Darko Peric: "Cinema italiano meglio di Hollywood, qui c'è caos creativo. Sogno di fare il nuovo Attila" - Intervista a Helsinki de La casa di carta
L'attore serbo diventato celebre nei panni di Helsinki è tra i protagonisti di Greta e le favole vere, con Bova e Impacciatore. Con lui abbiamo parlato di fumetti, basket e del peso del successo

Il viaggio di Darko Peric riparte dall’Italia. L’attore serbo, diventato celebre in tutto il mondo grazie al ruolo di Helsinki ne La casa di carta, è tra i protagonisti di Greta e le favole vere, il nuovo film di Berardo Carboni presentato in anteprima Fuori Concorso alla 56ª edizione del Giffoni Film Festival prima di arrivare nelle sale il 6 agosto con Vision Distribution.
Accanto a Raoul Bova, Sabrina Impacciatore, Donatella Finocchiaro, Federico Cesari e ai giovani Sara Ciocca e Mattia Garaci, Peric interpreta uno dei due bracconieri che catturano un cucciolo di orso polare, dando il via a una favola ecologista ispirata alla figura di Greta Thunberg. Un ruolo da antagonista che, però, l’attore legge in modo diverso: "I cattivi non hanno sempre la faccia dei cattivi", ci racconta spiegando come spesso il male si nasconda dietro persone apparentemente insospettabili.
Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp
Entra nel canale WhatsAppL’occasione diventa così il punto di partenza per parlare di molto altro. Dei quasi dieci anni trascorsi dal fenomeno mondiale de La casa di carta, di un successo che ancora oggi fatica a spiegarsi, del confronto tra cinema europeo e americano, ma soprattutto del rapporto speciale che negli ultimi anni ha costruito con l’Italia. "Qui mi sento come a casa", racconta in esclusiva a Libero Magazine, ricordando di essere cresciuto con i fumetti Bonelli, i film di Sergio Leone, Bud Spencer e Terence Hill. E definendo il nostro cinema con un’espressione che riassume perfettamente il suo punto di vista: "È un caos creativo".
Darko, nel film interpreti uno dei bracconieri. Eppure il messaggio ecologista di Greta e le favole vere sembra toccarti molto da vicino, anche per il tuo passato da veterinario.
«Certo. Sono laureato in veterinaria, ma oggi sono un attore e un attore deve rappresentare tutto il mondo, anche i cattivi, che purtroppo esistono. Però credo che oggi ci sia soprattutto bisogno di educazione. I giovani imparano da noi, ma hanno anche molte più possibilità di informarsi rispetto a quando eravamo ragazzi. Attraverso i social vedono quello che succede nel mondo, capiscono quali sono le cose che fanno bene e quelle che fanno male. Per questo penso che ci sia bisogno di progetti come Greta e le favole vere, che parlano di ecologia e aiutano a sensibilizzare».
Un po’ per l’accento, un po’ per l’aspetto fisico, ma negli anni ti hanno affidato spesso ruoli da antagonista. Ti è mai capitato di rifiutarne qualcuno perché troppo stereotipato?
«Sì, ma non ho problemi a essere un caratterista: uno dei miei grandi modelli è Christopher Lee, che ha interpretato tantissimi cattivi iconici, da Dracula a Saruman. Il punto non è fare il cattivo, ma renderlo credibile. A me piace quando un personaggio non è cattivo al cento per cento. Anche Igor, in questo film, è un bracconiere, però fa di tutto per rendere felice sua moglie. È un po’ come succede nella vita: spesso i veri cattivi non hanno la faccia dei cattivi…».
Negli ultimi anni hai lavorato tantissimo con registi italiani. Da dove nasce questo legame con il nostro Paese?
«Perché in Italia mi sento davvero come a casa. La mentalità è molto simile a quella del Paese da cui vengo. Sono cresciuto in Jugoslavia con la cultura italiana: leggevo i fumetti Bonelli, guardavo Bud Spencer e Terence Hill, gli spaghetti western di Sergio Leone e Sergio Corbucci. Da bambino il Festival di Sanremo era un evento enorme, poi crescendo ho scoperto Fellini, Pasolini e Bertolucci. Ho sempre sognato di fare cinema in Italia e quando finalmente ci sono arrivato ho ritrovato un’atmosfera familiare. E poi c’è una cosa che adoro: l’Italia è un caos, ma è un caos creativo».
Hai citato i fumetti, una tua grande passione. C’è un personaggio che sogni ancora di vedere adattato per il cinema?
«Più di uno. Il primo che mi viene in mente è Corto Maltese. Ho visto le versioni animate, ma non un vero live action, secondo me potrebbe diventare un grande film o una grande serie e mi piacerebbe farne parte, magari interpretando Rasputin. Ma il mio preferito resta Martin Mystère, anche quello lo immagino benissimo come serie. Capisco che adattare un fumetto non sia semplice e che ci siano tanti problemi legati ai diritti. In Italia ci hanno provato con Dampyr, Dylan Dog, Diabolik... Non è facile, soprattutto senza i budget dei grandi film Marvel. Però credo che i fumetti italiani abbiano ancora tantissimo da dare al cinema».
L’anno prossimo saranno dieci anni dalla prima stagione de La casa di carta. Quando hai capito che quella che stavate facendo non era una serie come le altre, ma sarebbe diventata un fenomeno mondiale?
«A dire la verità non credo di averlo mai capito davvero. Me ne sono accorto quando ho visto che il mio Instagram era esploso in tutto il mondo. Lavoravo già da tanti anni in Spagna, lì ero conosciuto, ma una cosa del genere non me la so ancora spiegare. Forse è stato il momento giusto, forse il fenomeno Netflix, forse la qualità della serie… Fatto sta che la serie è più viva che mai, visto che dopo Berlino hanno annunciato un altro spin-off che allargherà ancora l’universo de La casa di carta».
Il tuo Helsinki è uno dei personaggi più amati della serie. Ti pesa essere ancora identificato soprattutto con lui?
«Dipende. Nella vita privata quella fama mondiale a volte può essere pesante. Mi ricordo quando sono stato a Taormina poco dopo il boom della serie: avrò fatto migliaia di selfie… Mi sono sentito come Haaland in questi giorni (ride). Però fa parte del mestiere, succede a tanti attori. Elijah Wood sarà sempre Frodo, Daniel Radcliffe sarà sempre Harry Potter, io sarò sempre Helsinki. Sono pochissimi gli attori che riescono a essere ricordati per tanti personaggi diversi, come Harrison Ford con Star Wars, Blade Runner e Indiana Jones».
Nonostante il successo televisivo, continui a dire che il tuo primo amore resta il cinema. Perché?
«Perché il cinema ti dà qualcosa di diverso. Un film dura sei settimane, due mesi, poi passi a un altro progetto. Una serie può impegnarti quattro mesi come quattro anni. E poi nel cinema c’è sempre la possibilità di arrivare in un grande festival, a Cannes, Berlino o Venezia… Esiste una dimensione artistica diversa. Questo non vuol dire che non mi piacciano le serie, anzi, però preferisco le miniserie da otto o dieci episodi. Ti confesso che non ho mai visto Breaking Bad o Peaky Blinders: sono troppo lunghe per me».
Hai lavorato tra Spagna, Francia, Italia e Serbia. Hollywood è mai stata un obiettivo?
«Ti faccio un paragono con il basket, un’altra mia grande passione. Io preferisco il basket europeo, ma se un giocatore riceve una chiamata dall’NBA è difficile dire di no. Se arrivasse un grande blockbuster lo farei volentieri, però trasferirmi a Los Angeles ad aspettare un’occasione non mi interessa. Oggi il cinema è globale: tanti registi europei lavorano con produzioni americane e tanti grandi film americani vengono girati qui. Io sto bene in Europa».
In Greta e le favole vere hai lavorato con tanti attori italiani. C’è qualcuno che ti ha sorpreso particolarmente?
«Col regista Berardo Carboni siamo diventati amici e quando vado a Roma ci vediamo sempre. Poi ho scoperto Sabrina Impacciatore, Donatella Finocchiaro e Raoul Bova. All’epoca non conoscevo quasi nessuno di loro, poi ho recuperato i loro film e nel frattempo Sabrina con White Lotus è diventata una star globale. E mi ha colpito tantissimo Sara Ciocca. Durante le riprese era solo una ragazzina, oggi è una giovane donna, ma già allora aveva un metodo incredibile. Sembrava di lavorare con un’attrice di trent’anni».
Se potessi scegliere liberamente il tuo prossimo ruolo, quale sarebbe?
«Ho due sogni completamente opposti. Da una parte un grande fantasy epico, qualcosa nello stile de Il Signore degli Anelli. Dall’altra una commedia popolare, di quelle che fanno ridere davvero. Mi piacciono gli attori che arrivano alla gente, penso ad Alberto Sordi e Totò. Ecco, mi piacerebbe fare una commedia come Attila».
In effetti ti ci vedrei bene nel ruolo di Attila…
«Guarda, ho conosciuto Diego Abatantuono e ci siamo detti: "Dobbiamo fare qualcosa insieme". Gli ho proposto: "Io faccio lo sbabbaro che arriva dall’Est e vuole distruggere Roma…". Chissà, magari un giorno succede davvero!».
