Clara Moroni, la sacerdotessa del punk torna col nuovo album e su Vasco Rossi ammette: "Periodo bellissimo, ma era tutto finito". Intervista
Un nuovo singolo e un album atteso per l'autunno, per Clara Moroni, la storica corista di Vasco Rossi ma anche un'artista eclettica, che ha conquistato il mondo fino al Giappone. La sua intervista per Libero Magazine

Cancellate l’idea di una musica che serve solo a fare da sottofondo: per Clara Moroni il rock è una trincea da cui osservare, in modo diretto, il crollo delle nostre certezze. Dopo ventidue anni vissuti incendiando gli stadi al fianco di Vasco Rossi – un’epopea culminata nella notte leggendaria di Modena Park –, la "Ferrari del rock" si riappropria dei suoi spazi e della sua totale indipendenza artistica. Lontana dalle mode passeggere e dai compromessi radiofonici, la sua è una scelta di campo netta, un ritorno alle radici punk dove l’arte ha il dovere di disturbare e far riflettere.
Il suo nuovo singolo, Lacrime dal cielo, uscito il 15 maggio, è una sciabolata elettrica contro l’anestesia emotiva dei nostri giorni, un mondo manipolato dalle fake news e privato della sua empatia. Nelle visioni di Clara, quelle gocce che cadono dall’alto non curano la terra, ma sono frammenti di droni che piovono sulle città, simboli di guerre reali e di una realtà distopica specchio dei nostri tempi. Impugnando la musica come una moderna Giovanna d’Arco, Clara Moroni ci spinge a non appaltare il cervello alla tecnologia e a rivendicare il libero pensiero, accettando il rischio di vivere, oggi più che mai, pericolosamente. Ecco cosa ci ha raccontato.
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Entra nel canale WhatsAppIl tuo nuovo singolo, Lacrime del cielo, è uscito il 15 maggio. È un brano importante, in cui parli di un mondo manipolato dalle fake news e in cui sembra mancare l’empatia. Qual è stata la "goccia" che ti ha spinto a scrivere questa canzone?
Sono tante le cose che vediamo tutti i giorni. Siamo costantemente bombardati da informazioni e video, al punto che non si è mai certi di quale sia la verità. Spesso c’è del complottismo, oppure la verità viene distorta e manipolata per fini personali o di controllo. Il brano, però, non parla solo di questo: intreccia varie storie. Parla anche del fatto che questa distorsione e questo controllo non creano solo una realtà distopica, ma generano oggettivamente delle guerre. Infatti, nella mia fantasia, le lacrime che cadono dal cielo sono i pezzi dei droni che precipitano sulle città uccidendo le persone. Sono letteralmente lacrime che cadono dal cielo. In questo momento storico è una tematica che sento in modo molto profondo.
Rimanendo sulla distorsione della verità, qual è secondo te il ruolo dei social network in tutto questo?
Purtroppo i social network fungono da cassa di risonanza priva di un reale contraddittorio. Ognuno può dire, scrivere e fare quello che vuole, e in quel momento ciò che esprime diventa la "realtà" per lui e per tutti coloro che vogliono credergli o che cercano quella specifica proposta di verità. Il pericolo principale è l’assenza di un controllo al vaglio che possa evidenziare se una cosa è sbagliata, incompleta o viziata da pregiudizi. I social diventano così tantissimi tamburi: ognuno suona il proprio e ognuno ascolta ciò che gli fa più comodo o che è più confacente alla propria personalità. Ma questo non significa affatto che quella sia la verità.
Pensi che gli artisti possano avere un ruolo in questo contesto, magari offrendo una sorta di "manuale di sopravvivenza" ai social e alla verità alterata? Quale dovrebbe essere il ruolo dell’artista in questo periodo storico?
Parlarne. Se un artista scrive canzoni che non sono puro intrattenimento, ma che si pongono delle domande e spingono le persone a riflettere, l’unica cosa che può fare è usare la propria musica. Fare proclami sui social o leggere comunicati sul palco del Primo Maggio appartiene più alla propaganda e, secondo me, non fa parte dell’universo di un artista. Gli artisti – come hanno sempre fatto i nostri grandi cantautori italiani – scrivono per porsi delle domande e per condividerle con il pubblico. Questo è il mezzo giusto.
Nel video del brano interpreti una Giovanna d’Arco moderna con la spada. Qual è la spada che desideri impugnare per rivendicare il tuo libero pensiero?
Sempre la musica. Sto ricevendo ottimi feedback da parte di persone che hanno capito o che stanno cercando di comprendere il messaggio. Il punto è proprio questo: non riesco a scrivere canzoni di puro intrattenimento, non fa parte della mia storia. Scrivo di vicende e tematiche che per me sono impellenti, su cui sento il bisogno di parlare e far ragionare. Avendo una radice punk, per me è fondamentale che le canzoni siano belle e intrattengano, ma che abbiano anche un significato profondo.
Il tuo modo di scrivere così istintivo e slegato dalle mode è una forma di resistenza?
È semplicemente il mio modo di esprimermi. Certo, fare un brano che possa passare più facilmente in radio sarebbe più semplice. Le radio italiane non passano il rock in generale e, paradossalmente, le emittenti specializzate in rock non passano il rock italiano. Trovo che questa dinamica sia una specie di apartheid musicale vergognoso. Per me sarebbe facile scrivere un pezzo con determinate caratteristiche radiofoniche, magari con suoni più pop o dance, perché ne sarei perfettamente capace. Però non mi interessa passare in radio a tutti i costi. A me interessa fare la musica che piace a me ed esprimermi come desidero. È chiaro che non essendo mainstream il percorso è più difficile, complicato e arduo. Però la vita va vissuta pericolosamente.
Una "vita spericolata", per citare qualcuno che conosci molto bene. Ma secondo te perché c’è questo embargo verso il rock da parte delle radio italiane? Perché il rock italiano non viene riconosciuto per il suo reale valore?
Probabilmente perché è meno controllabile, e le persone che lo fanno sono meno gestibili. Oppure c’è il fatto che gli spazi radiofonici devono essere riempiti da prodotti commerciali che garantiscono profitti immediati alle etichette discografiche, le quali non hanno intenzione di investire sul rock. Sinceramente me lo chiedo spesso anch’io: vedere una radio italiana dedicata al rock che non trasmette rock italiano è un vero assurdo.
Tornando a Lacrime dal cielo, nella preproduzione troviamo Fidel Fogaroli dei Verdena e Fabrizio Simoncioni. Come hai unito il tuo mondo rock alla loro visione psichedelica?
Fidel ha curato la preproduzione e ha saputo dare al brano delle sfumature psichedeliche. Fabrizio Simoncioni, invece, ha una cultura musicale molto vicina alla mia; ha vissuto e lavorato per tanti anni negli Stati Uniti e ha una visione marcatamente rock, avendo prodotto per anni artisti come Ligabue, Negrita, Litfiba, Carmen Consoli e Gianna Nannini. È un grandissimo produttore. In realtà a me non piace molto parlare di generi e sottogeneri, non sono brava con le categorie. Quando creo qualcosa non penso mai al genere in cui incasellarlo. Questo brano è stato definito "urban pop rock", quindi non aderisce perfettamente ai cliché classici del rock: c’è dentro un po’ di tutto, persino delle strofe che richiamano la trap, a voler essere precisi. Il loro contributo è stato fondamentale per enfatizzare tutte le sfumature che volevo dare al pezzo.
Dici di non amare le etichette, infatti molti ragazzi che giocano a Fortnite forse non sanno che alcune musiche pazzesche dei videogiochi sono prodotte dalla tua etichetta, la DMI. Come convivono nella stessa anima il punk rock e la produzione di musica Eurobeat per il mercato giapponese?
L’Eurobeat è un genere musicale molto veloce che deriva direttamente dalla cultura rock. Il modo in cui è scritto è molto rock e prevede sempre l’uso di chitarre distorte, anche se poi viene sviluppato pensando alla realtà sociale e alla cultura giapponese del K-pop e delle sigle degli anime. Io amo la musica in tantissime accezioni diverse: dal jazz al metal, fino al prog. Fortunatamente sono in grado di spaziare, sia nella scrittura dei testi che nella produzione. Avere un’etichetta che dal 1995 collabora con una major giapponese e potermi confrontare con quella realtà è stato prima di tutto molto divertente e, lo dico apertamente, anche molto remunerativo. In Giappone parliamo di numeri enormi. Più che con Fortnite, noi abbiamo letteralmente sfondato con la colonna sonora di una serie anime famosissima che si chiama Initial-D, che dal Giappone è stata esportata in tutto il mondo, riscuotendo un successo clamoroso anche negli Stati Uniti. Non ci trovo nulla di strano: ci consideriamo artigiani della musica, capaci di fare tutto, di divertirsi e di mantenersi attraverso la propria passione.
Pensando ai tuoi inizi da adolescente a Londra, dai 15 anni a oggi, qual è il progetto o la produzione di cui vai più fiera?
Il problema è che ogni progetto mi ha reso orgogliosa, sono tutti figli miei e non riesco a sceglierne uno. In questo momento ti direi che sono fiera di quello che sta uscendo adesso, in vista dell’album intero che uscirà in autunno. Se proprio devo citare un disco che mi è rimasto particolarmente nel cuore – anche perché purtroppo è stato il più sabotato – ti dico Ten Worlds. Era interamente in inglese e all’epoca i discografici mi dicevano che in Italia non si poteva cantare in inglese. Poco dopo è uscita Elisa e lei ha potuto farlo, beata lei; a me invece hanno solo sbattuto le porte in faccia.
Nel nuovo singolo e nell’album in arrivo in autunno ci si interroga molto sul sentire umano. Hai paura del futuro che stiamo lasciando alle nuove generazioni?
Sono sincera, un po’ sì. Ma ho paura anche per me stessa. Faccio fatica ad accettare il fatto che pochissime persone abbiano ormai il controllo totale sul 99% dell’umanità. La cosa che mi spaventa di più è che questo tipo di progresso sembra andare contro l’essere umano, perché per imporsi ha bisogno di disumanizzarci. Io sono sempre stata una grande fan di Isaac Asimov e conosco bene le tre leggi della robotica; mi chiedo spesso se queste leggi verranno mai applicate all’intelligenza artificiale. Non mi riferisco tanto all’ambito musicale o delle arti visive, dove considero l’AI solo uno strumento creativo in più, ma parlo dell’AI applicata all’informazione, alla salute e alle decisioni collettive.
Anche applicata alla salute.
Esatto. Nella ricerca medica l’AI è uno strumento straordinario perché è in grado di elaborare calcoli e statistiche fondamentali per le diagnosi e la prevenzione. In questo senso sono assolutamente favorevole. La parte che mi spaventa riguarda il controllo, la manipolazione dell’informazione e la capacità di creare realtà parallele. Pensiamo anche al campo militare: nella guerra russo-ucraina stiamo vedendo quanto l’intelligenza artificiale sia integrata nelle decisioni strategiche. Abbiamo ormai la prova che l’AI sta iniziando a prendere decisioni autonome.
Non pensi che sia anche un po’ colpa nostra, per aver appaltato il nostro cervello alla tecnologia?
È sempre colpa nostra. Siamo noi a decidere fino a che punto spingerci. Chiaramente bisognerebbe imporre dei vincoli geopolitici, ma sappiamo anche che, di fronte a un mezzo così potente, basta che pochi attori infrangano le regole per creare conseguenze gravissime per tutta l’umanità.
E secondo te c’è un modo per fermare questa progressione così rapida?
No, non c’è modo di fermarla, è impossibile. Ho ascoltato di recente un’intervista al CEO di Anthropic, la società che ha creato Claude. Claude è un’intelligenza artificiale talmente potente che le sue versioni più avanzate vengono costantemente monitorate e limitate su certi fronti perché erano in grado di violare qualsiasi sistema e persino di agire contro l’uomo. In questa intervista, il CEO stesso ammetteva di non sapere con certezza cosa succederà, ed è una cosa abbastanza preoccupante. Ha usato una metafora dicendo che è come se Frankenstein avesse aperto gli occhi: sappiamo che è sveglio, ma non sappiamo cosa succederà quando deciderà di alzarsi dal letto.
Ti faccio un’ultima domanda su Vasco Rossi. Dopo 22 anni di collaborazione e dopo un evento epocale come il Modena Park – seguito purtroppo un mese dopo dalla scomparsa di Guido Elmi, che ti aveva scoperta – cosa ti ha spinto a dedicarti esclusivamente alla tua musica? Cosa cercavi che il grande palco di Vasco non poteva più darti?
In realtà io non ho mai smesso di fare la mia musica: ho pubblicato sei album, un EP e tanti altri progetti. Io nasco come solista. Inizialmente ero stata coinvolta negli album in studio di Vasco per curare gli arrangiamenti vocali; poi, dato che nei concerti live quelle voci erano necessarie, mi è arrivata la proposta di entrare nella band stabile. Era una sfida a cui nessuno avrebbe potuto dire di no. Ci ho pensato tre secondi, ho detto di sì e sono partita. Sono stati anni meravigliosi. Ma arriva un momento in cui le fasi della vita cambiano: due persone possono stimarsi e volersi bene, ma le loro strade prendono direzioni diverse. Per me Modena Park ha rappresentato la fine naturale di quello che potevo dare a Vasco Rossi e fare insieme a lui. Era il modo giusto per concludere. Si era chiusa un’epoca e il nostro rapporto professionale si era esaurito.
Quest’estate ti vedremo in concerto o su qualche palco?
Purtroppo non ancora, perché finché non uscirà l’album intero non partiremo con i live. Ma dal prossimo autunno sicuramente sì.
