Edoardo Pesce al cinema con Eva: "C’è una sofferenza enorme dietro ogni azione. Preferisco rischiare, è così che si cresce.” Intervista

Dalle ombre di Dogman alla luce ambigua di Eva, l'intervista esclusiva che racconta il coraggio di rischiare fuori dai binari dei colossi dello streaming

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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Edoardo Pesce si confessa: "In Eva c’è una sofferenza enorme dietro ogni azione. Preferisco rischiare, è così che si cresce”
IPA

Attore tra i più amati e versatili del panorama italiano contemporaneo, Edoardo Pesce torna sul grande schermo con Eva, l’opera seconda di Emanuela Rossi. Dopo aver prestato il volto a personaggi indimenticabili — dalla brutale umanità del Simoncino in Dogman (che gli è valso un David di Donatello) alla romanità iconica di Romanzo Criminale – La serie — Pesce si misura qui con una narrazione sospesa e distopica. Nel film, l’attore interpreta Giacomo, un padre che diventa il punto di contatto con la realtà in un universo dominato dal mistero e dall’inquietudine. Con la sua solita recitazione "di pancia" e naturalistica, Pesce riesce a dare solidità a un racconto che si muove tra il thriller psicologico e l’allegoria, confermandosi un interprete capace di abitare con la stessa efficacia sia il cinema d’autore più radicale che le grandi produzioni mainstream.

Edoardo Pesce protagonista del film Eva, l’intervista

In Eva interpreti Giacomo, un padre che cerca disperatamente di proteggere suo figlio in un mondo instabile. Che tipo di uomo è per te?

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È un uomo fondamentalmente buono, che pensava di fare il meglio per la propria famiglia, pur commettendo degli errori, come spesso accade. Per garantire una situazione economica stabile, ha accettato dei compromessi lavorando in una fabbrica che, a sua insaputa o forse sottovalutando il rischio, ha esposto il figlio all’inquinamento e alla malattia. È una figura protettiva verso la moglie e il bambino. Nella prima parte del film, Giacomo rappresenta anche una proiezione di Eva: incarna il desiderio della donna di vivere in armonia con la natura, tra le api e la terra.

La regista, Emanuela Rossi, ha definito Giacomo come una figura solida, quasi un argine. Eppure nel film si percepisce una forte fragilità sotterranea. Quanto hai lavorato su questa doppia natura?

È una caratteristica che cerco di infondere in quasi tutti i miei personaggi, anche in quelli più negativi o apparentemente forti: provo sempre a far trasparire una vulnerabilità. In questo film, Giacomo ha la funzione specifica di "riportare a terra" la narrazione, che inizialmente è molto onirica. Emanuela ha scelto questo personaggio proprio per la sua connessione con l’elemento terra, in contrapposizione all’aria o all’acqua che sembrano dominare le fasi precedenti.

Tutto nel film sembra legato al tema dell’espiazione e alla necessità di riparare il passato. Quanto è stato importante costruire una storia pregressa per i personaggi, anche se non viene esplicitata nella pellicola?

È stato un lavoro estremamente interessante e utile. Abbiamo fatto delle prove a casa di Emanuela, al mare, chiudendoci lì per giorni con Carol (Duarte) e Tommaso. Facevamo tre o quattro ore di prove al giorno, una sorta di "vacanza-lavoro". Io e Carol abbiamo improvvisato molto, fingendo di conoscerci da vent’anni: abbiamo immaginato il nostro primo incontro in un ristorante dove lei lavorava, le vacanze insieme e vari episodi di vita vissuta. Partendo da questa storia inventata, siamo poi arrivati alle scene del film con una fluidità naturale.

Sembra quasi un approccio da laboratorio teatrale…

Sì, abbiamo fatto molti esercizi manuali che ho trovato funzionali. L’unico limite è stato quello della lingua, perché Carol doveva giustamente rimanere legata al testo, ma nonostante questo ci siamo intesi perfettamente.

Il rapporto padre-figlio è centrale. Come hai lavorato per renderlo così credibile e lontano dai cliché retorici?

Ho un approccio molto istintivo con i ragazzi, forse perché ho una nipote o perché ho interpretato spesso il ruolo del padre ultimamente. Cerco di trattarli come adulti, evitando di recitare la "parte" del papà da manuale. Uso una dose naturale di severità e affetto, attingendo inconsciamente ai modelli personali, come il rapporto che mio padre ha avuto con me. Mi viene naturale, senza bisogno di studi eccessivi.

Nel film si scontrano due visioni opposte di salvezza: quella radicale di Eva e quella concreta di Giacomo. Come ci si approccia a questi temi per evitare il giudizio morale?

È stato possibile perché dietro ogni azione, anche la più estrema, c’è una sofferenza enorme. Eva è convinta di salvare Giacomo attraverso le sue azioni. Io ho scelto di empatizzare con lei, senza soffermarmi sulla crudeltà oggettiva dei gesti, anche perché la sceneggiatura è scritta in modo poetico e allegorico.

Quanto è difficile, come attore, non prendere una posizione morale su ciò che viene rappresentato?

Noi che viviamo l’ambiente del cinema capiamo le dinamiche narrative, ma lo spettatore potrebbe provare sgomento. Devo ammettere che inizialmente, leggendo la sinossi, ero preoccupato: pensavo fosse la storia di una donna isolata nel bosco che uccide bambini. Invece il film prende una piega completamente diversa, elevandosi su livelli differenti. È un mix di generi — horror, thriller psicologico, onirico — reso splendido dalla fotografia di Bigazzi. È un’opera originale che richiede uno spettatore attivo; spesso il film va accompagnato dal dibattito in sala.

Eva non è un thriller tradizionale. Nella recente intervista con Emanuela abbiamo usato spesso il termine "distopico". Sei d’accordo?

Sì, assolutamente. Il personaggio di Eva può sembrare inizialmente un alieno o un replicante, anche grazie ai costumi e alla presenza scenica di Carol. Il film ti porta dentro una bolla sospesa, dove non capisci bene il contesto temporale — ci sono vestiti anni ’80 in un mondo contemporaneo — e questa sensazione di sospensione dura finché non incontra Giacomo, quando tutto diventa reale e concreto.

Il film sembra diviso in tre fasi, quasi tre mondi diversi…

Esatto: c’è la fase onirica con lei, la parte della fattoria che è una via di mezzo, e infine la realtà cruda del commissariato, il "qui e ora".

Questo film ha cambiato il tuo modo di recitare rispetto a lavori precedenti più realistici?

In realtà no. Ho messo la mia recitazione naturalistica a servizio della visione di Emanuela. Penso mi abbia scelto proprio per creare una contrapposizione tra il mio essere "vero" e l’approccio di Carol, che è più sospeso e ieratico. Anche il confronto tra culture diverse e modi differenti di approcciarsi alla natura ha arricchito molto il lavoro.

Il cinema italiano è spesso ancorato al realismo. Lavorare in un film ibrido e distopico come questo rappresenta una libertà o un rischio?

È un progetto molto personale di Emanuela e io mi sono messo totalmente a servizio della sua idea. So che il montaggio è stato cambiato molte volte per trovare il giusto equilibrio tra i vari livelli di lettura.

In una dichiarazione hai definito Eva come un film che "sfugge all’algoritmo". Cosa intendevi?

Oggi vediamo troppi film costruiti per stare dentro a una casella predefinita, prodotti molto "algoritmici". Questo progetto cerca di rompere quegli schemi. Per un attore è stimolante: ho fatto film simili con Fulvio Risuleo o prodotti come Il Paradiso, che poi faticano a trovare distribuzione proprio perché non sono incasellabili. Penso a produzioni come la A24 americana: la loro cifra è proprio rompere l’algoritmo, e Eva segue questa filosofia.

Quanto spazio hai avuto per portare qualcosa di tuo nel personaggio?

Emanuela è stata molto aperta. Ho rispettato la struttura, ma ho cercato di rendere personali le battute per essere il più veritiero possibile.

C’è stata una scena particolarmente complessa da girare?

Emotivamente le scene con Carol sono state le più impegnative, specialmente quella finale. Ricordo anche una scena in camera da letto in cui lei era vestita come mia moglie: Emanuela mi aveva dato come riferimento Vertigo di Hitchcock. Dovevo interpretare un uomo che non la riconosceva ma sentiva una familiarità profonda; è stata una linea sottile molto interessante da trovare.

Tu hai lavorato sia in progetti autoriali che mainstream. Dove senti di esprimerti meglio?

Considero un privilegio fare questo mestiere in ogni sua forma. Ho lavorato con Paolo Genovese, che è più popolare, o per Netflix, che segue logiche diverse. Tuttavia, fare opere prime o progetti originali dà una soddisfazione diversa: c’è il rischio che non vengano capiti, ma preferisco mettere qualcosa sul piatto e rischiare. Si cresce così.

Facendo un salto indietro a Dogman, hai interpretato un personaggio disturbante ma molto umano. È stato quello il momento della svolta per la tua carriera?

Lavorare con Garrone cambia sicuramente le cose, ma io mi sono semplicemente messo a servizio della sua visione. Mi chiamano spesso perché cerco di non "recitare", di sembrare il più naturale possibile.

La tua carriera è stata lineare o c’è stato un momento specifico di cambiamento?

L’inizio è sempre complesso e serve fortuna. Sono partito con Romanzo Criminale, che è stato un picco di popolarità enorme, ma è un’arma a doppio taglio: rischi di rimanere incastrato nel personaggio. Poi ci sono stati passaggi importanti con Castellitto e Garrone. Vincere il David di Donatello ti rende più "appetibile" per i due o tre anni successivi, ma la mia carriera è fatta di alti e bassi. Ci sono film a cui sono molto legato che sono passati in sordina per problemi distributivi.

A proposito di sistema: credi che oggi sia più difficile emergere per un giovane talento?

Dico sempre che le nuove promesse andrebbero supportate di più. C’è poca attenzione nel creare un sistema di talenti che accompagni la crescita dei ragazzi dai 20 ai 30 anni. Bisognerebbe investire nel ricambio generazionale per il bene dell’industria. Però devo dire che le accademie italiane oggi preparano molto bene gli attori. Rispetto agli anni 2000, quando c’erano solo Rai e Mediaset, oggi con le piattaforme il livello si è alzato e i giovani bravi hanno buone possibilità. È un mestiere, e chi esce preparato dalle scuole viene cercato. Il problema è che spesso chi fa un lavoro creativo non viene visto come un lavoratore vero e proprio.

Cosa ti piacerebbe che provasse lo spettatore uscendo dalla sala dopo aver visto Giacomo?

Sicuramente empatia. Ho ricevuto bei feedback sulle scene con Carol; il pubblico sembra empatizzare con questo padre affettuoso e premuroso che sa di aver sbagliato. Tra empatia, dubbio o inquietudine, scelgo l’empatia.


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