Claudio Santamaria, Milano Film Fest: "Ci sono sempre più registe donne, Paola Cortellesi e Margherita Vicario hanno trionfato" - Intervista
Il direttore artistico traccia il bilancio dell'apertura della seconda edizione della kermesse milanese

Il direttore artistico del Milano Film Fest 2026, Claudio Santamaria, ci racconta la seconda edizione di un festival che ha scelto di invadere la città – dalle piazze al carcere di Bollate – senza rinunciare alla qualità. La manifestazione si propone infatti come un laboratorio inclusivo e diffuso, capace di unire l’underground milanese alle grandi produzioni internazionali, ponendo un accento sulla formazione dei giovani e sul valore sociale del cinema.
Intervista a Claudio Santamaria, direttore artistico Milano Film Fest 2026
Claudio, da grande protagonista del cinema italiano a direttore artistico: cosa ti ha spinto ad accettare la guida del Milano Film Fest per questa seconda edizione?
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Entra nel canale WhatsAppÈ stata la naturale estensione della prima. L’anno scorso abbiamo avuto un grande successo di pubblico e di critica, oltre 70.000 presenze. Quello che mi ha convinto a continuare è stato il risultato del primo anno, ma soprattutto la passione di tutti i componenti della Fondazione Milano Film Fest. Li ho visti lavorare con un entusiasmo autentico, e insieme siamo riusciti a costruire un festival in perfetta sintonia con lo spirito di questa città.
Mi sono chiesto perché dare vita a un altro festival del cinema, considerando che ce ne sono già abbastanza; questo festival qui, però, è diverso da tutti gli altri, possiede una sua peculiarità. È una manifestazione che rispecchia l’animo laboratoriale di Milano, anche grazie alle masterclass in programma. Insomma, il pubblico può confrontarsi direttamente con i grandi nomi del cinema italiano e internazionale. Ad esempio, è prevista la proiezione del film di Julian Schnabel, il quale subito dopo terrà un dibattito sulla pellicola insieme a Valeria Golino. È un festival che ha già oltrepassato i confini italiani; l’anno scorso avevamo James Franco come presidente di giuria e quest’anno c’è Valeria Bruni Tedeschi, che è un’attrice di rilievo internazionale.
Rispetto alla prima edizione, cosa hai tenuto e cosa hai cambiato o aggiunto?
Semplicemente, abbiamo ampliato. Quest’anno contiamo 247 eventi — non ricordo il numero esatto dell’anno scorso, ma siamo cresciuti molto. Abbiamo aumentato le proiezioni diffuse in città con Scintille…
In 24 piazze, giusto?
Esatto, in tutti i municipi di Milano. E poi gli spettacoli dal vivo, la musica, e una lunga lista di ospiti: da Dario Argento a Maurizio Nichetti, Celeste Dalla Porta, Schnabel, Valeria Bruni Tedeschi che terrà una masterclass. C’è davvero di tutto. E poi c’è la sezione Academy, dedicata all’educazione, con i ragazzi delle accademie e delle scuole di cinema.
L’Academy coinvolge decine di scuole e giovani registi da tutta Italia. Cosa manca oggi nella formazione cinematografica italiana che un festival come questo può provare a colmare?
Sicuramente la distanza da chi questo mestiere lo fa concretamente; manca il rapporto diretto con i grandi nomi, come ad esempio Giorgio Diritti, che forse prima avevo dimenticato di citare. Manca proprio il confronto diretto con chi lavora nel settore. Sai, anche io, quando ho studiato recitazione, frequentavo una scuola che comunque non era inserita nel mondo del lavoro; non era come l’Accademia, dove ci sono già registi che lavorano e di conseguenza entri un po’ in un giro, perché poi devi conoscere e devi capire le dinamiche. Qui, invece, le scuole hanno proprio la possibilità di fare questo: mettere il naso dentro al mondo del cinema, ed è giusto che sia così. Spesso le scuole ti preparano soltanto dal punto di vista tecnico, ma poi non ti danno l’opportunità di avere questo rapporto con il mondo del lavoro e con il mondo reale.
Il panel "Dal corto al lungo" è dedicato a chi vuole crescere nell’industria. Qual è il consiglio più onesto che ti senti di dare a un giovane regista italiano oggi?
Prima di tutto, avere una visione molto personale. E vedere tanto cinema. È significativo che anche i membri della nostra giuria – Anna Ferzetti, Federico Cesari, Silvia D’Amico, e la presidente Valeria Bruni Tedeschi – abbiano espresso con entusiasmo la piacevole scoperta di immergersi in un cinema che spesso non arriva in Italia. Film che vengono dalla Tunisia, dalla Francia, da Taiwan, dalla Germania. Vedere quello che succede nel resto del mondo è essenziale.
Oggi abbiamo la straordinaria opportunità di aprire una finestra digitale e affacciarci su ciò che gli altri artisti creano. Farsi ispirare dalle visioni altrui, studiare non solo i linguaggi cinematografici ma anche i modi di relazionarsi degli altri popoli, le loro storie, ciò che vivono. Solo così, a poco a poco, si costruisce un proprio linguaggio.
Tra i dieci lungometraggi in concorso ci sono nove nazioni diverse e nessun film italiano in gara. È una scelta deliberata o riflette una difficoltà reale della produzione italiana in questo momento?
Guarda, forse è un periodo in cui i film italiani preferiscono puntare direttamente sull’uscita in sala. Detto questo, ci sono comunque proiezioni fuori concorso e prime nazionali, come è successo anche l’anno scorso. Ma per risponderti onestamente: non lo so. Questa è una domanda da fare ad Andrea Chimento, che è il nostro selezionatore. Arrivano tanti film, e il criterio è uno solo – la qualità. I selezionatori fanno una scrematura, mi inviano le loro preferenze e le loro scelte, e poi ne discutiamo insieme. Magari quelli arrivati non erano all’altezza degli altri, forse è solo una questione di tempistica.
L’assessore Sacchi ha sottolineato con orgoglio che il 50% dei registi in programma sono donne. È stata una scelta studiata dalla direzione artistica o il segnale che il cinema sta finalmente cambiando?
Direi entrambe le cose, in egual misura. È vero che ci sono sempre più registe donne l’anno scorso Paola Cortellesi e Margherita Vicario hanno trionfato ai David, non certo per una scelta di premiare le donne ma perché se lo sono strameritato. Però il nostro festival mette consapevolmente attenzione a un bilanciamento. È un 50 e 50, nel senso più pieno del termine.
Quanto conta per te, come direttore artistico, che il festival arrivi anche all’interno del carcere di Bollate?
Moltissimo. Se il festival coinvolge una città, deve coinvolgerne tutte le strutture, anche quelle che funzionano come sistemi chiusi. Il carcere è dentro Milano, e siccome abbiamo portato il cinema ovunque – anche all’ospedale Niguarda – era giusto arrivarci. Il carcere non può essere solo punitivo: deve essere riabilitativo. E se non porti il mondo esterno dentro quelle mura, non favorisci la riabilitazione, favorisci solo l’inasprimento. Le proiezioni a Bollate sono importanti, punto.
Il festival nasce dalla fusione di realtà molto diverse tra loro — dall’underground al mainstream. Come si tiene insieme questo equilibrio?
Il Milano Film Fest è nato dalla fusione del vecchio Milano Film Festival, storico festival di cinema indipendente, con la Fondazione Dude, Perimetro, Esterni e altre realtà milanesi che lavorano sia nel mainstream che nell’underground. Si sono unite per creare qualcosa di più visibile e più importante, capace di attrarre energie da tutte le parti del mondo mescolando queste due anime. È proprio questa ibridazione che rende il festival unico.
In programma c’è anche una sezione dedicata al cinema e all’intelligenza artificiale. L’AI ti spaventa o la vedi come una nuova frontiera della creatività?
L’intelligenza artificiale è un prodotto dell’uomo – è già di per sé una creazione. Può essere un grande supporto, ma non deve diventare una stampella permanente e non può sostituire ciò che l’essere umano crea con il proprio ingegno, con il proprio intelletto, con la propria imprevedibilità. Preferisco chiamarla semplicemente computer, calcolatore elettronico: se la smetti di umanizzarla, diventa meno spaventosa. Di fatto non può creare dal nulla: senza la domanda iniziale che viene dall’essere umano, non esiste. Bisogna imparare a servirsene, non a subirla.
Ieri sera avete aperto il festival con il documentario su Vittorio De Sica. Com’è andata la prima notte?
Benissimo. C’è stata una grande partecipazione, come l’anno scorso. Ieri Vinicio Marchioni mi ha detto una cosa che mi ha colpito: "Mi è piaciuto tanto questo festival perché non ha barriere. Sei in mezzo alla gente, in mezzo alla città – le persone ci sono e ti stanno vicine, senza assaltarti. È un festival senza fronzoli." Pur avendo una qualità altissima, sia nei contenuti che nell’estetica, è un festival che non fa chiacchiere inutili. Questo è quello che mi piace di più.
Per chiudere: cosa vorresti che i visitatori portassero a casa dall’esperienza del festival?
L’idea di comunità. L’idea di condivisione. Alla fine il cinema è condivisione, e vorrei che ognuno portasse con sé la sensazione di aver partecipato a qualcosa insieme a decine di migliaia di altre persone che condividono la stessa passione – per il cinema, per lo spettacolo dal vivo, per l’esperienza collettiva. Perché senza condivisione il cinema non è nulla. Noi non siamo nulla senza condivisione. Un artista crea il suo lavoro, ma poi ha bisogno di condividerlo con un pubblico, sempre!
