riesce ad entrare nell’intimo di una persona se non si conosce appieno quella situazione. A volte le famiglie si vergognano di parlare di quello che vivono e di quello che provano; credono che sia una situazione che possa fare loro avere dei rapporti compromessi anche con i propri parenti. Quando c’è una persona con una grande disabilità in casa, i legami con gli altri diventano spesso difficili.
Credi che ci sia bisogno di un maggiore sostegno da parte delle istituzioni?
Per fortuna abbiamo un ottimo ministro della disabilità, che sta già facendo tanto sulla questione dei care giver. Mia moglie si dedica a mio figlio 24h su 24, non può lavorare e bisogna riconoscere il fatto che ci siano queste persone che si occupano totalmente dei disabili. Questo lavoro non potrebbe farlo nessuno, nemmeno la persona più pagata al mondo, se non una madre o un padre. Il nostro ministro sta quindi facendo grandi cose e spero che possa essere introdotto al più presto il Dopo di Noi. Non riguarderebbe tutti i disabili, ma solo coloro che possono acquisire una certa autonomia.
Bisogna capire che la disabilità non è tutta uguale: c’è quella legata alla mancata motricità e quella intellettiva, che è ancora più complicata da trattare. Per quest’ultima non potrà esserci un Dopo di noi, perché il disabile deve essere affidato necessariamente a tre o quattro persone che possano stare con lui 24h su 24. Mio figlio ha 25 anni e non ha autonomia: non mangia da solo, non parla. Quando non ci saremo né io né la madre, a chi sarà affidato questo ragazzo? Bisogna quindi fare qualcosa per chi non potrà usufruire del Dopo di Noi. Io spero che possa esserci un ambiente adatto a queste disabilità. In famiglia è questo il nostro unico pensiero.
Cosa significa per te portare queste storie in tv?
Siamo riusciti ad andare in tv grazie a Bella Mà e a Pierluigi Diaco, che ha voluto fare una rubrica sulla disabilità. Ho provato mille volte a portare questa tematica in televisione: si prova ma spesso, quando si spegne la lucetta della telecamera, il problema resta in chi ce l’ha e gli altri continuano a vivere la loro vita. Quello che abbiamo fatto con Diaco è riuscire a tenere questa luce accesa per 45 minuti. Spero quindi che Lo spazio dei talenti abbia ancora più seguito, perché più se ne parla più si ha consapevolezza di quello che si può fare per questi ragazzi. Se non si conosce il problema, non lo si può affrontare.
Noi che lo viviamo ogni giorno, crediamo di aver ricevuto in realtà un dono e che ce l’abbiano dato proprio perché siamo in grado di sopportarlo. Le famiglie che hanno persone con disabilità hanno un orgoglio e una forza pazzeschi: più le vedo e più capisco che sono situazioni molto faticose per loro.
Cosa ti auguri che resti nel tessuto sociale della comunità, una volta che le telecamere de Lo Spazio dei Talenti si saranno spente?
La consapevolezza sul fatto che c’è spazio per qualsiasi talento. Anche nella forma più grande della disabilità, dobbiamo trovare il talento che quella persona riesce a trasmettere al padre o alla madre. Quella è una forza che nasce solo quando si ha un rapporto empatico con l’altro; è un talento che loro hanno e che tirano fuori anche le persone che collaborano con loro.
Sei stato uno dei volti più iconici della televisione italiana con I Ragazzi della 3ª C. Guardando indietro a quel successo travolgente, cosa ricordi di quel periodo?
Con quella serie siamo entrati nelle case di tutti e abbiamo fatto degli ascolti pazzeschi, cosa che oggi sarebbe davvero improponibile. Mi ha dato una grande popolarità e anche la possibilità di poter scegliere altri progetti.
Quanto è cambiata la tv nel corso degli anni?
Oggi c’è un’altra televisione. Ad esempio, Forum era prima un piccolo varietà oltre che un programma che parlava di legalità; oggi non è più così. Si fanno programmi politici, il varietà non c’è più, ci sono quiz o trasmissioni di cucina. Non c’è la tv di Sandra e Raimondo, Corrado, Pippo Baudo. I giovani non la guardano più e si concentrano solo su quei maledetti telefonini o su piattaforme streaming. Io dico che senza cellulari si viveva molto meglio.
Una tv che è lo specchio della società.
Assolutamente.
A Forum eri invece una presenza fissa, quasi rassicurante, che portava leggerezza e buon senso. Quanto ti porti dietro di quel Forum?
Quel programma mi ha insegnato molto, anche perché avevo un rapporto con il pubblico. Bisognava saper cogliere i sentimenti e quello che volevano dire gli spettatori nel momento in cui erano intervistati su una causa. Magari vivevano anche loro quel sentimento e quella forma di giustizia che si stava raccontando in studio. Forum mi ha insegnato a non trattare male nessuno; ancora oggi mi fermo con tutti coloro che mi incontrano per strada e che mi chiedono foto o autografi. Scherzo e rido con tutti quanti, perché credo che noi siamo qui grazie a loro. L’ho imparato e spero di averlo insegnato anche ai miei figli: tutti dobbiamo dare sempre qualcosa perché nessuno dà niente se tu non dai.
Con Rita Dalla Chiesa c’era un’intesa particolare. Ti manca lavorare con lei nello studio di Forum?
Se io fossi stato in mare, Rita sarebbe stata il mio faro, ma sapeva anche essere la mia nave. Lei diceva anche a me di essere il faro nella sua vita, se aveva bisogno di qualsiasi cosa; è una persona che io adoro ed è tra le persone più sensibili e più incredibili che io abbia mia conosciuto.
Se ti venisse proposto di tornare in un contesto come Forum, accetteresti? O pensi che quell’epoca, per la tua crescita personale e professionale, sia ormai un capitolo chiuso e non più compatibile con la tua visione della vita?
Accetterei solamente se fosse un contesto come quello in cui ho lavorato anni fa, con il pubblico presente e che partecipa alle cause. Vorrei che si possa fare un po’ di varietà e intrattenimento. Se è freddo come oggi, non mi interessa. Una volta successe una cosa clamorosa: era saltata una causa mentre stavamo lavorando e pensammo di proporre nel frattempo al pubblico una ricetta di cucina. "Prendete due scatolette di tonno e apritele", dissi io.
Arrivarono poi i segnali da parte degli autori che ci avvisavano che la causa poteva ripartire, e io avvisai il pubblico lasciando così in sospeso la ricetta. Iniziammo con la prima, e poi con la seconda causa. Da casa ci scrissero, almeno in una decina: "Ho aperto le scatolette di tonno ma ora cosa faccio?". Lì abbiamo capito che avremmo dovuto fare qualcosa del genere: mandavamo in onda una causa e poi la ricetta del giorno, tanto che da quell’idea è anche nato un libro. Quel programma non si basava quindi solo sul giudizio legale, ma anche su un modo simpatico e informale di entrare nelle case degli italiani.
Dopo aver toccato con mano realtà così diverse in giro per l’Italia, c’è un tema sociale o una "battaglia" che senti di dover ancora raccontare?
Oggi (9 luglio n.d.r.) è la nostra ultima registrazione de Lo Spazio dei Talenti. Siamo in Abruzzo e stiamo raccontando la storia di un ragazzo. Dopodiché vado in vacanza, perché abbiamo vissuto 45 giorni senza riposo con viaggi da Nord a Sud. Questo riposo durerà fino a fine agosto, quando riprenderò con la rubrica Tutti siamo Abili nel programma Bella Mà di Pierluigi Diaco. Parleremo ancora di disabilità, sperando che a maggio ricominceremo con altre puntate de Lo Spazio dei Talenti, perché secondo me una cosa del genere serve come il pane.