Chi è Enrico Melozzi, direttore d’orchestra a Sanremo 2026: il link con Vessicchio, i figli 'rifiutati' e il dramma sfiorato

Tra i maestri più presenti al Festival 2026, Melozzi racconta il sogno nato con Vessicchio, l’incidente choc e la scelta di non avere figli.

Virginia Destefano

Virginia Destefano

Social Media Manager & Copywriter

Una passione smisurata per le serie TV. Laurea in Cinema, Televisione e New Media, videomaking e scrittura sono il mio passatempo preferito.

Tra i direttori d’orchestra più presenti al Festival di Sanremo 2026 c’è senza dubbio Enrico Melozzi. Musicista e compositore, negli anni è diventato uno dei volti più riconoscibili sotto il palco dell’Ariston, capace di fondere classica, rock ed elettronica in un’unica anima sonora. Ma chi è davvero il maestro? Dall’ammirazione per Peppe Vessicchio all’incidente che ha rischiato di costargli la vita, fino alla scelta controcorrente di non avere figli: la sua storia è fatta di talento, inquietudine e rinascita.

Enrico Melozzi, il direttore d’orchestra protagonista a Sanremo 2026

Classe 1977, abruzzese, Enrico Melozzi è molto più di un semplice direttore d’orchestra. Polistrumentista, arrangiatore e compositore, si è fatto conoscere al grande pubblico proprio grazie al palco del Festival di Sanremo, dove negli anni ha diretto alcuni degli artisti più amati della scena italiana. Il suo sogno nasce da lontano e ha un nome preciso: Peppe Vessicchio. È stato osservando il maestro dirigere Elio e le Storie Tese che Melozzi ha capito quale fosse la sua strada. In diverse interviste ha raccontato di essersi "appassionato al maestro Vessicchio" e di aver desiderato un’orchestra capace di unire violini, arpa e corno francese con chitarre elettriche e sintetizzatori.

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Un’idea musicale che negli anni è diventata la sua cifra stilistica: mescolare mondi apparentemente lontani per creare qualcosa di personale e riconoscibile.

L’incidente drammatico e la lunga riabilitazione

Nella vita di Melozzi non ci sono solo successi. Il maestro ha attraversato un periodo buio in seguito a un grave incidente stradale. Investito da una moto, si è risvegliato ferito e disorientato, convinto inizialmente di essere stato rapito. "Ricordo il suono del clacson, ero tutto rotto, sangue ovunque", ha raccontato. Da lì è iniziato un lungo calvario: cinque interventi chirurgici in un anno e quasi due anni di degenza complessiva. Prima immobile a letto, poi in sedia a rotelle, ha vissuto una fase di profonda solitudine. Un’esperienza che lo ha segnato nel corpo e nell’anima, ma che gli ha anche restituito una nuova consapevolezza: la musica come ancora di salvezza.

"È un miracolo che io sia vivo", ha ammesso, ripensando anche alla sua giovinezza turbolenta, fatta di gesti impulsivi e leggerezze pericolose. Oggi guarda a quel periodo come a una fase superata, ma decisiva per la sua crescita.

La scelta di non avere figli e l’inquietudine sentimentale

Se sul lavoro appare deciso e carismatico, sul piano personale Melozzi si definisce inquieto. Ha dichiarato di essere single e di non aver costruito una famiglia per una scelta precisa. "Ho deciso di non avere figli", ha spiegato, aggiungendo di temere che diventare padre lo porterebbe a dedicarsi totalmente ai figli, mettendo in secondo piano la musica.

C’è anche una motivazione più intima: l’idea che non diventare genitore gli permetta di conservare una parte adolescenziale, una spinta creativa libera da responsabilità definitive. "Quando sono solo mi manca qualcuno, quando sono con qualcuno mi manca la solitudine", ha confessato, sintetizzando una tensione continua tra bisogno d’amore e desiderio di indipendenza.


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