Niente da fare, vince Netflix la causa: Elio Germano (e non solo) sconfitto. Cosa è successo davvero

Fermato dal massimo organo della giustizia amministrativa italiana il collettivo "Artisti 7607" sulla questione dei compensi

Roberto Ciucci

Roberto Ciucci

Giornalista

Appassionato di sport, avido consumatore di manga e film, cultore di tutto ciò che è stato girato da Quentin Tarantino e musicista nel tempo libero.

Doccia gelata dal Consiglio di Stato per migliaia di attori e doppiatori italiani: Elio Germano e il collettivo "Artisti 7607" è stato battuto, almeno per ora, da Netflix nel braccio di ferro sulla questione dei compensi. Il colosso dello streaming non avrà quindi l’obbligo di trasparenza su su ascolti, incassi e abbonati legati alle opere interpretate dai suoi attori.

Elio Germano battuto da Netflix al Consiglio di Stato

La battaglia, iniziata anni fa, ha visto schierarsi circa 3.000 tra attori, artisti e doppiatori in un collettivo, "Artisti 7607", tra i cui fondatori c’è anche Elio Germano, tra i più vocali per quanto riguarda la questione. La volontà del gruppo era chiara sin da subito: far valere il diritto degli interpreti a una remunerazione proporzionata al reale sfruttamento commerciale delle loro opere, anche quando queste continuano a circolare per anni su una piattaforma streaming.

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Il punto è che si stava lottando per una questione chiara ma complessa allo stesso tempo: come si calcola un compenso equo se non si conoscono i numeri reali di chi guarda un film o una serie? Una domanda che "Artisti 7607" aveva posto a Netflix già nel 2021, coinvolgendo anche l’Agcom per chiedere l’intervento dell’Autorità. Senza cifre oggettive, qualunque calcolo dei compensi dovuti per legge resta privo di basi solide. Una battaglia che Germano aveva reso pubblica in diverse ospitate al programma Propaganda Live, raccontando la fatica di ottenere trasparenza dalle grandi piattaforme su quanto effettivamente incassano dalle opere distribuite e su quante volte queste vengono trasmesse.

Un lunghissimo iter giudiziario

Secondo l’attore, la mancanza di chiarezza da parte dei vari servizi di streaming, tra cui principalmente Netflix, finisce per penalizzare chi lavora nel settore, costretto ad accettare compensi spesso non commisurati al successo reale dei propri lavori. La N dello streaming ha, dal canto suo, sempre affermato di muoversi nei confini della legalità e della normativa italiana ed europea in materia di trasparenza retributiva.

L’intera vicenda, però, ha seguito il normale iter senza che l’affermazione dell’Agcom venisse mai ribaltata. Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Tar del Lazio, e infine Consiglio di Stato: tutti hanno concordato che Netflix non è tenuto a seguire obblighi informativi maggiori di quelli già in vigore. La sentenza definitiva, per altro, chiede al collettivo stesso maggiore trasparenza interna, prima ancora di poter accampare richieste a sua volta di trasparenza a Nerflix. Viene quindi chiesto quanti artisti rappresenta realmente, e con quali criteri vengono calcolate e distribuite le tariffe tra i propri iscritti. La battaglia tra Netflix e "Artisti 7607", di fatto, si chiude qui, ma la questione sui compensi e sulla trasparenza dei servizi streaming, rimane comunque aperta. Una questione che negli ultimi tempi ha coinvolto non solo gli attori ma anche altre categorie del settore, sempre più determinate a chiedere conto a chi controlla distribuzione e incassi delle opere a cui contribuiscono.


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