Franco Nero, l'Italia deve chiederti scusa e ci è voluto un americano per farcelo capire: Django era un capolavoro e non lo abbiamo capito

Sessant'anni dopo l'uscita, Django di Sergio Corbucci resta un capolavoro sottovalutato in patria: ecco perché Franco Nero ha creato l'antieroe più influente del cinema western

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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C’è un equivoco che ancora oggi continua a girare quando si parla di western all’italiana, e riguarda chi è arrivato prima. Quando si pensa a un film che ha eliminato l’eroismo classico dal genere western, il primo nome che viene in mente alla massa è quasi sempre Sergio Leone. E qui casca l’asino. Django, diretto da Sergio Corbucci nel 1966 con Franco Nero e oggi ancora alla ribalta grazie alle nuove proiezioni in 4K, ha fatto qualcosa che nemmeno Per un pugno di dollari osava fare fino in fondo: ha reso il protagonista un uomo distrutto, sporco, quasi senza forze, e lo ha mandato avanti comunque, fino alla fine.

In Django l’eleganza non era di casa

Django non è un eroe stanco e impassibile come l’Uomo senza nome di Clint Eastwood, sempre calmo, quasi invincibile. Django è un uomo che soffre, che si trascina nel fango con una bara al seguito, e che alla fine del film si ritrova le mani spezzate a calci. Corbucci non gli regala mai un attimo di eleganza, gli lascia solo la sua testardaggine. Ed è proprio questo a rendere il film così innovativo in mezzo ai tanti lungometraggi patinati dell’epoca.

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Il fango ha giocato un ruolo fondamentale ed è forse l’elemento più sottovalutato del film: è un pò il co-protagonista. Quel paesino sommerso nel limo, battuto dalla pioggia in ogni scena, è una scelta tanto precisa quanto probabilmente poco osservata. Non c’è niente di solare o romantico in quel mondo impresso nella pellicola, niente dei tramonti dorati tipici del western americano e delle pubblicità del Mulino Bianco. C’è solo sporcizia, freddo e violenza. Quando uscì, l’Italia rimase scandalizzata da quella ferocia (orecchie tagliate, sangue che schizza più del previsto), ma quella violenza non era lì per fare scena: era il modo in cui Corbucci diceva che il West vero non aveva nulla di poetico.

Il solito paradosso italiano

Ed è qui che arriva un problema che si ripete spesso nel nostro cinema. Django fu un enorme successo commerciale, fece nascere decine di sequel non autorizzati in tutta Europa, e rese Franco Nero un volto conosciuto ovunque, tranne che nei salotti della critica italiana "seria". Per anni quel film è stato considerato un prodotto minore, buono per le sale di provincia ma non degno di chissà quale vera analisi. Basta pensare che abbiamo avuto bisogno di Quentin Tarantino, che ha voluto Franco Nero in un piccolo ruolo in Django Unchained, per far tornare l’attenzione internazionale su quel nome – e solo allora, in Italia, si è iniziato a parlarne con il rispetto che meritava da sempre.

È una storia che si ripete fin troppo spesso, quasi come se fosse una ricetta al grammo del buon Iginio Massari. Già, perché la stessa cosa è successa con il neorealismo, rivalutato in terra nostrana solo dopo gli applausi a mani aperte di Hollywood, o con certi film di genere italiani, riscoperti solo perché un autore americano di turno li ha citati con ammirazione. Come se non fossimo capaci di vedere il valore di un’opera senza l’approvazione di qualcuno da fuori e saltassimo astutamente e improvvisamente sul carro dei vincitori. Franco Nero, va detto, dal canto suo non ha mai rinnegato quel ruolo: lo ha portato avanti con orgoglio per tutta la carriera, prima di chiunque altro.

Perché ne parliamo ancora

Il punto, sessant’anni dopo, non è decidere se Django sia un capolavoro nel senso accademico della parola. Il punto è che questo film ha anticipato un’idea di eroe imperfetto, sporco, quasi già sconfitto in partenza – un’idea che il cinema americano ha poi usato per decenni, da Eastwood fino agli antieroi di oggi. E lo ha fatto con pochissimi soldi, in un paesino di cartapesta sotto la pioggia artificiale, con un attore che era poco più che un debuttante. Forse è proprio per questo che ne parliamo ancora: perché certe rivoluzioni nascono sempre nel fango a bassa quota, anche se troppo spesso guardiamo soltanto la cima della montagna.


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