Dino Abbrescia: "Una reunion con Checco Zalone? Magari, lui è un fuoriclasse. Ma il mio sogno nel cassetto resta un western" - Intervista
Libero Magazine ha intervistato Dino Abbrescia, quest'anno nella giuria della sezione Lungometraggi Maree del Baarìa Film Festival di Bagheria

C’è un’urgenza profonda che muove il cinema d’autore, la stessa che Dino Abbrescia cerca nei film in concorso alla seconda edizione del Baarìa Film Festival di Bagheria. Storico volto del grande e piccolo schermo, l’attore barese si trova quest’anno nella giuria della sezione lungometraggi Maree di un Festival tutto dedicato al cinema insulare.
Intervista a Dino Abbrescia, giurato del Baaria Film Festival e attore poliedrico
In questa intervista a Libero Magazine, Abbrescia si racconta ricordando il film cult La Capa Gira del 1999, che ha ridefinito il racconto cinematografico della Puglia, ma anche il record d’incassi ottenuto con Cado dalle Nubi, l’iconica pellicola a cui ha partecipato insieme a Checco Zalone. Poi parla dei lunghi anni passati sui set siciliani di Squadra Antimafia, facendo il punto sulla crisi del cinema e ricordandoci la magia di una grande sala, con la gente che ride all’unisono davanti allo schermo.
Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp
Entra nel canale WhatsAppQuest’anno fai parte della giuria del Concorso Internazionale Baaria Film Festival. Che effetto fa stare "dall’altra parte" della barricata a giudicare il lavoro dei colleghi? Qual è la prima cosa che cerchi in un film quando devi valutarlo?
La vivo sempre con molta ansia, perché conosco la sforzo che si mette per fare un film. Uno sforzo di energie, tempo, vite. La cosa che mi colpisce subito è il fatto di vedere come una storia sia stata raccontata con la necessità e l’urgenza di trasmetterla al pubblico. Se si legge la voglia e il desiderio che si ha nel raccontare quella storia, allora si capisce che si tratta di un progetto vincente.
Bagheria è una terra intrisa di grandissima cultura. Quanto è importante portare il cinema internazionale di qualità fuori dai soliti circuiti delle grandi metropoli?
È importantissimo. Ricordo che, qualche anno fa, è stato portato il teatro nei quartieri minori delle grandi città, come Tor della Monaca a Roma. In questo caso c’è una risposta incredibile della gente e si hanno di fronte persone che vedono questi prodotti con occhi completamente smaliziati e senza giudizi. Ci si lascia prendere dalla verità del progetto. Quella come Bagheria è una realtà abbastanza forte e sono davvero molto curioso di esserci, proprio per vedere quale tipo di risposta c’è in questi posti. Secondo me, il cinema deve ripartire proprio da queste zone.
Anche per portare il cinema d’autore in posti in cui solitamente non viene visto…
Esatto, anche perché il cinema d’autore sta attraversando un momento di difficoltà. I film devono ormai incassare e fanno davvero molta fatica a proporsi alla gente comune. È invece interessante vederlo in posti non ordinari e soprattutto vedere le reazioni delle persone rispetto a certi progetti più autoriali.
La tematica esclusiva è quella sul cinema insulare. Secondo te, qual è il potenziale di questa manifestazione per diventare un punto di riferimento non solo per il pubblico, ma anche per lo sviluppo culturale del territorio siciliano?
Secondo me, la Sicilia ha tantissima cultura e ha sempre risposto molto bene a queste manifestazioni. Per me è giusto che continuino ad esserci eventi culturali del genere. Penso di aver girato più film o serie in Sicilia che nel resto d’Italia, ed è molto viva rispetto a questo argomento.
Parlando della tua carriera e dei tuoi esordi, è impossibile non partire da La Capa Gira, esperimento identitario pazzesco, girato in dialetto barese stretto e diventato un cult assoluto. Che ricordi hai di quel set e quanto ha cambiato la tua percezione del fare cinema?
Quello è stato il mio primo film, girato tutto in dialetto barese. Nessuno si aspettava un riscontro del genere, perché raccontava uno spaccato di realtà importante che si trovava anche in tantissime altre città italiane. La Capa Gira è stato il precursore di tanti film – come Gomorra – che hanno poi raccontato quelle verità in maniera così realistica. Dopo che feci quel film, mi chiamavano altri registi e rimanevano scioccati del fatto che io non parlassi il dialetto abitualmente. La forza di quel film è stata proprio questa, il fatto che sembravamo davvero presi dalla strada. I personaggi li abbiamo vissuti e subiti, perché era comunque gente pericolosa, e ci siamo trovati ad imitarli. Quel film mi ha cambiato la vita.
L’utilizzo del dialetto barese lo ha reso ancora più spontaneo e naturale.
Fino a quel momento, la Puglia – soprattutto Bari – era vista come il territorio di Lino Banfi, con un accento completamente diverso. Pensavano che il barese fosse così, fin quando non hanno sentito il vero barese in quel film. Sono impazziti tutti perché non se lo aspettavano. Dopo noi, adesso è Checco Zalone che sta portando a livello nazionale la Puglia e il nostro modo di parlare. Noi de La Capa Gira abbiamo fatto conoscere una Bari completamente diverso. Con quel film, siamo andati ovunque: Shangai, Mosca, Olanda, Belgio e tanti altri posti.
Com’è stato tradotto lì il film?
Faceva ridere. Al Festival di Berlino, le persone tedesche ridevano a crepapelle nel guardare il film, soprattutto per frasi che diciamo solo noi e che è impossibile da tradurre.
Per il grande pubblico della commedia vieni ricordato anche per l’indimenticabile ruolo del cugino di Checco Zalone in Cado dalle nubi. C’è un aneddoto da quel set che non hai mai raccontato a nessuno?
Per Checco Zalone si è trattato del suo primissimo film e, venendo da Zelig e da un contesto televisivo, era abituato a guardare nella telecamera. Al cinema, si deve guardare invece affianco e non dentro la macchina da presa. Il primo film è stato quindi troppo divertente, perché ci fermavamo sempre. Zalone è davvero un fuoriclasse e, anche di quel film, non ci saremmo mai aspettati un tale successo. Prima di quello, avevo fatto tutte parti minori, a parte La Capa Gira che era però un film d’autore. Tra l’altro, l’interpretazione mia e di Fabio Troiano – quella della coppia omosessuale – era stata inizialmente mal vista dal produttore. Abbiamo pensato noi di fare le "checche" e divertirci, proprio perché si trattava di un film di Checco Zalone. Effettivamente, questa linea ha funzionato alla grande.
Checco Zalone ha vissuto in questi mesi un nuovo grande successo con Buen Camino, sia al cinema che su Netflix. Ti piacerebbe tornare a lavorare con lui sul grande schermo?
Magari, certamente. Sarebbe bello fare un ritorno.
Per una reunion di Cado dalle Nubi?
Non sarebbe affatto male, in questi anni siamo tra l’altro diventati tutti un po’ nostalgici.
La tua formazione è teatrale, hai lavorato con grandissimi registi prima di arrivare al cinema. Il teatro è ancora la tua "palestra" preferita? Cosa ti dà il palcoscenico che il set cinematografico non riuscirà mai a darti?
Non ho fatto teatro per molti anni, ma ho avuto questo ritorno con Perfetti Sconosciuti, di 370 repliche e 4 stagioni. C’è stato un riscontro di pubblico davvero notevole, che mi ha fatto venire nuovamente la voglia di lavorare a teatro e di farlo con compagnie giuste e con testi belli. A mio parere, è fondamentale la squadra con cui lo fai. Dopo il Covid, c’è stato un boom di spettacoli dal vivo: la gente va ora più al teatro che al cinema.
Il cinema sta invece affrontando una grande crisi…
Esatto. Ora, quando escono i film al cinema, mi arrivano i messaggi dei miei amici colleghi che sponsorizzano il loro lavoro, come si faceva invece una volta con il teatro. Il che vuol dire che la gente sta iniziando ad andarci meno. Si dovrebbe dare una forbice un po’ più lunga, anche perché le persone preferiscono aspettare e vederlo a casa su qualche piattaforma streaming. Ora si guardano i film a casa, senza sapere la bellezza della condivisione, di una sala che ride davanti a un grande schermo. Quelle sono cose davvero magiche.
In televisione sei entrato nelle case degli italiani con ruoli amatissimi, come l’ispettore Vito Sciuto in Squadra Antimafia o il sovrintendente Pietro Esposito in Distretto di Polizia. Cosa ti è rimasto dentro di quei personaggi della fiction poliziesca che hai interpretato per così tanti anni?
Mi sono divertito tantissimo con gli action movie tra inseguimenti e corse. La fiction ha dei tempi molto più veloci rispetto al cinema, ma ricordo quelle esperienze con tantissime piacere. Si facevano 10 puntate, con contratti della durata di 10 mesi di lavoro. Ora i contratti invece durano molto meno, al massimo 10 settimane. Il lavoro sul set è molto più veloce, soprattutto per la questione dei costi.
Negli ultimi anni hai lavorato spesso a progetti scritti e diretti da tua moglie, Susy Laude. Com’è lavorare insieme? C’è il rischio di portarsi il lavoro a casa?
Discutiamo tantissimo, ma alla fine abbiamo gli stessi gusti. La condivisione del lavoro ci tiene uniti e questo è fondamentale; sinceramente non sarei potuto stare con una persona che facesse un altro lavoro.
C’è un ruolo che stai ancora aspettando, che nessuno ti ha ancora proposto ma che senti di avere nelle tue corde?
Il mio sogno nel cassetto è fare un film western; da ragazzino ne ho visti una quantità industriale. Mi piacerebbe moltissimo indossare i baffi, andare su un cavallo, sarebbe davvero molto bello.
Futuri progetti da raccontarci?
Sto per iniziare una nuova serie, Il Medico di Tutti, con Rocco Papaleo e Antonio Gerardi. Noi siamo tre amici e la storia è ambientata a Maratea, in Basilicata. Iniziamo le riprese la prossima settimana, fino a fine settembre. A ottobre inizio invece uno spettacolo a teatro insieme a Massimo De Lorenzo e Alessandro Tiberi.