Cristina Donadio: "Scianel è stata il mio supereroe, mentre giravo Gomorra avevo il cancro. La scena del canto è nata grazie al vino"
L'attrice, ospite d'onore al Nantes Films & Series Festival, racconta il successo di Scianel, la battaglia contro il tumore e i nuovi progetti in scena.

C’è un volto che il grande pubblico internazionale riconosce immediatamente, anche senza saperne il nome: quello di Scianel, la boss camorrista in tuta leopardata che ha dominato le stagioni di Gomorra con una ferocia silenziosa e assoluta. Dietro quel volto c’era Cristina Donadio, attrice con una carriera che affonda le radici nel 1977, quando debuttò in scena accanto a Nino Taranto, e che nel tempo l’ha portata a lavorare con Andrea De Rosa, Luca De Fusco, Aroldo Tieri, Aldo Giuffrè, Giuliana Lojodice, Enzo Moscato, Mario Martone e molti altri. Un percorso fatto di teatro di ricerca, cinema d’autore e televisione, che Gomorra ha poi consegnato all’immaginario collettivo mondiale.
L’abbiamo incontrata alla vigilia del suo viaggio a Nantes, dove sarà ospite d’onore della prima edizione del Nantes Films & Series Festival de la Butte, una nuova realtà culturale franco-italiana fondata e diretta da Sandrine Aloa-Mani nata per costruire ponti tra artisti, quartieri e culture diverse. Un doppio riconoscimento ad aspettarla: l’Excellence Award e il Women in Light Award.
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Entra nel canale WhatsAppIntervista Esclusiva a Cristina Donadio, la star di Gomorra
Cristina, ricevi due premi nella stessa serata: l’Excellence Award e il Women in Light Award. Qual è stata la prima cosa che hai pensato quando ti hanno comunicato questo doppio riconoscimento?
Prima ancora di sapere che avrei ricevuto due premi, sono stata felice di essere stata invitata a questa prima edizione di un festival che nasce con tutte le caratteristiche migliori. Al di là del glamour, al di là del red carpet, cerca davvero uno scambio umano tra persone che fanno lo stesso mestiere in paesi diversi, . E poi ancora, sulle caratteristiche del cinema in Italia, su come viene vissuto e prodotto, e su come invece avviene in Francia. La struttura del festival, che la direttrice Sandrine Aloa-Mani mi ha spiegato nei minimi dettagli, mi ha affascinata e incuriosita molto.
Conoscere realtà più o meno lontane, geograficamente o anche lavorativamente, è sempre una ricchezza. Essere poi l’unica attrice italiana presente, ambasciatrice di quello che è la mia esperienza, mi dà una grande gioia. I premi? Ne sono orgogliosa, sono felice.
Secondo te qual è la forza che rende certe storie italiane capaci di parlare anche a un pubblico internazionale?
Non tutte le storie nate in Italia hanno questa forza – esattamente come non tutte quelle che arrivano dalla Francia diventano un cult da noi. Ci sono storie che lasciano il segno in modo molto profondo perché vanno al di là dei confini del paese che le racconta. Sono storie spesso brutte, esemplari dal punto di vista della potenza narrativa, ma che raccontano qualcosa che potrebbe accadere ovunque: nelle banlieue francesi come nelle periferie di Londra. C’è stata una serie inglese girata nelle periferie londinesi che mi ricordava molto Gomorra, perché le periferie del mondo si assomigliano.
Gomorra racconta un frammento di storia vera accaduta alla periferia di Napoli – non racconta Napoli, non racconta il buono. Gomorra racconta il male per scelta e parla di quella periferia in cui, intorno agli anni Duemila, il clan Di Lauro dominava. Così come esistono film che raccontano la yakuza giapponese o la famiglia Corleone ne Il Padrino: il male esiste ovunque, e molte volte è più affascinante da raccontare rispetto al bene.
Quando c’è il male, archetipicamente il male, tutto questo diventa universale. Un racconto del genere – se girato bene ed è un prodotto cinematograficamente di livello – è vincente e in grado di entrare nell’immaginario collettivo non solo nel paese di appartenenza, ma del mondo intero. Questo succede anche con le serie straniere che arrivano da noi. Quando si parla di un argomento davvero globale – come le mafie, le periferie malate, il disagio dei ragazzi che vivono in zone a rischio – si valicano i confini.
Hai interpretato molte donne complesse nella tua carriera. Cosa ha rappresentato per te portare personaggi così lontani dagli stereotipi?
Ho sempre cercato di dare ai personaggi una cornice lontana dagli stereotipi attraverso l’autenticità, anche quando i personaggi sono distantissimi da noi nella realtà. Con Scianel, il rischio di cadere nella macchietta era enorme. Sarebbe bastato poco per farla diventare un banale cliché. La linea era sottile, tant’è vero che poi è stata riproposta in chiave comica (egregiamente) da Barbara Foria, che nel suo sketch Cotto e Ammazzato ha preso tutte quelle caratteristiche del personaggio e ci ha giocato sopra.
Quando mi chiedevano di scherzare con il mio personaggio, rispondevo sempre: non c’è niente su cui scherzare. Scianel è folle anche quando fa una battuta, ti strappa un mezzo sorriso senza mai toglierti la paura di dosso. Era veramente fuori da ogni schema e raccontava l’orrore in modo unico.
Poi c’è la famosa scena in cui canta…
Quella non era scritta da nessuna parte, è venuta fuori in modo davvero casuale. È un aneddoto che ho raccontato più volte: eravamo tre donne – Francesca Comencini, Valeria Parrella e io – e decidemmo di uscire a divertirci bevendo una bottiglia di vino. Durante la serata il discorso finì su questo tema, e Francesca disse: "Ma secondo te Scianel lo può fare?" E io risposi: lo può fare, perfettamente.
Hai portato sullo schermo forse il lato più intimo e femminile di Scianel…
Sì, quella parte femminile che nella quotidianità viene relegata ai momenti speciali, perché lei è sempre stata molto impegnata a rivendicare sempre la sua parità con gli uomini…Tutto ciò che riguarda la femminilità, la sessualità, passava in secondo piano – perché così è la regola. È un momento intimo ma soprattutto altamente drammatico, perché non a caso avviene mentre sta succedendo qualcosa di molto grave al figlio. Preciso che per me il montaggio della scena è geniale.
Qual è il ricordo più bello che ti porti da quell’esperienza?
Sono tanti, Scianel non potrà mai uscire dai miei ricordi né dal mio tessuto più profondo.. Mentre giravo Gomorra, ho avuto un cancro al seno. Scianel è stato quasi il mio supereroe.
La mattina indossavo quelle tute leopardate – o dai colori sgargianti – con un solo pensiero: scendo a combattere. Perché quello che faceva Scianel era una guerra – una guerra per il potere – quindi: vado a combattere. Scianel era un modo per vivere da supereroe del male, era il mio vestito che mi proteggeva da tutto quello che mi stava accadendo. Poi tornavo a casa – magari a notte fonda – e a quel punto potevo permettermi di vivere la mia fragilità. Ma per tutto il giorno ero stata untouchable, anche dal cancro al seno.
La vita a volte è bizzarra, ti riserva sempre grandi sorprese. Mentre stai vivendo qualcosa di molto gratificante può arrivare qualcosa che nessuno mette in conto che possa accadere (o anche il contrario).
A tal proposito, ho letto di recente un libro che tocca proprio questo tema: Succede sempre qualcosa di meraviglioso. Parla di un ragazzo nella fase post-università. Aveva già programmato tutta la sua vita, ma viene completamente stravolta da eventi negativi. Per tutta una serie di vicissitudini parte, su richiesta del nonno, per un viaggio. E da lì succedono cose. È molto, molto bello.
La proiezione di Gomorra per i ragazzi del quartiere
Sempre legato a questo tema, volevo chiederti della proiezione di Gomorra davanti ai ragazzi del quartiere popolare.
Sì, nel centro sociale.
Esatto. Cosa diresti a un giovane che pensa di non avere alcuna scelta nella vita?
Sì, il festival ha anche questi aspetti sociali e ritengo sia compito di chi racconta le storie farlo con la speranza che possano aprire delle finestre su cui ragionare (soprattutto quando sono storie che arrivano dal reale, storie realmente vissute).
Molti ragazzi vengono attratti dall’idea del guadagno facile. Però, per quanto più c’è un lato oscuro dentro di noi, tanto più ci sarà il lato di luce che gli corrisponde. A volte basta cambiare il punto di vista. Non esiste solo il luogo scuro. Per quanto più c’è il buio, tanto più ci sarà la luce – basta esserne consapevoli e sapere che ognuno può andare a scavare nei meandri del buio per poi portare alla luce tutto questo e farlo diventare altro. Come sempre, le parole sono molto più facili delle cose… ma credo in questo concetto. Sicuramente fare una scelta come quella di entrare in certi ambienti non è qualcosa che puoi decidere perché ti affascina un personaggio.
La criminalità è cambiata nel corso degli anni, oggi non esistono più i grandi capi. Tuttavia c’è una manovalanza molto numerosa, fatta anche di ragazzi che non sanno neanche cosa significhi davvero. La percezione del rischio completamente cambiata, il valore della vita si è allontanato. È molto complicato parlare di questo oggi e del perché siamo arrivati a questo punto: siamo un paese, anzi un mondo, allo sbando da questo punto di vista
E invece in ambito teatrale? Cosa ti sentiresti di suggerire ai giovani d’oggi?
Un attore che resta nella sua comfort zone difficilmente sarà ricordato per aver lasciato un segno sulla pelle delle persone. Lavorare su di sé è fondamentale a ogni livello. Ci sono attrici e attori i cui spettacoli vengono visti da qualcuno che dice: carino. Beh, "carino" è uno di quegli aggettivi che cancellerei dalla faccia della terra riguardo a qualsiasi cosa. La differenza la fai quando lo spettatore esce dal cinema, o da uno spettacolo teatrale, con un segno – anche un malessere. Quella cosa nel bene e nel male è lì, continui a pensarci, ma non sarebbe mai soltanto "carino".
Tornando a Gomorra, l’impatto della serie è stato potentissimo!
Assolutamente sì, anche se io dico che Gomorra per certi versi è già storia andata. Non sarebbe più attuale nel raccontare il presente… tant’è vero che Marco D’Amore ha poi deciso di fare un passo indietro e tornare alle origini. Lì ha senso, perché quelle origini – la camorra metropolitana di Raffaele Cutolo, il clan Di Lauro e tutto quello che è venuto dopo – hanno portato poi a Secondigliano e tutto il resto.Ma oggi, Gomorra è già un classico.
Detto questo, Gomorra ha creato anche numerosi aspetti positivi per Napoli. La città è diventata una delle location più cercate, usate e forse abusate. Prima di Gomorra non era così, adesso è diventata un’industria. La serie Gomorra ha creato un indotto che è rimasto. Anche la Film Commission, dopo Gomorra, ha avuto una forza diversa grazie alla serie.
Se ci pensi, noi siamo stati otto anni radicati in un quartiere – soprattutto a Secondigliano – dove sono nate anche realtà produttive. Tante persone che non riuscivano a sopravvivere, grazie alla grande macchina produttiva di Gomorra e grazie a Sky e a Cattleya, hanno avuto nuove opportunità: bar, ristoranti… La produzione della serie era di livello internazionale in tutto: la fotografia, la scrittura, tutto.
Scianel è il personaggio dal quale hai fatto più fatica a scrollarti di dosso, una volta spente le telecamere?
Non da parte mia. Ho fatto più fatica per via dei feedback esterni che hanno mantenuto sempre accesa quella fiamma. Non mi crea nessuno scompenso, ho la distanza di sicurezza.
Non deve essere semplicissimo…
Non è semplicissimo ma non è neanche così complicato. Ogni giorno, nelle situazioni più disparate – dall’intellettuale all’artista – qualcuno mi dice: ah, è Scianel! Io sono grata di questo insieme a chi l’ha creata, a chi l’ha diretta, a chi mi ha vestita… c’è tutta una grande macchina di Gomorra che reso grande ogni personaggio. Quindi mi prendo il merito, insieme agli altri, di aver dato vita a un personaggio che rimarrà. Ci convivo tranquillamente.
Scianel era il personaggio che più mi inquietava…
Pensa che io come regola non mi guardo mai al monitor mentre sto girando, perché credo nell’autenticità di quello che si diventa in quel momento. Se sono su un set, qualunque personaggio io stia interpretando, non sono più Cristina. Se mi vado a vedere al monitor riemerge Cristina – è matematico. E poi qualunque attore, quando si rivede, in genere non si piace mai. O se si piace molto, vuol dire che non è un bravo attore… purtroppo è così.
Quello che succede è che cominci a pensare alle luci, al trucco… e quando vai a rigirare la scena, quei pensieri ti entrano dentro e danno fastidio a chi sta invece vivendo il personaggio in quel momento.
Questo approccio viene anche dal teatro, no?
Beh certo. Il teatro avviene in quel momento lì, non puoi stare a pensare: oddio, mi giro di più sul lato destro. Il teatro lo vivi e io devo ringraziare molto il teatro, perché l’attore è sempre uguale – che sia davanti a una platea o davanti a una telecamera. L’importante è essere un falso autentico e non un autentico falso: un falso autentico lo è comunque, ovunque. Cambia lo sguardo su di me, come attrice – la modalità tecnica – ma non l’essenza.
Riguardo al non guardarsi al monitor: quando l’hai fatto la prima volta?
Al doppiaggio. Mi hanno fatto vedere la scena della festa per il compleanno di Salvatore Conte. Era il mio primo giorno di ripresa, l’avevamo girata di mattina perché era complicatissima. Scianel a un certo punto si gira, e fa una risata. Dovevo mettere un suono su quella risata e vedendo la scena mi sono bloccata, non riuscivo a togliere lo sguardo. Ho detto: scusami, me la puoi far rivedere? L’ho rivista sei volte… non perché non sapessi come doppiare, ma perché ero affascinata da quell’orrore – quell’orrore mi faceva paura.
I grandi attori hanno questa capacità…
Sì, perché ognuno di noi ha una parte oscura, qualcosa che sta in un angolo. Ma c’è un lavoro da fare su se stessi che non è banale – è un mestiere che mette in gioco una ricerca costante di quello che hai dentro. In teatro questo lavoro lo fai fin dal primo giorno di prove, lo vedo da sempre come un grande laboratorio.
La cosa difficile non è tanto imparare a memorizzare le battute – la domanda che fanno sempre a tutti gli attori: "ma come fate a ricordarvi tutto?". La cosa più complessa è scavare. Dal primo giorno di prove inizi a scavare dentro di te per trovare la cosa giusta, il posto giusto dove infilare il personaggio che stai diventando.
Una volta si diceva che chi faceva teatro non era necessariamente in grado di fare televisione…
Una volta era così, poi anche il teatro è cambiato. Quando ho cominciato c’era una grande distinzione: gli attori teatrali, quelli cinematografici, quelli televisivi. Gli attori teatrali erano troppo teatrali – costruiti con ancora come riferimento i grandi mattatori del passato, i capocomici. Io, nei primi dieci anni della mia vita di attrice, devo dirlo onestamente, giocavo a fare l’attrice di teatro.
Ci insegnavano che la tua espressione doveva arrivare fino all’ultima fila, tutto questo faceva sì che l’attore dovesse essere un po’ esagerato nei movimenti, nella voce. Poi è cambiato tutto. Il teatro è diventato molto più cinematografico durante gli anni Ottanta con il teatro di ricerca, che ha cambiato la mia vita. Gli incontri fondamentali, quelli veri, sono arrivati dopo nove\dieci anni che facevo già questo mestiere. Ed è quello che diceva Peter Brook: se c’è una persona illuminata da una luce e c’è qualcuno che la sta ascoltando, quello è il teatro. Al di là di ogni apparato.
Quindi oggi gli attori di teatro sono quelli che fanno meglio il cinema. Quando vedi un’interpretazione indimenticabile che ti colpisce, l’ottanta per cento delle volte viene dal teatro.
Di recente, in un’altra intervista, affrontavo proprio questo: una delle chiavi di successo delle grandi serie italiane della prima decade degli anni Duemila è stata quella combinazione di autenticità e qualità.
Verissimo, mi viene in mente ad esempio Romanzo Criminale di Sollima, per un genio – qualsiasi cosa faccia ci crede profondamente e ha un talento smisurato. Pensa anche a Romanzo Criminale, Suburra – il film, perché la serie è venuta dopo, ma il film era fortissimo – poi ZeroZeroZero… E vabbè. Le serie hanno aiutato a scoprire numerosi attori, molti dei quali venivano dal teatro.
La serie ha un grande vantaggio per un attore: ogni personaggio, nella vita come nella fiction, ha una sorta di tic, qualcosa che lo connota, che lo caratterizza. Ma se in un film metti quel tratto ripetutamente, rischia di sembrare eccessivo – lo vedi ogni volta che quell’attore interviene e fa quella cosa, sembra finto. Devi sottrarre, devi togliere. La serie invece ti dà il tempo: puoi costruire il personaggio in profondità e nella scena madre puoi finalmente tirare fuori quelle caratteristiche nel momento giusto.
Ti faccio l’ultima domanda. Dopo questo importante appuntamento a Nantes, dove ti vedremo? Ci sono progetti nuovi di cui vuoi parlarci?
C’è tanto teatro nella mia prossima stagione, e ne sono molto felice. Si aprirà con l’inaugurazione della nuova stagione del Teatro San Ferdinando di Napoli – il teatro di Eduardo. Aprirò la nuova stagione con L’isola, un testo dello spagnolo Juan Carlos Rubio, con la regia di Marcello Cotugno. Siamo in due attrici: io e Bianca Nappi, che è una bravissima attrice molto conosciuta per il suo lavoro in numerose serie. La cosa che mi intriga è che è una storia molto contemporanea: due donne che stanno insieme e di cui una sente il desiderio di maternità. Fanno un’inseminazione artificiale, hanno questo figlio e da lì parte il tutto. Si tratta di uno spettacolo feroce su un rapporto che molte volte si incrina proprio quando si affronta la questione della maternità, quando il desiderio di avere un figlio riguarda più uno che l’altro. È molto feroce e sono felicissima che finalmente riusciamo a portarlo in scena.
Nella seconda parte della stagione ci sarà invece il contraltare: una commedia amara scritta e diretta da Cristina Comencini, con me, Iaia Forte e Andrea Renzi. Siamo tre fratelli, e si chiama I turni – riguarda i turni per assistere la madre anziana la domenica, quando le badanti non ci sono. Questo dà vita a tutta una serie di contrasti. È un testo profondo con leggerezza, o leggero con profondità – fa lo stesso – qualcosa che riguarda molti di noi. Lo porteremo in tournée a Milano, al Teatro Manzoni.
Quindi: prima parte della stagione, Juan Carlos Rubio con la regia di Marcello Cotugno. Seconda parte, Cristina Comencini.