Digger, un Tom Cruise degno dell'Oscar immerso nella 'follia' di una catastrofe ambientale: una farsa che arriva dritta al punto. La recensione

Il nuovo film di Alejando G. Inarritu mette molta carne al fuoco, sceglie registri spiazzanti ma ipnotizza per due ore lo spettatore

Valentina Di Nino

Valentina Di Nino

Giornalista

Romana, laurea in Scienze Politiche, giornalista per caso. Ho scritto per quotidiani, settimanali, siti e agenzie, prevalentemente di cronaca e spettacoli.

Lo amerete o lo odierete. E’ un film senza via di mezzo "Digger", l’attesa opera di Inarritu che arriva nei cinema italiani da giovedì 1 ottobre. Noi lo abbiamo amato e qui vi spieghiamo il perché vale la pena di lasciarsi trascinare da una farsa volutamente senza misura che racconta come il mondo si stia dirigendo, a tutta velocità verso la catastrofe.

Digger, recensione del nuovo film "folle" di Alejandro J. Inarritu

Lo fa puntando la telecamera su Digger Rockwell, un anziano magnate del petrolio interpretato da un Tom Cruise opportunamente debordante. Invecchiato, appesantito, incanutito, insomma reso irriconoscibile dal trucco magistrale, l’attore si mette a disposizione della folle storia di Inarritu con grande generosità. Un’interpretazione per la quale si parla, non sorprendentemente, già di possibile candidatura all’Oscar.

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Digger Rockwell, dicevamo. E’ lui al centro di tutto e infatti è lui che dà il titolo al film. Digger (traducibile in italiano come "trivellatore") è un magnate del petrolio con il pelo sullo stomaco spessissimo. Erede di una fortuna iniziata dal nonno, Digger si fa un vanto di averla resa inestimabile scavando tutto lo scavabile, estraendo petrolio anche negli ecosistemi più fragili, sempre in combutta con il suo governo. Digger è uno che va per la sua strada, anche quando gli arrivano tutti gli avvisi possibili sul disastro che la sua avidità e noncuranza sta per causare. Quando la catastrofe avviene Digger è chiamato a mettere una toppa ma, come spesso succede, la toppa sarà peggio del buco.

Nel frattempo che succede tutto questo sullo schermo, lo spettatore viene immerso in un mondo grottesco e folle, in cui i potenti sono tutti "fossili pazzi" che non solo non sanno gestire la normale amministrazione ma riescono a peggiorare la peggiore delle situazioni.

Tom Cruise come non lo avete mai visto e una farsa che arriva dritta al punto

Non basta, perché Inarritu si spinge oltre, molto oltre, aggiungendo piani alla narrazione che diventa una torta abbondantissima e forse per questo, non digeribile per tutti. Eppure, se ci si lascia andare e si entra nel mondo insensato eppure così spaventosamente realistico che il regista riesce a ricostruire, quello di vecchi potenti avidi, ciechi, (ir)responsabili di un futuro rubato a chi viene dopo di loro, ci si accorge che ogni cosa ha un senso, anche il registro del grottesco scelto per sottolineare la follia in cui siamo immersi.

Il monologo centrale di 10 minuti di Tom Cruise poi, vi farà salire lacrime di rabbia e indignazione. Una prova magistrale di scrittura e interpretazione che ipnotizza lo spettatore in un lungo atto d’accusa non solo contro i "potenti" ma contro la società di cui sono espressione quei "fossili folli", la società che è composta da ogni singolo cittadino immerso nelle sue comodità insostenibili e per le quali ognuno di noi, ogni giorno, continua ad alimentare la follia della distruzione del mondo e dunque della propria autodistruzione.

Insieme a Tom Cruise, di cui si rumoreggia già alla candidatura all’Oscar per questo ruolo, il cast vede impegnati una serie di comprimari di lusso, bravissimi a immergersi nella follia della storia: da Riz Ahmed, il giovane e lucidissimo dottore Ganesh che è l’unico vero contraltare di Digger che gli riconosce la dignità di avversario ascoltandolo ma poi andando avanti come si è sempre fatto, a John Goodman nei panni del Presidente degli Stati Uniti e anche lui, come il protagonista, abbastanza irriconoscibile, circondato da yes man e capi delle forze armate che vorrebbero usare l’atomica contro Madre Natura. E ancora: Jessy Plemmons, Sandra Huller e Michael Stulbarg.

Ovviamente tutta la ricca narrazione di Inarritu per quanto scelga il tono della farsa e del grottesco è completamente calata nella nostra realtà contemporanea non solo per la catastrofe ambientale ma anche per i riferimenti agli scenari e alle tensioni geopolitiche in cui siamo immersi: tra Groenlandi, Cina, Russia, Unione Europea e via elencando.

Nel finale, in cui i piani sovrapposti si dilatano, non mancano poi le sorprese. Inarritu aggiunge continuamente carne al fuoco, dalla prima all’ultima scena, in un modo che può risultare spiazzante ma poi ci si accorge che tutto torna, perfettamente. Lo stesso regista lo ha definito "un film folle", ma proprio per questo risulta un film che colpisce nel segno.

Voto: 7,5


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