Subsonica, Salmo, Pooh e perfino Claudio Baglioni, che nostalgia canaglia: nel 2026, le piazze dei concerti le riempiono solo gli over

La dimensione live è quella che oggi regge gran parte del comparto musicale: ma chi riempie davvero i concerti? Le nuove leve soffrono sempre di più ma gli over si fanno largo

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Partiamo da un dato di fatto: in questi primi mesi del 2026, i concerti italiani si riempiono più facilmente per celebrare un disco di dieci anni fa che per lanciarne uno nuovo. I tour celebrativi di Hellvisback di Salmo e le derive analogiche dei Subsonica in Terre Rare registrano ottimi riscontri in poche ore; i Pooh – nati nel 1966, sessant’anni di carriera alle spalle e 100 milioni di dischi venduti – hanno annunciato 14 concerti nei principali palasport italiani con POOH 60 – La nostra storia e le vendite dei biglietti stanno andando alla grande.

Claudio Baglioni, nel frattempo, ha costruito attorno ai quarant’anni di La vita è adesso qualcosa di ancora più radicale con 40 concerti da fine giugno a metà settembre, uno per ogni anno trascorso dall’uscita dell’album, in luoghi che sono essi stessi patrimonio come Piazza San Marco a Venezia, il Teatro Greco di Siracusa, l’Anfiteatro degli Scavi di Pompei. La musica che dura, sembra dire Baglioni, merita spazi che durino. Nel frattempo si continuano a produrre tracce progettate per durare il tempo di un ascolto, ma perché succede?

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La Loudness War e le sue vittime

Si chiama compressione dinamica ed è un problema che si conosce benissimo almeno dal 2010. La cosiddetta Loudness War – la corsa a rendere ogni traccia il più "alta" possibile per emergere in shuffle – ha prodotto nel tempo un effetto perverso con dischi privi di escursione dinamica, in cui non si distinguono il pianissimo e il fortissimo, ottimizzati per non disturbare ma anche per non emozionare. La musica italiana dell’ultimo biennio ne porta i segni in modo particolarmente evidente attraverso tracce piatte, prive di spazialità e concepite per uno speaker bluetooth da pochi euro e che in quello stesso supporto suonano esattamente come su un impianto professionale.

Al contrario, ascoltare dal vivo i brani del periodo Hellvisback equivale a fare un’esperienza quasi fisiologica. In quella produzione, Salmo e i suoi collaboratori lavoravano su una spazialità costruita in cui il rap incontrava il metal e il funk per ragioni dinamiche precise, non di certo per un’operazione di branding. I riverberi erano posizionati, i bassi occupavano frequenze che l’ascoltatore sentiva davvero. È quella differenza – tra un suono che si sente e un suono che si ascolta – che spiega perché le prime file dei concerti celebrativi del 2026 siano piene di ventenni che quei dischi non li hanno vissuti in tempo reale.

Subsonica, Pooh e gli altri: l’interplay come variabile irriducibile

La questione della tecnologia, poi, per quanto sofisticata, ha finora dimostrato di saper aggirare ma non risolvere la questione dell’interplay tra musicisti. Gran parte della produzione che domina le classifiche del 2026 è frutto del lavoro di un singolo producer chiuso in uno studio con un laptop, con una libreria di campioni e un algoritmo di pitch correction. È un processo efficiente, replicabile, ottimizzato e musicalmente egoista.

I Pooh, su questo punto, sono un caso di studio difficile da ignorare e non solo per ragioni anagrafiche. Il sodalizio tra Roby Facchinetti e Valerio Negrini, durato fino alla morte di quest’ultimo nel 2013, è stato il motore creativo di una band che rifiutava l’accentramento per distribuire il senso di appartenenza al progetto su ogni componente del gruppo. Facchinetti scriveva le musiche, Negrini i testi, ma il risultato finale passava attraverso il filtro di tutti: Red Canzian al basso, Dodi Battaglia alla chitarra, Stefano D’Orazio alla batteria. Ogni strumento faceva la sua parte. È questo il motivo per cui la produzione dei Pooh ha una densità armonica che regge sessant’anni di ascolti: perché porta sul palco il prodotto di una conversazione continua tra persone che si conoscevano abbastanza da potersi contraddire e non di un’unica visione.

Sessant’anni di carriera non si costruiscono sull’efficienza produttiva ma su un linguaggio comune affinato in decenni di live, su arrangiamenti in cui ogni strumento occupa uno spazio preciso senza annullare gli altri. È l’interplay nella sua forma più matura, quella conversazione invisibile in cui il batterista segue l’adrenalina del chitarrista e il bassista costruisce il groove posizionando la nota un millisecondo dopo il tempo teorico. Queste variazioni infinitesimali sono la firma biologica di persone che suonano insieme in tempo reale, e conferiscono a un brano una tensione interna che nessun algoritmo di quantizzazione può riprodurre fedelmente senza distruggerla. I Subsonica, in modo analogo, devono la propria solidità live a trent’anni di dialogo tra gli strumenti e, soprattutto, tra le persone che compongono il gruppo.

Concerti 2026, la risposta del pubblico

Il pubblico, nel frattempo, ha già risposto. Le piazze piene di questo 2026 esprimono una pretesa di qualità che il presente ha smesso di soddisfare. E il fatto che a formularla siano in gran parte giovani adulti dovrebbe far riflettere chi gestisce i budget A&R delle major italiane.

Ma qualcosa si stia muovendo: la ricerca sonora di Nayt, la cura artigianale con cui certi artisti della scena urban-indie costruiscono i propri dischi suggeriscono che una parte della nuova generazione ha compreso la lezione. Il rovescio della medaglia, però, è altrettanto istruttivo. Eddie Brock – giovane cantautore che aveva attirato l’attenzione partecipando a Sanremo – ha annullato tutti i concerti in programma, dando un segnale che racconta meglio di qualsiasi dato di mercato quanto sia fragile la traiettoria di un artista che non ha ancora avuto il tempo di costruire le fondamenta. Non è una colpa ma è lo specchio di un sistema che lancia, consuma e dimentica in un ciclo talmente rapido da non lasciare spazio alla formazione. La differenza con i Pooh, che a sessant’anni dalla loro prima data riempiono i palasport, o con Baglioni che porta quarant’anni di un singolo album nei teatri romani dell’antichità, è sostanziale.

Se nel 2036 vorremo avere qualcosa da celebrare, dovremo smettere di scrivere per l’indomani mattina e ricominciare a produrre per l’orecchio che ascolterà tra dieci anni. Il tempo, come dimostrano queste primavere di palazzetti pieni, è ancora l’unico critico che conta davvero.


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