Gli attacchi di Roger Waters a Ed Sheeran non servono, gli artisti sempre più spettatori della loro musica. E al pubblico cosa rimane?

Con l'esclusione di Macklemore dal tour di Ed Sheeran per le sue posizioni proPal, si riapre l'eterna discussione sulla vera libertà degli artisti. E non bastano gli insulti di Roger Waters

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Roger Waters ed Ed Sheeran
IPA

Una scritta, due parole: "Ed Who?". Comincia così il video in cui Roger Waters si rivolge a Ed Sheeran, prima di dividere l’umanità in due categorie e di sistemare il collega con un insulto in piena regola. Fa pure sorridere, quel "Ed chi?", indirizzato a un artista che nelle prime diciassette date del Loop Tour ha venduto oltre 750 mila biglietti, per un incasso vicino ai cento milioni di dollari. Ma questo è un altro discorso. Il dettaglio davvero interessante è che la persona che ha deciso tutto non è mai salita su un palco.

Perché Macklemore è stato escluso dal Loop Tour di Ed Sheeran

Ma ricapitoliamo. Il 4 e il 5 settembre Macklemore apre per Sheeran al MetLife Stadium, nel New Jersey; esegue Hind’s Hall, il suo brano di protesta del 2024, e intona "Free Palestine" con il pubblico mentre sugli schermi scorrono immagini della guerra a Gaza. Arrivano le critiche di P!NK, una petizione dell’Israeli-American Council, le obiezioni dei proprietari degli stadi successivi.

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Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots, conferma di aver escluso il rapper dagli show del Gillette Stadium perché, a suo giudizio, avrebbero offerto una piattaforma all’odio; Macklemore replica che l’antisemitismo è reale, ma non deve diventare uno scudo contro le critiche allo Stato israeliano. Il promoter, Messina Touring Group, comunica che le venue non avrebbero ospitato concerti con Macklemore in cartellone, pena la cancellazione del tour. Sheeran si dichiara "non complice". Poi l’esodo: Finneas, Aaron Rowe, Lukas Graham e i Beoga, il gruppo irlandese che suonava anche dentro il set di Sheeran, abbandonano il tour.

Roger Waters contro Ed Sheeran, perché è un falso dilemma

Il racconto che ne è uscito è un western. Da una parte Waters, che a quindici anni presiedeva già la sezione giovanile di Cambridge della campagna per il disarmo nucleare e da allora non ha mai smesso di portare la politica dentro la musica. Dall’altra Sheeran, l’uomo di Perfect e Thinking Out Loud, accusato da Macklemore di non riuscire a superare la sua facciata pubblica del "non mi schiero". In mezzo, noi, invitati a scegliere tra "due tipi di persone". È il dilemma perfetto: si risolve con un like. E il trappolone è servito.

Perché i fatti, messi in fila, dicono che in questa vicenda gli artisti erano solo spettatori. Chi ha parlato e chi ha taciuto ha obbedito alla stessa legge, quella del padrone di casa. Un avvocato dello spettacolo di Los Angeles, interpellato da NBC, ha ricordato che i contratti di tour lasciano ai promoter ampia discrezionalità nell’escludere un artista, spesso grazie a clausole di comportamento dalla formulazione molto larga. Un concerto davanti a decine di migliaia di persone non è una piazza, è un immobile. E negli immobili comanda chi ha le chiavi.

Da Bob Dylan alle Dixie Chicks: il palco ha sempre avuto un padrone

Non è una novità. Cambia soltanto l’intestatario delle chiavi. Nel 1963 Bob Dylan se ne andò dall’Ed Sullivan Show quando la CBS gli vietò di cantare Talkin’ John Birch Paranoid Blues. Nel 2003 le Dixie Chicks sparirono dalle playlist di molte radio country per una frase su George W. Bush pronunciata a Londra.

Nel 2023 il Comune di Francoforte e il Land dell’Assia, che controllano la società proprietaria della Festhalle, tentarono di cancellare un concerto di Roger Waters, e fu un tribunale a restituirgli la data. Lo stesso Waters, per anni, ha chiesto pubblicamente ai colleghi di non esibirsi in Israele, e nel 2017 Thom Yorke gli rispose che suonare in un Paese non equivale ad appoggiarne il governo. Le pressioni arrivano da ogni direzione. Il meccanismo resta identico: il contenuto divide, la proprietà decide.

Ed Sheeran, Robert Kraft e il limite del "non c’entro"

Spettatori, dunque. Ma non tutti con lo stesso contratto. Ma questo non deve diventare un alibi, perché se la colpa è sempre del padrone di casa, nessuno sotto quel tetto è mai responsabile di nulla. Sheeran ha sostenuto che l’esclusione è stata decisa dal promoter, con cui Macklemore aveva firmato. Formalmente può essere vero. Ma il tour porta il suo nome, i biglietti si vendono per lui, e lui stesso ha raccontato di aver passato la settimana a parlare con le venue, Kraft compreso.

Secondo Kraft, è stato Sheeran a chiedergli di impegnare due milioni di dollari in aiuti umanitari. Chi ha il peso per sedersi a quel tavolo e ottenere una cifra simile da un miliardario non può presentarsi come spettatore della propria tournée. Tanto più se ha costruito una carriera sull’intimità, su canzoni che raccontano la sua vita: difficile rivendicare vicinanza emotiva con il pubblico e poi rifugiarsi nella distanza burocratica di un contratto altrui.

Gli artisti hanno il dovere di schierarsi?

Attenzione, però, a non trasformare l’obiezione in un tribunale. Il silenzio su un conflitto e il "non c’entro" su una decisione sono due cose diverse. Sheeran ha detto di avere opinioni personali e di scegliere di non esprimerle in pubblico, e il diritto di non fare il commentatore di geopolitica esiste da quando esistono le canzoni.

Il dovere di parlare, poi, non ha confini naturali: lo stesso Sheeran ha ricordato che nel mondo le guerre sono troppe, e nessun artista può pronunciarsi su tutte. Benché, chiariamo, questo sia un caso un po’ diverso. Soprattutto, una folla che pretende parole somiglia in modo imbarazzante a un proprietario che pretende silenzio: in entrambi i casi è qualcun altro a decidere cosa l’artista debba dire. E una presa di posizione estorta produce notizie, non di certo convinzioni. Ciò che è troppo facile, allora, non è tacere. È fingere di non avere potere.

Macklemore, Sheeran e Waters: il prezzo di parlare e di tacere

Il criterio più onesto, alla fine, è il prezzo. Macklemore l’ha pagato e lo rivendica: "Non mi servivano dieci date da Ed. Me ne servivano due". Sheeran l’ha pagato a metà: ha invocato la responsabilità verso i fan e verso la crew che vive del tour, argomento tutt’altro che banale, ma l’ha avvolto nel contratto del promoter, e si ritrova comunque senza più artisti d’apertura.

Waters, in questo caso, ha scelto la forma più economica di schierarsi: un insulto da fuori, senza nulla in gioco su quel tour. Eppure è l’insulto a essere rimbalzato ovunque, mentre la clausola che ha reso possibile tutto il resto non l’ha letta nessuno.

Poi, i soldi. Macklemore ha annunciato che devolverà l’intero milione netto guadagnato con il tour a sei organizzazioni che sostengono i palestinesi; Kraft e Sheeran hanno promesso due milioni ciascuno in aiuti umanitari per la regione. Una disputa sul diritto di parola si chiude, per ora, con tre assegni. Andandosene, i Lukas Graham avevano scritto che nessun conto in banca dovrebbe stabilire chi ha diritto di parlare. Forse. Ma un conto in banca, a quanto pare, stabilisce benissimo dove si parla.

Concerti e libertà di espressione: cosa compriamo con un biglietto

Sabato Sheeran suonerà a Philadelphia, e nelle ultime notizie non era ancora stato annunciato chi avrebbe aperto il concerto. Qualcuno, prima o poi, salirà su quel palco. Firmerà un contratto, accetterà una clausola, deciderà cosa dire e cosa tacere. C’è però una presenza che in tutta questa storia non ha firmato nulla, eppure è stata invocata da tutti. Il promoter ha motivato l’esclusione con le centinaia di migliaia di fan che una cancellazione avrebbe danneggiato.

Sheeran ha detto di non volerli deludere. Macklemore ha parlato a loro, Kraft ha deciso in nome loro. Il pubblico è stato l’argomento di ciascuno e l’interlocutore di nessuno. Ed è al pubblico, cioè a noi, che resta la domanda più difficile, perché non riguarda il Medio Oriente, né Kraft, né il carattere di Ed Sheeran. Riguarda che cosa compriamo quando compriamo un biglietto. Due ore di canzoni che conosciamo a memoria, con la garanzia che nulla ci turbi? Oppure il diritto, antico quanto la musica dal vivo, di trovarci davanti a una persona e non a un prodotto: una persona che può commuoverci, deluderci, perfino ferirci? E se scegliamo la garanzia, siamo davvero sicuri che a chiudere a chiave il palco siano stati soltanto i proprietari degli stadi?


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