Damiano David torna a casa, ma Marlena è ormai lontana: la reunion con i Måneskin che rischia di rovinare tutto
I Måneskin tornano insieme, ma siamo davvero certi che sia la mossa giusta? La reunion annunciata da Fiorello riporta sul palco un Damiano David che guarda altrove. E che potrebbe non piacere più

La notizia più attesa è arrivata, tra un pisolino e l’altro: i Måneskin tornano insieme. È accaduto così che il destino della rock band italiana più famosa al mondo sia stato sigillato tra i microfoni sornioni di Fiorello durante La Pennicanza, il contenitore trasmesso su Rai Radio2. Damiano David può anche tornare a casa. Il punto è capire quale casa troverà davvero ad aspettarlo. Perché se la reunion del gruppo dovesse consumarsi davvero a Sanremo 2027, più che il ritorno di una band sembrerebbe l’attuazione impeccabile di un piano già scritto altrove.
Secondo quanto riferito da Fiorello, l’incontro con Ethan Torchio e Thomas Raggi agli Internazionali di Tennis a Roma avrebbe prodotto la conferma della reunion che si caldeggiava ormai da tempo. Ed è proprio questo il dettaglio che rende la notizia meno romantica di quanto appaia. Non il possibile ricongiungimento in sé, che avrebbe anche un senso naturale per una band mai davvero uscita dall’immaginario del pubblico, ma il modo in cui viene raccontato: con una data, un palco e perfino una cornice già apparecchiata.
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Entra nel canale WhatsAppLa metamorfosi di Damiano e il peso dell’Erasmus
L’annuncio arriva in un momento di transizione delicatissimo, e per capirlo davvero bisogna soffermarsi su quello che Damiano David sta costruendo lontano dalla band. Damiano ha definito questo periodo un "Erasmus", un tempo di studio e scoperta per tornare poi arricchiti alla base. Ma il viaggio artistico che sta vivendo è qualcosa di molto più profondo e radicale di una vacanza studio, perché si tratta di una riscrittura di sé, condotta proprio mentre il personaggio che lo ha reso famoso rischiava di inghiottirlo. Che senso avrebbe, adesso, resettare tutto? E soprattutto, il pubblico italiano è davvero pronto a vederlo così cambiato?
Con Funny Little Fears, il suo primo lavoro da solista, Damiano David ha intrapreso un viaggio introspettivo che lo porta lontano dai riff di chitarra e dalla posa del frontman invulnerabile, verso una fragilità quasi teatrale, ispirata a figure come Fred Astaire e Gene Kelly. Un cambio di registro coraggioso, perché significa rinunciare alla corazza che il pubblico ha imparato ad amare per mostrare qualcosa di più distruttibile. I singoli Silverlines e Born with a Broken Heart hanno mostrato un artista diverso, che non ha più paura di mostrarsi per quello che è per scegliere l’imperfezione come linguaggio invece di nasconderla sotto strati di estetica glam.
E poi c’è il tour mondiale solista, trenta date tra settembre e dicembre 2025, con tappe a Tokyo, Los Angeles, Parigi, Milano, Roma, Londra, New York. Non è la mossa di qualcuno che sta testando le acque in attesa di tornare al sicuro nella band ma la dichiarazione di un artista che vuole competere con i pesi massimi del pop anglosassone, che cerca il centro del palcoscenico mondiale con il proprio nome, non con quello dei Måneskin.
A questo punto, il conflitto si fa bruciante: gettare il peso di una reunion già scritta su questo percorso significa depotenziare ogni sforzo di emancipazione. Se il pubblico sa già che nel 2027 Damiano tornerà a indossare i panni del frontman dei Måneskin all’Ariston, con quale spirito potrà davvero accogliere le sue sperimentazioni soliste? La risposta implicita diventa sempre la stessa, perché la verità è che aspettiamo il ritorno vero. E così tutto quello che fa da solo, per quanto potente, viene retrocesso a parentesi.
Il ritorno di Marlena
Marlena non è mai stata una persona, ma un concetto di libertà, ispirazione, quella musa che faceva elevare la band sopra ogni cosa. In Torna a casa, la preghiera era rivolta a questa entità affinché tornasse a scaldare l’anima dei musicisti. Oggi, però, Marlena sembra essere diventata il fantasma di un successo che il management non vuole lasciar andare. La reunion del 2027 rischia di essere l’invocazione di una Marlena stanca, richiamata in servizio non da una necessità creativa, ma da un calcolo necessario per garantire il funzionamento della macchina Sanremo.
Le teorie dei fan, che vedevano nel video di The Loneliest il funerale simbolico di Marlena, assumono oggi una luce nuova e inquietante. Se Marlena è morta simbolicamente per lasciare spazio alle carriere soliste, resuscitarla per Sanremo 2027 equivale a compiere un atto di necrofilia artistica. Il rock dei Måneskin si è sempre nutrito di una certa fame, di quella rabbia di chi deve conquistare il mondo partendo dalla strada. Una reunion programmata un anno prima, in un contesto istituzionale come quello del Festival, è l’esatto opposto di quella fame ma è più la sazietà di chi ha già tutto e deve solo gestire il patrimonio. Il pericolo è che la "casa" a cui Damiano dovrebbe tornare non sia più il luogo della libertà, ma una prigione dorata fatta di obblighi verso la Rai e verso una gestione che non fa bene al suo nuovo percorso e svuota di significato anche il ritorno della band.
Il sistema Ferraguzzo
Fabrizio Ferraguzzo, manager storico dei Måneskin e figura centrale dell’industria musicale italiana con Exitmusic e Moysa, è stato ufficializzato come consulente musicale di Stefano De Martino per Sanremo 2027. E in un mercato lineare, la notizia che il manager della band principale del Paese sia anche colui che aiuta il direttore artistico a scegliere canzoni e ospiti del Festival solleverebbe interrogativi etici profondi. La Rai ha provato a rassicurare l’opinione pubblica parlando di "lavoro in team" e "separazione delle funzioni", ma la realtà è che Ferraguzzo controlla una parte enorme della filiera: dalla produzione discografica alla gestione degli influencer tramite Stardust, fino alla consulenza per il più grande evento televisivo europeo.
In questo quadro, la reunion dei Måneskin a Sanremo 2027 non sembra più un evento artistico spontaneo, ma il tassello finale di un piano già studiato. L’Ariston cessa di essere il luogo del confronto tra diverse visioni musicali per diventare l’hub di un unico grande sistema gestionale. Se Ferraguzzo è il consulente di De Martino, e Ferraguzzo è il manager dei Måneskin, chi sta davvero decidendo che la reunion debba avvenire proprio lì e proprio allora? Il rischio è che il Festival si trasformi in una vetrina riservata agli artisti dello stesso giro, penalizzando sistematicamente chi si muove al di fuori di queste dinamiche di potere consolidate.
Le reunion all’Ariston, tra storia e spettacolarizzazione
Sanremo ha sempre avuto un rapporto privilegiato con le reunion, ma raramente queste sono state programmate con tale freddezza burocratica. Nel 2023, il ritorno degli Articolo 31 e di Paola & Chiara ha funzionato perché intercettava un sentimento di nostalgia dopo decenni di assenza: erano artisti che avevano concluso il loro ciclo e tornavano per celebrare un nuovo percorso.
I Måneskin, invece, sono nel pieno della loro rilevanza internazionale. E annunciare una reunion mentre sono ancora caldi come solisti è una mossa che rischia di bruciare il valore della band stessa, di svuotare di significato sia il ritorno che la pausa che lo precede.
Stefano De Martino, il nuovo volto della conservazione Rai
La scelta di Stefano De Martino come direttore artistico e conduttore a partire dal 2027 indica una chiara volontà della Rai di stabilizzare il brand Sanremo dopo le scosse di assestamento post-Amadeus. De Martino è il conduttore perfetto per la "nuova" Rai: giovane, rassicurante, mediatore tra il linguaggio tra quello della televisione classica e quello dei nuovi media. Ma la mancanza di un background radiofonico o prettamente musicale – a differenza di predecessori come Carlo Conti, Amadeus o addirittura Claudio Baglioni – lo rende strutturalmente dipendente da figure tecniche come Ferraguzzo.
Se il direttore artistico non ha una visione musicale propria, il Festival potrebbe diventare un contenitore vuoto riempito dalle strategie delle major e dei grandi manager. La reunion dei Måneskin diventa quindi la foglia di fico per coprire un’eventuale assenza di direzione artistica innovativa: il grande evento che mette tutti d’accordo, che garantisce i titoli internazionali e che permette a De Martino di debuttare con un successo assicurato.
Ma il rock, o quello che i Måneskin hanno rappresentato, non dovrebbe servire a stabilizzare il programma. Nel 2021, Zitti e Buoni è stata una scossa elettrica per un Paese in lockdown. Nel 2027, la loro reunion programmata appare più come un tranquillante somministrato a un pubblico che chiede solo di rivedere le proprie icone, indipendentemente da ciò che hanno ancora da dire.
