Cristian Calabrese torna con un nuovo tour e prende le distanze dai comici italiani: "Serve il coraggio di Beppe Grillo, cacciato dalla Rai"
A volte divisivo, apprezzato o criticato sui social dove è seguitissimo, l’ex volto di Zelig ha deciso di ritornare sul palco e lo fa con uno spettacolo senza filtri

Dopo dodici anni di silenzio dai palcoscenici, Cristian Calabrese ha deciso che è il momento di tornare a urlare dal vivo. Dal 27 febbraio sta girando il Nord Italia con il suo nuovo spettacolo E Loro Lo Sanno che non segna soltanto un ritorno, ma una vera e propria dichiarazione di guerra al "politicamente corretto".
Dopo aver salutato la televisione, negli ultimi anni Cristian Calabrese ha vissuto una profonda metamorfosi. Da comico di razza a regista, insegnante e attore internazionale, ha saputo costruire nel frattempo un impero digitale da 3,7 milioni di visualizzazioni mensili. Una community di oltre 300.000 follower che lo segue non per cercare conforto, ma per farsi scuotere da una visione del mondo che rifiuta le "favole del sistema". Con questo spettacolo l’artista promette 90 minuti di satira vietata ai minori, un’analisi spietata di quella che definisce "utopia obbligatoria": un mondo dove la sicurezza e la felicità imposte sembrano nascondere una nuova, sottile forma di schiavitù moderna.
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Entra nel canale WhatsAppLo abbiamo incontrato qualche giorno prima della terza data del tour, prevista a San Giovanni Lupatoto (VR) per il 12 aprile, per capire cosa lo abbia spinto a trasformare la "paranoia e la rabbia" in un rituale collettivo e perché, oggi più che mai, ha deciso di salire sul palco senza filtri, definendo il suo ritorno un "atto egoistico e necessario".
Sei tornato sul palco dopo 12 anni. Cosa è successo durante questo periodo di "silenzio"?
Le persone, così come il mondo, cambiano sia in negativo, sia in positivo, e io sono cambiato. La mia vita si è stravolta in molti ambiti, da quello personale a quello sentimentale, con conflitti anche ambientali con il contesto in cui mi trovavo. Proprio da qui ho deciso di andarmene, non mi sono sentito tutelato. Ma l’arte, dal mio punto di vista, è avere qualcosa da dire e ho sentito il bisogno di farmi sentire. E il teatro è il tempio dell’arte.
Credi che il teatro possa quindi ancora essere, nel 2026, uno degli ultimi luoghi "sacri" per la libertà d’espressione?
Come detto, per me il teatro è un tempio. Sei lì, dal vivo, davanti a un pubblico accorso apposta per vederti e ascoltarti. Sul palco puoi sentirti una sorta di "divinità", ma devi prenderti dei rischi: a differenza di libri, film, video che subiscono modifiche e montaggi, a teatro sei lì, solo. Puoi raccontare, parlare, intrattenere, spiegare quello che vuoi. Ed è proprio qui che sta il rischio: se si fa un errore, la "divinità" può anche venire smascherata.
Sei passato dal cabaret a una comunicazione molto differente, diretta, a volte cruda, sui social network: ora ti senti più libero o ti manca un po’ la "maschera da personaggio"?
I social sono meno vincolati rispetto ad altri strumenti di informazione ed è per questo che ho deciso di utilizzarli. Posso interagire direttamente con le persone, senza tagli e con pochi filtri. La missione è portare una visione di insieme di ciò che accade, così come faccio anche con il mio spettacolo. La "maschera da personaggio" non mi manca: sui social riesco a sentirmi maggiormente me stesso, anche se, come diceva Pirandello, l’uomo indossa sempre una maschera. L’essere umano recita tutti i giorni. Spesso, per riuscire a sentirsi più veri, servono pressione e situazioni complicate e ora sono più libero di dire ciò che penso: mentre nel cabaret si parte da una battuta, io voglio partire dai concetti. L’importante è avere un riscontro, positivo o negativo che sia, non voglio generare indifferenza.
Pensi che la comicità italiana sia diventata troppo "addomesticata"?
È come la storia del giullare di corte: se mette a nudo il re, è perché il re glielo consente. La comicità, soprattutto in Italia, è al servizio delle ideologie: se non la pensi in un modo, sei automaticamente un fascista. L’arte deve essere sempre super partes e l’artista vero deve assumersi dei rischi: come ha fatto, ad esempio, Beppe Grillo, che fu allontanato dalla Rai.
In un’epoca di estrema polarizzazione, come si fa a rimanere una voce fuori dal coro, senza il rischio di farsi arruolare in una fazione?
È difficile. L’essere umano, essendo un animale sociale, è da sempre portato a creare gruppi: si attacca a cose materiali, ideologie, persone. Un pensiero comune e condiviso con altri ti porta ad associarti in movimenti e strutture sociali. Io cerco di essere un lupo solitario. Ma se non la pensi come un gruppo, allora vieni additato di appartenere per forza all’altro clan. Dalla politica ci sto distante. Anche se per soldi, magari ci entrerei (ride ndr). Poi però, una volta dentro, si diventa come tutti gli altri…
Il tuo spettacolo è vietato ai minori. Perché?
Ho aggiunto "vietato ai minori" come consiglio. I più giovani potrebbero fare maggiormente fatica a capire la differenza tra realtà e finzione, o ad accettare idee e situazioni differenti dalle convenzioni. Per me è stato una sorta di obbligo morale inserirlo.
Parliamo di cinema: hai collezionato interessanti esperienze internazionali, come il film con Kevin Spacey in The Contract. Come è andata?
Sono riuscito a incontrare i miei miti, ho respirato la stessa aria del mio attore preferito (Kevin Spacey). Ho recitato in inglese, lingua non mia. Per queste esperienze devo anche ringraziare i miei follower, che mi seguono e danno risonanza. La recitazione cinematografica mi piace, ma non la amo: preferisco la regia, è più liberatorio e affascinante stare dietro la macchina da presa. Io come lavoro faccio il coach nella mia scuola di recitazione, ma sono anche un regista autonomo e produco cortometraggi: mi piace provare a cercare una maniera diversa per comunicare attraverso il cinema.
Chiudiamo con una provocazione: se dovessi invitare a teatro chi ti critica, cosa gli diresti per convincerlo a venire?
Vieni! Vieni! Sono sempre aperto a ogni critica. Io, anche durante lo spettacolo, gioco molto sul pensiero che la gente si è costruita su di me, soprattutto di chi mi apprezza di meno. Tutte le persone sono le benvenute, possono trovare e poi valutare un pensiero diverso dal loro: mi piacerebbe spingere la gente a togliersi tutte le maschere e a riflettere. Ma se devo convincere qualcuno a venire a teatro, allora ho fallito in questo intento. Come ho raccontato prima, la pressione e le situazioni più difficili mi spingono sempre a dare il meglio, a essere più vero, a essere me stesso: senza chi mi critica, quindi, sarei perso.
