Cinzia Leone commuove sulla malattia: "Avevo mezzo corpo morto, toccando il fondo avevo perso la mia identità"
Un racconto schietto e diretto sulla malattia e sulla lunga risalita, con le parole sincere dell'attrice che ha segnato un'era della televisione italiana.

Quando Cinzia Leone ripercorre con Fanpage un momento cruciale della sua vita, lo fa con lucidità e schiettezza. L’attrice parla senza filtri, cercando di trasformare perfino il dolore più duro in un’occasione per capire sé stessa e il mondo che la circonda. Ecco cosa ha rivelato.
Cinzia Leone e il dramma della malattia
Nel 1991, mentre era nel pieno della carriera, l’aneurisma le ha stravolto l’esistenza. Non cerca giri di parole per descriverlo: "Quando hai mezzo corpo morto, devi ricostruire tutto". E poi aggiunge qualcosa che spiazza: "Quella femminile è la prima parte che viene a mancare". È una frase che racconta molto più del trauma fisico. Perché non si trattava solo di recuperare movimenti e forza, ma di ritrovare un’identità che si era improvvisamente sgretolata. Diventa come:"Toccare un fondo in cui perdi completamente l’identità e doverla completamente ricreare è un’esperienza incredibile" dice, spiegando come quel dolore l’abbia obbligata ad affrontare paure, fragilità e limiti che fino a quel momento erano rimasti nascosti.
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Entra nel canale WhatsAppIl ruolo della madre e l’eredità che si è portata avanti
Gran parte di questo percorso l’ha portata a guardare con occhi nuovi al legame con sua madre, tema centrale anche del suo spettacolo Mamma sei sempre nei miei pensieri, spostati!: "La mamma è il più grande trasmettitore culturale che esista al mondo" racconta, sottolineando quanto spesso le nostre paure non siano davvero nostre, ma ricevute. E quando prova a spiegare quanto questo influisca sulle relazioni affettive, è altrettanto diretta: "Noi andiamo in giro impostando le relazioni affettive come se fossero tutti mamma e papà".
La comicità come mezzo per risollevarsi e il cinema con Monicelli
La comicità per Cinzia Leone non è mai stata una maschera, ma un modo per guardare le cose dritte negli occhi. È quella stessa comicità che ha segnato gli anni di La TV delle ragazze e Avanzi, dove le sue imitazioni erano costruite non sulla somiglianza, ma sulla capacità di far emergere "il pensiero interiore del personaggio". Quando ricorda Parenti Serpenti, Selvaggi e Le finte bionde, lo fa con grande affetto, quei film li definisce: "La fotografia storica di quello che siamo stati". E parlando di Mario Monicelli, il tono cambia, racconta che con lui parla ancora "tutti i giorni, per aria".
Il dolore privato
Su un punto, però, non transige: la sua vita privata. "C’è stato un livello di sofferenza privata che è giusto che rimanga solo mio" afferma. E quando le chiedono delle relazioni dopo l’aneurisma, risponde con sincerità: "Quando non hai un’identità sei come un bambino: hai delle pulsioni, ma non sei in grado di avere un desiderio". Per lei non ha senso esporre quel tipo di ferita al pubblico. Non perché lo ritenga un tabù, ma perché è qualcosa che non vuole sublimare in arte.
