Donatella Finocchiaro: "I giovani vivono il disastro che abbiamo lasciato, noi il patriarcato ce lo portiamo dentro. I trapper? Testi disgustosi"

Donatella Finocchiaro si confessa in questa intervista esclusiva: la maternità, la lotta al patriarcato, i ricordi dei set con Bellocchio e Tornatore

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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Dal 6 agosto al cinema con Greta e le favole vere, la family comedy di Berardo Carboni ispirata alla figura di Greta Thunberg, Donatella Finocchiaro si racconta a tutto tondo: l’essere madre, il ritorno sul set accanto a Sabrina Impacciatore e Raoul Bova, e un percorso artistico che dagli esordi con Roberta Torre l’ha portata a lavorare con Tornatore, Bellocchio e Crialese, fino alla regia teatrale de La Lupa di Verga. Un’attrice che, tra cinema d’autore e commedia, rivendica con orgoglio la libertà di non essersi mai fatta rinchiudere in un solo genere.

Donatella Finocchiaro si racconta – Intervista Esclusiva

Donatella, Greta e le favole vere arriva in sala il 6 agosto dopo l’anteprima al Giffoni Film Festival. Quando hai letto la sceneggiatura di Berardo Carboni, cosa ti ha convinto a farne parte?

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Prima di tutto la storia di Greta, questa bambina che diventa praticamente una piccola Greta Thunberg, portavoce di quel disastro ecologico che ormai perseguita il nostro mondo – una vera e propria catastrofe ambientale. Parlare di ambiente, di raccolta differenziata, di tutto quello che sta succedendo e che molta gente finge di non vedere, quasi fosse un’invenzione e non una realtà concreta, mi sembrava importante.

E poi c’era il fatto di interpretare la madre di questa bambina – una madre un po’ addormentata, esattamente come il personaggio di Raoul. Siamo genitori distratti di una ragazzina che invece si fa portavoce del cambiamento: è lei a svegliarci, a dirci "mamma, papà, guardate quanta plastica c’è in giro, bisogna fare questo, bisogna fare quello." All’inizio la prendiamo un po’ in giro, pensiamo alle nostre vacanze, alla nostra vita comoda – e invece c’è proprio un contratto generazionale che si crea, perché oggi sono le nuove generazioni le prime, vere portavoce di questo cambiamento.

Tu come guardi a questa generazione di attivisti giovanissimi? Che idea ti sei fatta?

C’è proprio un cambio generazionale in atto. Se pensi a noi, e poi pensi a questi ragazzi che oggi parlano di ambiente con tanta consapevolezza – hanno capito che stanno vivendo il disastro che noi gli abbiamo lasciato in eredità. Io li vedo benissimo, li vedo come un esempio: non solo sull’ambiente, ma anche sul gender gap, sul femminicidio, sulla lotta al patriarcato.

Le nuove generazioni ci fanno le scarpe, ci stanno insegnando come dev’essere questo mondo nuovo – e lo fanno ormai su tutto. Noi il patriarcato ce lo siamo un po’ portati dentro, l’abbiamo respirato per quarant’anni: a volte sono le donne stesse a difendere gli uomini, a rendersi complici di quel dominio maschile nella società. Vedere invece questi ragazzi che oggi danno il giusto spazio alle donne, che trattano le loro compagne e colleghe alla pari – anzi, che gli danno forse ancora più spazio, più possibilità – è una cosa meravigliosa. Dovremmo vivere seguendo il loro esempio: non siamo noi a educare loro, sono loro a educare noi. C’è stato davvero un cambiamento.

Tu sei mamma. Restando sul tema delle nuove generazioni: c’è qualcosa che temi di più, pensando a tua figlia? E cosa invece ti dà davvero fiducia?

Temo tantissimo la violenza – questa violenza indiscriminata, senza senso, che purtroppo attraversa anche le nuove generazioni. Quello che mi spaventa di più è che, accanto a questi ragazzi illuminati che parlano di ambiente, che lottano contro il femminicidio e il gender gap, ce ne sono altri, nel mezzo, che sono violenti, che parlano solo di armi, di coltelli. Sembra quasi che per affermarsi bisogna diventare l’animale che sovrasta l’altro – e questa mentalità – purtroppo, la si ritrova anche nei testi di molti rapper e trapper: ci sono cose davvero disgustose.

Sì, aggiungo che questi protagonisti si giustificano dicendo che i loro testi sono finzione — che è come guardare Gomorra o un film di quel genere. Il problema, però, è che i loro ascoltatori sono giovanissimi, e i ragazzini poi ci credono davvero.

Esattamente. Io con mia figlia intervengo sempre e dico: no, questo linguaggio non va bene. Perché insultarsi? È brutto usare certe parole, anche se solo per scherzo. Giustificare tutto con lo scherzo non va bene: l’insulto non si usa mai per gioco. E il punto è che spesso non lo fanno con cattiveria – ma dietro le parole ci sono sempre dei messaggi. Dire le cose significa manifestare la realtà, e un cambiamento della società non può prescindere dal linguaggio. Lo diceva sempre Michela Murgia: il nostro vocabolario deve cambiare prima ancora che cambi la società.

Tornando al film: mescola scene dal vero e molta animazione in CGI, penso in particolare all’orso…

Sì, l’orso… questo film esce dopo due anni di lavorazione, perché gli effetti speciali sono stati lunghissimi e complicati da realizzare.

È una lavorazione molto diversa rispetto al cinema d’autore che hai fatto finora, e soprattutto rispetto ai ruoli con cui il pubblico ti associa di più – penso a Tornatore, a Bellocchio. Cosa cambia per un’attrice nel recitare accanto a un elemento che sul set fisicamente non c’è? C’è qualche aneddoto – avete usato un pupazzo, per esempio?

Abbiamo recitato davanti a un vero e proprio pupazzone – perché in qualche modo la mente va comunque ingannata, ha bisogno di un riferimento fisico. Era bellissimo, simpaticissimo: era diventato la mascotte del set. E poi ci hanno detto che quel pupazzo, in post-produzione, sarebbe stato animato – e io ho pensato: che meraviglia.

Per me è stata la prima volta assoluta con una family comedy di questo tipo, ed è stato divertentissimo lavorare con Sara Ciocca, che è una bambina prodigio, un vero talento. E poi è stato bellissimo ritrovare Sabrina Impacciatore e Raoul Bova.

Sabrina per me è come una sorella – siamo davvero amiche del cuore. In realtà siamo un gruppo di sei amiche che ci vediamo sempre quando sono a Roma: io, Rita, Giulia, Chiara, Simona e Sabrina. E quando Sabrina non è in America, cerchiamo sempre di ritrovarci. Per questo tornare a lavorare con lei dopo tanti anni è stato un piacere immenso.

Con Raoul invece ci eravamo conosciuti ai tempi de La fiamma sul ghiaccio – era il 2005, mi pare, tanti anni fa ormai. E anche con Berardo Carboni è stata una specie di reunion: avevamo già lavorato insieme in Youtopia, con Matilda De Angelis. Insomma, un ritorno tra vecchi amici.

Rispetto al genere del film: c’è mai stato un momento in cui, guardando alla tua carriera, ti sei detta "questo tipo di film dieci anni fa non l’avrei fatto"?

No, guarda, in realtà non ho mai avuto pregiudizi sui film in sé. Sulla televisione sì, quello sì – ho detto tanti no alle serie, soprattutto agli inizi, perché non volevo entrare nel loop della serialità, ripetere la stessa cosa per anni. Un paio di volte mi è capitato di doverlo evitare consapevolmente.

Per il resto ho sempre amato cambiare registro, fare commedia quando ho potuto – con Carlo Verdone, per esempio, o un’altra commedia carina che ho girato con Vincenzo Salemme. Quando mi è capitata l’occasione di fare commedia, l’ho sempre fatta, e mi piace da morire. È vero che mi scelgono soprattutto per i ruoli drammatici, e vengo riconosciuta soprattutto per quelli – ma non li disprezzo affatto. Semplicemente, non è stata una scelta mia: ci sono attori che decidono di fare solo un certo tipo di cinema, io no.

Ho letto che ti sei laureata in Giurisprudenza. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che quel percorso non era davvero quello che desideravi, e che la tua strada era un’altra?

È successo abbastanza tardi, in realtà. Mi sono laureata nel ’96, e dopo la laurea ho cominciato a chiedermi cosa volessi fare della mia vita – è lì che è nato il dubbio: faccio l’attrice o l’avvocato? Durante l’università avevo iniziato a fare corsi di teatro, e mi era piaciuto moltissimo. Ma da lì a farne un mestiere vero è tutta un’altra storia, e per un paio d’anni ho portato avanti entrambe le cose – teatro e giurisprudenza insieme.

Poi il mio maestro mi disse chiaramente che dovevo scegliere, che non potevo fare tutto insieme perché altrimenti avrei fatto male entrambe le cose. E ho scelto il teatro. Non ti nascondo che i primi anni non sono stati facili. Poi, abbastanza in fretta, sono stata scelta per Angela – anche se all’epoca facevo ancora un po’ tutte e due le cose. Dopo Angela, ho fatto solo cinema.

Il tuo debutto cinematografico arriva proprio con Angela di Roberta Torre, un ruolo che ti è valso il Globo d’oro come Migliore Attrice Rivelazione, con un paragone tutt’altro che banale con Anna Magnani. Cosa ricordi di quell’esordio?

Ricordo l’ABC del mestiere – è con Roberta Torre, che mi ha scoperta, che ho imparato davvero cosa vuol dire fare cinema. Ancora non sapevo nulla, e lei me lo ha insegnato piano piano: cosa significa stare davanti a una macchina da presa, che non è affatto scontato quando non l’hai mai fatto. Mi ha insegnato il linguaggio cinematografico da zero.

E a livello emozionale, ricevere un riconoscimento di quella portata mi ha cambiato la vita. Sono andata a Cannes con il mio primo film, poi ho vinto il premio come migliore attrice al Festival di Tokyo, e infine il Globo d’oro. Da lì, come dissero al telegiornale, "è nata una star." Per carità, bellissimo – ma è stato comunque un grande cambiamento. Avevo 29 anni, non ero una ragazzina: avevo già una personalità formata.

Quindi, per certi aspetti, forse è stato anche più complesso da gestire?

Da un certo punto di vista è stato meglio, te lo dico sinceramente. Perché se sei giovanissima, un successo del genere ti cambia il carattere in profondità – noi attori veniamo improvvisamente amati, riconosciuti per strada, e questo, quando hai quindici, sedici, vent’anni, secondo me non ti fa crescere bene nell’identità. Se invece sei un po’ più grande, riesci a cavartela meglio. Anche per me, comunque, non è stato facile all’inizio restare con i piedi per terra e non volare via con la testa. Domare il proprio ego, per un attore, è davvero un lavoro a sé.

Da lì in poi è stato un percorso continuo: hai lavorato con registi enormi – Tornatore, Bellocchio, Crialese. Cosa hai imparato, e cosa ti sei portata dietro da ognuno di loro?

Ognuno mi ha lasciato un pezzetto del proprio modo di lavorare. Ti faccio un esempio: Roberta Torre mi chiedeva sempre di improvvisare, mi dava la situazione e mi lasciava libera di trovare la scena. Bellocchio, invece, lavorava tutto sull’analisi, alla fine di ogni giornata di set: andavamo da Marco insieme a Sergio Castellitto, facevamo la lettura, la prova a tavolino, un ragionamento profondo sulle battute e sul modo di dirle – un lavoro quasi psicologico, un approccio completamente diverso. Un attore deve essere malleabile, deve saper diventare come una piccola pasta che si modella secondo quello che succede intorno.

Tu sei stata anche dall’altra parte della macchina da presa…

Sì, il mio primo documentario, Andata e ritorno, è del 2011. E di recente, a febbraio, ho girato un altro documentario ad Agrigento, su una calciatrice, Alice Pignagnoli, che ha scritto un libro intitolato Volevo solo fare la calciatrice. Anche qui si parla di gender gap, delle difficoltà che questa ragazza ha dovuto affrontare per entrare in un mondo – quello del calcio – ancora molto chiuso alle donne. Grazie alla sua storia, al suo esempio, è stata modificata una norma nei contratti delle calciatrici: c’è stata un’interrogazione parlamentare, e oggi la maternità viene finalmente riconosciuta legalmente. Prima le calciatrici firmavano contratti che si scioglievano automaticamente in caso di gravidanza. È un mondo parallelo che la gente spesso non conosce.

Cosa ti ha spinto a passare dall’altra parte della macchina da presa? Il desiderio di veicolare messaggi scelti direttamente da te?

Questo progetto in realtà me lo hanno proposto, e mi è piaciuto moltissimo il personaggio, la storia. Ma ho anche un’altra idea di regia che mi porto dietro da un paio d’anni. Intanto, due anni fa, ho debuttato anche a teatro come regista.

Con La Lupa di Verga?

Esatto, La Lupa di Verga, nell’adattamento di Luana Rondinelli – una Lupa diversa, più moderna, ambientata quasi nel presente. Quel personaggio è diventato anche un simbolo contro il femminicidio, contro il patriarcato: la Lupa, alla fine, viene uccisa da Nanni Lasca. Attraverso quella storia abbiamo parlato di sessualità, di affermazione del femminile, del potere delle donne anche sul piano del desiderio – perché spesso, attraverso l’eros, siamo noi donne a essere punite. Nanni Lasca accusa la Lupa di essere lei la colpa della sua stessa attrazione: "Perché sei così, perché mi fai perdere la testa" – come se non fosse una sua responsabilità.

Ti faccio un parallelo forte: è un po’ come quando, davanti alla violenza sessuale, si dice "beh, però girava mezza nuda".

Ecco, quella era la Lupa: una donna diversa, sensuale, che incarnava l’eros allo stato puro. Come se essere bella e sensuale fosse, di per sé, una colpa.

Ultima domanda: il film parla di attivismo, di coraggio, in un mondo verso cui bisognerebbe avere un’attenzione molto più grande. Cosa vorresti che restasse ai ragazzi, una volta usciti dal cinema?

Sono davvero curiosa di partecipare a qualche proiezione al Giffoni: sarà bellissimo vedere la reazione dei ragazzi, e vorrei assolutamente essere presente al Q&A dopo la visione, per sentire direttamente da loro cosa si portano a casa. Perché questo film, in fondo, è un’avventura: questi ragazzini vogliono salvare l’orso, e l’orso è un simbolo – è "salviamo il mondo", che si può traslare in qualsiasi altra battaglia.

Questa generazione ha davvero il compito di salvare il mondo – pensa alla nostra Greta Thunberg: è l’esempio di una ragazzina che si è fatta portavoce di un cambiamento necessario, contro un potere, contro uno Stato che non vuole riconoscere l’urgenza del cambiamento climatico. Sono davvero curiosa di vedere le reazioni dei ragazzi al Giffoni. Spero che gli resti qualcosa di importante: il bisogno di unirsi, davvero, per cambiare questo mondo.


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