Dargen D'Amico, dopo il flop a Sanremo cambia rotta (e ci inganna): com'è il nuovo album 'Doppia Mozzarella'

Doppia mozzarella è il doppio album di Dargen D'Amico che fa cambiare volto persino al brano di Sanremo, AI AI. La nostra recensione

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Dimenticate l’immagine rassicurante dell’amicone che fa ballare l’Ariston con gli occhiali da sole perennemente calati sul naso. Se pensavate che Dargen D’Amico fosse solo l’anima della festa di Sanremo 2026, Doppia Mozzarella – il suo nuovo attesissimo album uscito il 27 marzo 2026 – è qui per scuoterci dal torpore. Dietro le melodie lo-fi, il folk popolare e le barre rap vertiginose, si nasconde un disco denso, pessimista e spaventosamente lucido.

Perché, in fondo, Dargen D’Amico ci ha un po’ ingannati: ha usato il palco più nazionalpopolare d’Italia per camuffare un’opera che racconta il muro verso il quale ci stiamo schiantando, mentre noi, distratti dal ritmo, continuiamo a fischiettare. Questa intenzione, a dire il vero, era già stata portata sul palco di Sanremo durante la serata delle cover, quando ha cantato alcuni versi de Il Disertore di Ivano Fossati sulla base originale di Su di noi di Pupo. Una scelta passata quasi sotto traccia, archiviata come l’ennesimo sberleffo stravagante, ma che in realtà era un grande indizio di come sarebbero andate le cose: il contrasto violento tra il disimpegno pop e la tragica realtà. Ma com’è davvero il nuovo disco?

Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp

Entra nel canale WhatsApp

AI AI

L’apertura è affidata al brano sanremese, che qui ha un significato tutto nuovo. Se all’Ariston è parso un divertissement un po’ alieno (e infatti il 27esimo posto ne testimonia l’incomprensione generalizzata), nel contesto del disco diventa un manifesto politico. È il ritratto di una società che ha appaltato il cervello alle macchine, perdendo la bussola del proprio destino.
Voto: 6.5

Pianti Grassi

Nella seconda traccia di Doppia Mozzarella, il tono si fa più cupo. Dargen D’Amico parla di fallimento come un passaggio obbligato, quasi come una condizione esistenziale inevitabile. Quel verso, "Sono pessimista però è una fase", è già l’inno dei tromboni Millennial alla Che Fastidio! di Ditonellapiaga.
Voto: 7

Ottaviano

Una delle vette melodiche del disco. Sotto una veste da ballata d’altri tempi, l’autore nasconde un’indagine sulla paura e sulla fede. Attraverso la figura di Ottaviano, l’amante della Zia Rosa che sa di talco e saponetta, Jacopo ci parla della fine delle certezze ("la crisi dei sempre").
Voto: 7.5

Centri Commerciali

Un ritorno alla Milano più cinica, che entra ruvida nei primi versi contati in dialetto stretto. È una critica dissacrante alla nostra ossessione per la rilevanza digitale: siamo quelli che pagano cene gourmet solo per fotografarle, dimenticandoci di vivere davvero.
Voto: 6

Piove Metallo

Invece dei synth da club, troviamo battimani e un’atmosfera da festa di piazza. È un folk-rap che sembra allegro finché non ci si ferma ad ascoltare il testo: il mondo descritto è pesante, meccanico e privo di ossigeno. Un contrasto che stordisce.
Voto: 6.5

Tecno Tango

Tra cumbia, contrabbando e fiumi di Barbera, Dargen D’Amico costruisce una corazzata che tiene insieme l’urban milanese e il folk rurale. Oscuro e vertiginoso insieme, è la prova che nessuno sa maneggiare il caos meglio di lui.
Voto: 8

Non Bevo Non Fumo

Un martello pneumatico urban dove il drumming non lascia scampo. Dargen qui sputa rime a raffica, trasformando l’astinenza in un atto politico di resistenza. È un pezzo ossessivo, che ti si pianta in testa e non se ne va più.
Voto: 7

Storie

Un’incursione in territori R&B. È una riflessione sulla potenza dell’immaginazione: le storie più grandi sono quelle che non sono mai accadute perché restano intatte nella loro perfezione mentale. Malinconico e necessario.
Voto: 7

Prima nudi chiamavamo amore

Via i lustrini, resta solo l’hip hop crudo. Si parla di addii, di mutui, di vita che morde. È il Dargen più onesto e meno mediatico, quello che scrive per esorcizzare le proprie macerie personali prima ancora di quelle degli altri.
Voto: 7.5

L’ascensore

Il suono del sax distrae parecchio ma il brano è uno schiaffo di realismo. Una disamina spietata del successo e dell’ascensore sociale inteso come illusione per chi non può permettersi nemmeno le scale. Crudo e terribilmente attuale.
Voto: 7

Doppia mozzarella

La title track è un omaggio velato alla comicità malinconica dei grandi, non a caso si nominano Roberto Benigni e Massimo Troisi. C’è la pizza come conforto povero e la rassegnazione che, nonostante l’impegno, le cose tendano a guastarsi.
Voto: 6.5

Moto ondulatorio

Uno spoken word in stile Beat Generation e imprevedibile che fluttua tra considerazioni anatomiche esplicite e riflessioni sull’imbecillità umana. È Dargen che pensa a voce alta sulla musica, dimostrando una libertà espressiva che pochi altri possono permettersi.
Voto: 7

Ipertesto

La chiusura è un lungo viaggio autoreferenziale e dilatato. Racconta se stesso attraverso le lenti della Rete e della memoria corporea. Un finale aperto, in cui il brano si scompone in mille link diversi, lasciandoci con più domande che risposte.
Voto: 7


Potrebbe interessarti anche