Ed O'Brien dei Radiohead sconfigge la depressione e torna in Italia, ma lo farà da solo: anche a costo di deludere tutti i suoi fan
Un percorso di depressione e incertezza che è culminato in un nuovo album in uscita il 22 maggio 2026. Il ritorno in Italia di Ed O'Brien dei Radiohead

Il ritorno da solista di Ed O’Brien dei Radiohead è sconvolgente. Ma sconvolgente nel senso più fecondo del termine, perché obbliga a rimettere in discussione alcune convinzioni consolidate su cosa significhi essere un artista quando la propria identità è scolpita sulla targa di una delle formazioni più venerate degli ultimi trent’anni. Una condizione che, ammettiamolo, non è esattamente la più comoda da cui ripartire.
O’Brien ha 57 anni, è tra i fondatori dei Radiohead fin dal 1985, e il 22 maggio pubblicherà Blue Morpho, il suo secondo album a nome proprio. Il 6 ottobre 2026 sarà invece al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano per l’unica data italiana del tour An Evening With… Blue Morpho. Eppure sarebbe riduttivo, e intellettualmente pigro, liquidare questo evento come il fuori-onda di un film che tutti conoscono già a memoria.
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Entra nel canale WhatsAppIl peso di essere Radiohead
La questione di fondo è certamente spinosa: può un membro dei Radiohead esistere davvero al di fuori dei Radiohead? La storia recente del rock ci fornisce risposte opache. I progetti solisti dei musicisti di band leggendarie oscillano quasi sempre tra due derive ugualmente deprimenti: la fotocopia sbiadita dell’originale e la fuga programmatica verso un’avanguardia di facciata. Il primo esordio di O’Brien, Earth del 2020, firmato sotto lo pseudonimo EOB, aveva convinto la critica senza però scuotere nessuno. Un album solido, apprezzabile, che NME aveva liquidato definendolo "l’arma segreta dei Radiohead". Un complimento che, a ben guardare, conteneva già il problema
Blue Morpho si pone su un piano differente, e la distanza è strutturale ma anche identitaria. O’Brien ha abbandonato lo pseudonimo perché per la prima volta il disco reca il suo nome intero, con tutto il peso che comporta questa responabilità. È una presa di posizione che si giustifica solo con i risultati, ma il rischio è anche quello di lasciare una traccia di imbarazzo sulle biografie future.
La crisi di Ed O’Brien che diventa metodo
Sarebbe fin troppo comodo ridurre Blue Morpho alla sua genesi tormentata: la depressione durante il lockdown londinese, la "notte oscura dell’anima", le lunghe camminate solitarie tra le colline gallesi, i funghi nel Dartmoor. Il racconto è potente, e O’Brien lo ha condiviso con una sincerità che raramente si riscontra in un musicista del suo calibro. Detto questo, la musica si giustifica con la musica, e un disco acquista valore per ciò che contiene, non per ciò che il suo autore ha attraversato.
Ed è qui che Blue Morpho – sette tracce prodotte da Paul Epworth, arricchite dagli arrangiamenti d’archi del compositore estone Tõnu Kõrvits e dalla presenza del flautista Shabaka Hutchings – sembra davvero soddisfare ogni aspettativa. Non perché sia un capolavoro già consacrato, ma perché sceglie di non assecondare nessuno: né il pubblico devoto dei Radiohead, né il circuito indie, né chi si aspetta da un chitarrista rock un album, banalmente, di chitarre. Non sarà un salto nel vuoto senza rete ma ci sarà il jazz, il drone cosmico e un folk dai contorni quasi mistici.
Un concerto (anche a Milano) che rifiuta la replica
Il tour merita una riflessione a sé. Per An Evening With… Blue Morpho, O’Brien ha assemblato un collettivo di musicisti provenienti dalle sessioni di registrazione, con il direttore musicale Dave Okumu come baricentro artistico. I modelli dichiarati – Sly and the Family Stone, Miles Davis, Phish – sono princìpi organizzativi concreti perché ogni serata si trasforma, si ramifica e prende una propria fisionomia. E l’acustica raccolta del Teatro Lirico Giorgio Gaber pare essere la sala giusta per un’esperienza simile.
La questione aperta coi Radiohead
Blue Morpho porterà ancora addosso qualcosa di inconfondibilmente radioheadiano, per certo una certa inflessione nella voce e quella qualità che si avverte da sempre nelle produzioni di Ed O’Brien. Sarebbe strano il contrario, dopo quarant’anni trascorsi a costruire quel suono. Ma ora O’Brien ha trovato il modo di fare propria quella storia senza esserne soffocato, piegandola verso qualcosa di solamente suo. Ed è già, in sé, una direzione creativa che vale l’attenzione critica.
I Radiohead torneranno in tour mondiale dal 2027, toccando un continente all’anno. Ma questo autunno, a Milano, ci sarà un uomo solo davanti alla sua musica più esposta e personale. Vale la pena esserci, non certo per fedeltà tribale, ma per soddisfare quella curiosità che si riserva agli artisti che hanno ancora qualcosa di irrisolto da dire. Che poi, in fondo, è l’unico motivo davvero valido per andare a un concerto.
