Da Ghost a The Substance: perché Demi Moore continua a essere l'attrice più sottovalutata del cinema
Striptease la affondò, ma Ghost l'aveva resa immortale: stasera in TV la storia di Demi Moore e del suo film perfetto

Stasera in TV, 31 agosto 2026, su LA5 alle 21:10 c’è un film che tutti abbiamo visto un milione di volte ma che vale sempre la pena rivedere. Partiamo però da un dato che aiuta a inquadrare tutto il resto: quando Bruce Joel Rubin propose la sceneggiatura di Ghost, Hollywood la guardò con sospetto. Rubin arrivava da un percorso decisamente fuori dal comune per il cinema americano: insegnava meditazione, si interessava alla morte, alla coscienza e a tutto ciò che può restare dopo la fine della vita. Un mix di storia d’amore, thriller sul riciclaggio di denaro e spiritualità new age non è esattamente la ricetta che i produttori considerano "sicura". Eppure quel film, uscito nel 1990 per appena 22 milioni di dollari di budget, ne incassò oltre 505 in tutto il mondo, diventando il maggior successo commerciale dell’anno. Dico la mia senza girarci intorno: Ghost funziona, e funziona ancora oggi, proprio perché osa tenere insieme cose che sulla carta non dovrebbero stare nello stesso film, ed è pure divertente grazie a un personaggio che – sulla carta – avrebbe potuto essere solo una macchietta.
Whoopi Goldberg è il vero motore di Ghost, punto
E qui voglio essere netto con la mia opinione: se Ghost funziona così bene, il merito principale è di Whoopi Goldberg. La sua Oda Mae Brown, la sensitiva imbrogliona che si ritrova davvero a sentire i morti, è il personaggio che tiene in piedi l’intero equilibrio tonale del film. La pantera nera (no, in questo caso non è Naomi) porta la comicità necessaria a stemperare una storia che ha come protagonisti i temi del lutto, della paura e della vendetta. La presenza di Goldberg fu decisiva, ma non era affatto scontata: i produttori inizialmente non erano convinti di affidarle il ruolo, e fu Patrick Swayze, già scelto come protagonista, a puntare i piedi, facendo capire che senza di lei non avrebbe girato il film. Una decisione presa contro il parere iniziale della produzione, che si è rivelata quella giusta: Goldberg vinse l’Oscar come miglior attrice non protagonista, diventando la seconda donna afroamericana della storia a vincere quel premio dopo Hattie McDaniel per Via col vento, quasi cinquant’anni prima. Non è solo un bel premio vinto: è un momento storico per Hollywood, ed è stato pienamente meritato.
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Quanto alla scena diventata immagine simbolo dell’intero decennio – quella del tornio da ceramica, con Swayze che si avvicina a Demi Moore sulle note di "Unchained Melody" – resta oggettivamente una delle sequenze più imitate e parodizzate della storia del cinema romantico, e a ragione: funziona ancora, nonostante decenni di citazioni e sfottò. Quello che in pochi ricordano, però, è quanto quella canzone abbia generato un fenomeno discografico più unico che raro: le due versioni dei Righteous Brothers della stessa canzone finirono contemporaneamente in classifica nel 1990, un evento più unico che raro nella storia della musica pop. Un intero mercato discografico mandato in tilt da tre minuti di ceramica e desiderio.
Quello che invece non regge
Ma visto che qui si parla senza filtri, va detto anche cosa non funziona altrettanto bene. La sottotrama thriller – il collega corrotto, il riciclaggio di denaro sporco, l’intrigo finanziario che porta all’omicidio di Sam – resta a mio avviso il pezzo più debole del film, quello che oggi guardiamo sicuramente con più distacco e che viene meno ai ricordi. Si tratta quasi più di pretesto necessario per far scattare la storia d’amore piuttosto che una linea narrativa interessante di per sé. E alcuni effetti visivi, per quanto all’epoca ammirati, mostrano oggi chiaramente il peso dei decenni. Sono difetti che non intaccano il valore complessivo del film, ma fingere che non esistano sarebbe disonesto.
Demi Moore, il film che l’ha resa un’icona e quelli che l’hanno quasi affondata
Da qui in poi voglio parlare della carriera di Demi Moore, attrice che io adoro sin da bambino. Questo perché se è vero che Ghost è il punto più alto di una traiettoria fatta di scelte coraggiose, non mancano i punti più bassi. Pochi anni dopo il trionfo di Ghost, Moore accettò Striptease, film del 1996 tratto da un romanzo di Carl Hiaasen, per un compenso record di 12,5 milioni di dollari – una cifra clamorosa per un’attrice donna a metà degli anni Novanta. Il risultato, però, fu un disastro critico quasi unanime, premiato con più Razzie Award, incluso quello di peggiore attrice. Il film è oggettivamente brutto, e resta uno degli esempi più lampanti di come Hollywood, negli anni Novanta, non sapesse fare altro con un’attrice di enorme richiamo commerciale che sfruttarne il corpo, invece di darle un ruolo degno del suo talento.
Diverso il discorso per Soldato Jane del 1997, diretto da Ridley Scott, dove Moore interpreta la prima donna ad affrontare l’addestramento dei Navy SEAL. All’epoca il film ricevette un’accoglienza tiepida e un incasso deludente. Ma rivisto oggi, con la testa più libera da certi pregiudizi dell’epoca sul ruolo delle donne in ambito militare, regge decisamente meglio: è una performance fisica totale, coraggiosa, che anticipava discussioni sul genere e sui corpi militari che il cinema avrebbe affrontato più apertamente solo molti anni dopo. Se dovessi consigliare quale dei due riscoprire oggi tra i due, non avrei dubbi: Soldato Jane, senza esitazione (anche se la scena in barca in Striptease ammetto di averla apprezzata durante l’adolescenza)
.Il vero smacco, e va chiamato con il suo nome
La memoria collettiva a volte gioca brutti scherzi: Demi Moore non ha vinto nessun Oscar recente. Con The Substance nel 2024, la sua interpretazione più intensa e coraggiosa di sempre, ha vinto Golden Globe, Critics Choice e SAG Award, arrivando alla notte degli Oscar 2025 come la favorita assoluta per il premio come miglior attrice protagonista. Poi l’Academy ha scelto Mikey Madison per Anora, in una decisione che ha lasciato buona parte della critica e del pubblico letteralmente sbalordita. Dico la mia senza remore: penso che Demi Moore meritasse quella statuetta, e non lo dico solo per sentimentalismo verso una carriera lunga quasi cinquant’anni. C’è un’ironia quasi crudele nel fatto che The Substance racconti proprio di una donna che viene scartata dall’industria in favore di una versione più giovane di se stessa, e che la notte degli Oscar abbia finito per replicare esattamente quella dinamica nella realtà.
Guardando tutto insieme – Ghost, il disastro di Striptease, Soldato Jane, lo smacco recente per The Substance – quello che resta è il ritratto di un’attrice costantemente sottovalutata da un’industria che ha continuato a chiederle di dimostrare, film dopo film e decennio dopo decennio, di meritare un posto che le sarebbe dovuto spettare da tempo. Ghost resta il suo film più amato e, probabilmente, quello meglio riuscito nel suo insieme. Ma se c’è una lezione da trarre ripercorrendo la sua carriera oggi… il talento di Demi Moore non ha mai avuto bisogno di essere dimostrato. È l’industria che ha impiegato trentaquattro anni buoni per accorgersene fino in fondo – e nemmeno allora, alla fine, le ha dato quello che meritava.
