Emanuela Rossi racconta Eva, film al cinema che sfida i giudizi e lancia un appello urgente: "Sulla salute mentale bisogna fare attenzione"

Tra traumi profondi, natura mistica e il peso del passato: la regista svela la genesi della sua opera e il lavoro con Carol Duarte ed Edoardo Pesce .

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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In occasione dell’uscita nelle sale di Eva, abbiamo incontrato la regista Emanuela Rossi per approfondire le tematiche di un’opera che si muove tra il dramma psicologico e suggestioni quasi distopiche. Attraverso una narrazione che richiama fortemente la sensibilità visiva e l’attenzione per la natura, il film – che abbiamo visto in anteprima – porta lo spettatore dentro quelli che sono i più profondi confini della mente umana e il peso del dolore. In questa intervista, la regista ci svela il processo creativo dietro la costruzione di un personaggio a dir poco complesso e la scelta di un linguaggio cinematografico che sfida le convenzioni del realismo tradizionale. Dall’intervista ne è nato un bellissimo confronto.

Eva al cinema, intervista alla regista Emanuela Rossi

Eva è un personaggio che compie azioni estreme, ma che tu hai scelto di raccontare dall’interno con empatia. Quanto è stato complesso trovare un equilibrio tra comprensione e giudizio?

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Ti ringrazio per la domanda, che è assolutamente centrata. Questo equilibrio è stato il tema portante di tutto il lavoro di sceneggiatura, durato a lungo, poiché inizialmente il giudizio rischiava di prevalere. Ho capito subito, invece, che doveva essere messo da parte. Trascorrere mesi "dentro la sua testa" per scrivere è stato intenso, ma alla fine la capivo; non è stata una forzatura. La storia è arrivata naturalmente in piena pandemia, in un periodo pesante in cui sentivo un pericolo costante. Più passa il tempo, più sono convinta di aver fatto questa scelta, poiché ho chiarito a me stessa le motivazioni profonde del film. Inizialmente ho quasi subito la storia, poi mi è stato sempre più chiaro che fosse giusto realizzarla.

L’hai subita un po’ per via del tema o per l’ambiguità del racconto?

Emanuela: Beh, sì, mi chiedevo spesso se il contenuto non fosse troppo forte.

Andrea: Quello che posso dirti è che l’impatto è stato notevole. Ritengo che sia un film davvero impegnato e impegnativo.

Emanuela: Dimmi, a te è piaciuto?

Andrea: Sì, mi è piaciuto, ma mi ha lasciato addosso una sensazione particolare. Mi sono ritrovato a empatizzare moltissimo con la protagonista, sentendo il suo dolore e il suo disagio più delle azioni che compie. Ho apprezzato le inquadrature, i primi piani pazzeschi e la fotografia, così come le ambientazioni. C’è questa strana sensazione di essere dentro una bolla, un senso di sospensione temporale che arriva con forza allo spettatore.

Emanuela: È molto interessante quello che dici. Nessuno me lo aveva ancora fatto notare, ma effettivamente anche nel mio precedente film, Buio, i personaggi vivevano in una bolla.

Andrea: Onestamente mi aspettavo un film diverso, poiché online viene spesso categorizzato come thriller. Io però non l’ho vissuto così, l’ho trovato molto più profondo dal punto di vista psicologico, senza tratti macabri.

Emanuela: Infatti, chi lo ha definito unicamente così sbaglia.

Andrea: Per me non è un thriller nel senso stretto del termine, ma piuttosto uno spaccato di vita in un limbo psicologico molto complesso e difficile. Tocca temi delicati legati alla salute mentale.

Emanuela: Sulla salute mentale bisogna fare attenzione: cosa rende Eva così? È l’ambiente circostante, è quello che ha subito. Sarebbe troppo facile liquidarla come la storia di una "matta", e io non ci sto, perché sarebbe come espellere il problema. Lei ha subito uno dei più grandi traumi, un evento che farebbe perdere l’equilibrio a chiunque.

Andrea: È proprio il motivo per cui ho empatizzato con lei: mi è arrivata tutta la sua fragilità, come un treno. Mi ha fatto riflettere su quanto sia sottile la linea del nostro equilibrio.

Parlando di genere, come definiresti quindi questo film?

È un mix di elementi diversi, con uno stile internazionale. Mi sono lasciata ispirare da The Others, che ho visto moltissime volte. C’è anche della fantascienza, in quanto siamo in un mondo distopico.

Eva si muove tra una dimensione mistica e una realtà brutale; come avete lavorato su questa ambiguità?

Ti riferisci al lavoro con Carol Duarte? È stato molto interessante. Poiché non poteva venire prima delle riprese, sono andata io in Brasile per incontrarla. Lavorare a San Paolo è stato particolare, quasi mistico. Abbiamo dialogato molto per comprendere questo personaggio complesso. Inizialmente lei era un po’ sconcertata, ma poi siamo entrate in sintonia. Essendo brasiliana, Carol ha una grande capacità di entrare in contatto con la natura.

Carol porta sullo schermo un personaggio complesso. Cosa hai visto in lei che la rendeva "Eva"?

C’è qualcosa di molto naturale nel suo aspetto. Ho capito di aver fatto la scelta giusta quando l’ho vista nel campo di girasoli: sembrava lei stessa un fiore, con un’aura molto pulita in un mondo artefatto.

In quali anni è ambientato il film? Alcuni dettagli, come la giacchetta colorata o gli occhiali Carrera, richiamano gli anni Ottanta e Novanta.

È stata una scelta precisa. Volevo portare lo spettatore in una "bolla" fuori dal tempo, pur mostrando palesemente che siamo nei giorni nostri, creando un contrasto surreale. Per i vestiti luccicanti volevo richiamare un’idea di cristallinità. Mettere jeans e maglietta avrebbe normalizzato tutto, e io volevo evitarlo. Lo stesso vale per il casale di campagna, la rete da pesca o l’acquario del bambino: sono elementi insoliti per quel contesto. Non volevo che queste sensazioni derivassero solo dalla fotografia o da aspetti tecnici tipici del sogno, ma da una strada diversa.

È un film che va visto con estrema attenzione, poiché i numerosi flashback e i salti temporali non facilitano la visione. Solo alla fine si iniziano a unire i puntini. La protagonista sembra vivere in uno stato di missione permanente: è una fuga dalla realtà o un tentativo di darle un senso?

Lei vuole dare un senso, ma c’è di più. Una frase che mi ha guidato è: "riparare il passato". Lei agiva con noncuranza in passato, e ora sente di dover rimediare. Nella sua testa, le sue scelte attuali sono necessarie per questa espiazione, e la scena finale chiarisce molte cose.

Nel film si percepisce un mondo in crisi che produce solitudine e fratture profonde. Quanto Eva parla del nostro presente?

La solitudine di Eva è straziante e molto contemporanea. Viviamo sui social e spesso teniamo il dolore per noi, specialmente se legato alla salute. È una solitudine in cui è facile identificarsi.

Credi che oggi siamo più esposti a questo tipo di fratture umane?

Vorrei citare Marcuse, che nel 1960 diceva che saremmo stati sottoposti a uno stato di terrore permanente per essere tenuti "buoni". Di fronte a questo si è inermi. Il film parla di questo. Mentre ero chiusa nella mia stanza durante il Covid, riflettevo su queste cose ed è nata questa storia. È difficilissimo raccontare il nostro tempo. In Italia siamo molto legati al realismo e al neorealismo, dove gli attori interpretano quasi se stessi. Secondo me il tempo attuale non lo permette più. Per raccontarlo bisogna tendere al distopico. Un tempo la realtà e la fantascienza erano nettamente separate, oggi sono mescolate. Basta vedere quanto l’intelligenza artificiale sia penetrata velocemente; tra cinque anni vivremo in un altro mondo.

Vi siete avvalsi di specialisti o medici per affrontare il tema del post-trauma?

No, è stato un lavoro d’istinto. Successivamente ho fatto leggere la sceneggiatura a un importante psicoanalista che ne ha confermato la correttezza, ma la mia visione era già formata. Mi ha influenzato molto il fatto di essermi trasferita vicino all’ospedale Bambino Gesù: vedere così tanti bambini malati e genitori tristi mi ha portata a empatizzare profondamente con il loro dolore.

La natura nel film è sia un rifugio che uno specchio interiore. Che ruolo ha avuto nella costruzione della storia?

Emanuela: Un ruolo importantissimo. C’è il bosco, con il suo rapporto mistico. È stato bello cercarne la location.

Andrea: La capanna nel bosco mi ha ricordato Stranger Things, con quei toni bluastri che richiamano il "Sottosopra".

Emanuela: Esatto. Oltre al bosco c’è lo specchio d’acqua, che nell’immaginario comune rappresenta la pulizia, e il casale in campagna. Trovare il casale è stato impegnativo perché la sceneggiatura richiedeva elementi precisi, come il campo di girasoli. Alla fine abbiamo trovato un posto bellissimo ma privo di girasoli, così li abbiamo piantati noi; il contadino mi mandava le foto della crescita. Per le api, invece, non ho voluto effetti speciali, sia per i costi che per scelta artistica: abbiamo lavorato con api vere e noi indossavamo le maschere.

Andrea: Lo specchio d’acqua del lago sembra quasi una linea che divide due mondi: la parte emersa e quella immersa.

Emanuela: È uno spunto bellissimo. Mi fa pensare alla superficie come realtà e a ciò che sta sotto come l’inconscio.

Andrea: Il fatto che l’acqua sia ferma, a differenza del mare, dà l’idea di un ricordo imprigionato.

Emanuela: Mi piace molto questa idea, è come immergersi in un sogno.

Andrea: Quando Eva entra nel lago e cerca risposte, la scena mette i brividi.

Emanuela: Quella scena ha richiesto uno sforzo disumano e Carol è stata magistrale. Entrare nel personaggio non era facile: io stessa ci sono rimasta dentro un anno intero per elaborare queste immagini.

Quanto deve spiegare il cinema e quanto deve lasciare all’ambiguità e all’interpretazione dello spettatore?

Emanuela: Se tornassi indietro, forse accompagnerei lo spettatore un po’ di più, ma è difficile non cadere nello "spiegone" didascalico.

Andrea: Il rischio è di diventare prevedibili. Raccontare il mondo interiore delle persone in modo netto non sarebbe stato delicato come il tuo approccio.

Emanuela: Tramite la bioenergetica ho imparato a vedere i sintomi dello stress e dell’ansia come flussi energetici da scaricare. È un processo che fa anche Eva nel film, che attinge molto a questi concetti. Anche molti manager della Silicon Valley oggi si focalizzano sulla natura per sentire la "malattia" che li circonda. Il film nasce da questo insieme di esperienze.

Cosa rappresentano per te le api?

Per me è una questione personale: ho una venerazione per le api perché producono il miele, che mangio in abbondanza. Rappresentano la bontà: Eva, nel casale, crea un mondo fatto di cose buone. Inoltre, sono "sentinelle": come dice il personaggio di Pesce, se ci sono api non c’è inquinamento.

Il montaggio alterna molti flashback con un ritmo da "montagna russa". Come avete lavorato su questo aspetto e sulla fotografia?

Non è stata una passeggiata. Noi registi italiani fatichiamo con questo stile, che è più anglosassone. La struttura era già in sceneggiatura: avendo lavorato alla serie Non uccidere, mi ero già avvicinata al noir e al thriller. Ho studiato la cultura anglosassone per costruire un racconto basato sullo stato mentale della protagonista più che sui fatti. Con il montatore Davide c’è stato un grande scambio per trovare la quadra tra il suo stile giovane e la mia visione. Con il direttore della fotografia Luca, invece, abbiamo lavorato per spostare l’attenzione dalla storia e far sentire la connessione con la natura.

Com’è stata la dinamica con Edoardo Pesce?

Abbiamo lavorato tanto e lui è stato bravissimo. Rappresenta un cardine fondamentale: è la figura solida che cerca di proteggere il figlio da ogni "veleno". Anche lui, a modo suo, cerca di espiare le colpe e riparare il passato.

Se lo spettatore uscisse dalla sala con una sola domanda, quale vorresti che fosse?

Più che una domanda, vorrei che uscisse con la consapevolezza di quanto sia importante accettare e comprendere gli altri, senza giudicare il dolore altrui.

Il film Eva di Emanuela Rossi è realizzato con il supporto di Greenpeace Italia, ISDE italia ass. medici per l’ambiente, Legambiente e Contiamoci Lombardia (ass liberta’ di cura).


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