Il film che nessuno ha mai avuto il coraggio di rivedere: dopo il suo arrivo al cinema è cambiato tutto. Diaz – Non pulire questo sangue
Quattordici anni dopo l'uscita, Diaz – Non pulire questo sangue resta uno dei film italiani più duri da guardare: una notte di violenza raccontata senza sconti

Partiamo dal principio. Nel luglio del 2001 Genova ospitò il G8, il vertice dei capi di stato delle maggiori potenze mondiali, accompagnato da giorni di proteste e scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, decine di agenti di polizia fecero irruzione nella scuola Diaz, usata come punto di appoggio da manifestanti e giornalisti, e quella notte si trasformò in un pestaggio brutale, costato gravi ferite a molte delle persone presenti. Diaz – Non pulire questo sangue, diretto da Daniele Vicari nel 2012 con Claudio Santamaria, racconta proprio quella notte, e la ricostruisce passo passo attraverso gli occhi di chi la visse in prima persona: un giornalista, un vecchio sindacalista, un’attivista tedesca, un vicequestore di polizia.
Un dettaglio del film Diaz con Santamaria che i premi avevano già notato
Quando si parla di questo film, così come di film analoghi, si finisce quasi sempre a discutere di temi come la memoria storica e il coraggio civile di raccontare una pagina scomoda. Solitamente al centro dell’attenzione ci sono gli attori, i registi, e di come la storia possa essere impattante sul pubblico e critica. Si parla però raramente di una cosa molto più tecnica e, in fondo, molto più decisiva: il modo in cui il film è stato montato. Nel cinema, lo sappiamo, gli stessi girati montati in modo diverso possono dare risultati completamente diversi tra loro.
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Entra nel canale WhatsAppNon è un caso che, tra i tanti riconoscimenti ottenuti dal film, ci siano proprio il David di Donatello per il miglior montaggio, assegnato a Benni Atria, e quello per il miglior fonico di presa diretta. Sono premi che il grande pubblico tende a ignorare, ma che qui raccontano qualcosa di essenziale: Diaz funziona prima di tutto per come è costruito, non solo per quello che mostra.
Raccontare il caos senza diventare caotici
La sfida di un film come questo è enorme: come si racconta una notte di violenza vissuta da decine di persone diverse, in punti diversi dell’edificio, senza perdere lo spettatore e senza trasformare tutto in confusione fine a se stessa? Il montaggio di Atria risolve il problema intrecciando i diversi punti di vista dei protagonisti senza una gerarchia chiara tra le storie, lasciando che si scontrino e si sovrappongano proprio come accadde nella realtà. Non è un montaggio che semplifica il caos per renderlo soltanto comprensibile: è un montaggio che organizza il caos, lo rende comprensibile ma non lo addomestica.
Il suono che arriva prima dell’immagine
Giusto per sciolinare una citazione, il premio per il fonico di presa diretta non è un dettaglio da titoli di coda. In più scene del film, il suono dei colpi, delle urla, delle porte sfondate arriva prima ancora che la macchina da presa mostri cosa li ha generati. Il sonoro diretto, registrato sul set e non ricostruito in sala di doppiaggio, dà alla violenza una consistenza fisica che nessuna colonna sonora aggiunta in post-produzione potrebbe replicare. Si sente la presa diretta prima ancora di vederla, e questo crea un disagio diverso da quello visivo: chi c’è nell’altra stanza? Cosa sta succedendo?.
Il parallelo con Detroit di Kathryn Bigelow
Volendo fare un parallelismo con una produzione estera, lo stesso principio guida Detroit di Kathryn Bigelow, film del 2017 sui disordini razziali di Detroit del 1967: anche lì il montaggio cestina la scelta di struttura ordinata a favore di una frammentazione che restituisce la confusione reale della violenza, e il sonoro registrato dal vivo pesa quanto, se non più, delle immagini. Sono due film che condividono la stessa idea tecnica vincente che dimostra come la violenza istituzionale non si possa raccontare nel modo adeguato e convincente attraverso un "montaggio elegante". Si racconta meglio con un montaggio che fa sentire allo spettatore la stessa disorientazione di chi l’ha vissuta.
Un’altra pagina grigia, la polvere sotto al tappeto
C’è poi un altro dettaglio che dice più di ogni recensione su Diaz – Non pulire questo sangue e che può essere oggetto di molte discussioni e svariate interpretazioni.
Va detto con chiarezza, prima di ogni altra cosa: il cinema italiano di memoria civile non è orfano di sostegno. Negli anni il nostro cinema e la nostra fiction hanno raccontato stragi di mafia, terrorismo, pagine durissime della storia recente, spesso con il pieno supporto delle istituzioni e della produzione pubblica. Il cinema civile italiano, quello che guarda dritto ai propri nodi irrisolti, ha una tradizione lunga e importante, da Francesco Rosi a Marco Tullio Giordana.
Diaz – Non pulire questo sangue di Daniele Vicari, però, resta un caso diverso, e proprio per questo istruttivo: a Vicari non furono concessi i finanziamenti in Italia, e l’accesso alla scuola dove si svolsero i fatti non gli fu mai permesso. Il film fu girato quasi interamente in Romania. Non è la regola del cinema civile italiano: è l’eccezione che dice qualcosa di preciso su quella storia in particolare.
Diaz lo dimostra meglio di tante dichiarazioni: il problema non è mai stato il pubblico, che ha riempito le sale e ha premiato il film a Berlino. Il problema è quanto, prima ancora di arrivare sullo schermo, un film così debba lottare solo per poter esistere.
