Caparezza, Ariana Grande e perfino Jay-Z, la lettera d'addio sul palco che consola chi resta. Il vero significato delle pause non è quello che pensate

Caparezza chiede di essere lasciato andare, Ariana Grande sale sul palco per giurare che la sua pausa non è una reazione a niente. La dichiarazione di pausa è l'unica lettera d'addio in cui chi parte deve consolare chi resta

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Da anni, alla fine di ogni concerto, Caparezza annuncia che è l’ultimo. È una gag, potremmo definirlo quasi un rito: lui si congeda, il calendario lo smentisce e l’allarme rientra. Nel 2022 l’aveva detto perfino ai giornali – "faccio queste venti date e mi fermo" – e poi sono arrivati un album nuovo e altri concerti. Il 5 settembre, alla Reggia di Caserta, davanti a ventimila persone, ha chiuso il tour di Orbit Orbit con la solita battuta. Stavolta, ha detto, la sua condizione è particolare. Non sa che fine farà ma non dobbiamo avere paura: qualunque cosa farà, starà bene. E infine: "Lasciatemi andare".

Proviamo ora a fermare l’immagine. Un uomo che da oltre dieci anni convive con acufene e ipoacusia – un fischio perpetuo, la beffa più crudele per chi vive di suono – e che ad aprile ha annullato gli incontri con i fan per sottoporsi a controlli urgenti, non chiede comprensione ma ci rassicura. È lui il paziente che consola i parenti in sala d’attesa.

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Ariana Grande e la pausa dalla vita pubblica

Un mese prima, dall’altra parte dell’oceano, abbiamo assistito alla stessa scena. A inizio agosto un portavoce di Ariana Grande ha fatto sapere a People che, chiuso l’Eternal Sunshine Tour, la cantante si sarebbe sottratta alla visibilità: niente lavoro pubblico, né apparizioni, cioè proprio ciò che l’aveva esposta a uno scrutinio senza fine. Sullo sfondo, il video di Petal e la solita perizia sulla sua magrezza; in coda, la rinuncia a Sunday in the Park with George, il Sondheim che nel 2027 l’avrebbe portata al Barbican. Ariana ha trentatré anni, e il suo corpo è argomento di dibattito pubblico almeno da quando ne aveva diciannove.

Il giorno dopo, sul palco di Chicago, è arrivata la versione d’autrice. Nessuna reazione, ha spiegato lei: una decisione presa tempo prima, in silenzio, da una posizione di forza. Aveva saputo che i fan temevano che la negatività le stesse rovinando tutto, e ha assicurato che era vero l’esatto contrario. Poi, dentro un elenco di cose che possono essere vere insieme, la frase più vera della serata: i confini vanno tracciati. E una promessa: qualunque rumore ci sia là fuori, niente suonerà mai più forte dell’amore che la lega al suo pubblico.

Rumore. Per lui è un fischio nella testa, per lei il brusio del mondo. Lui soffre di troppo suono, lei di troppo sguardo. E mettiamolo pure agli atti: nessuno dei due si sta prendendo una pausa dalla musica. Si stanno prendendo una pausa da noi. Solo che questa è l’unica frase che non si può pronunciare. Il portavoce ci è andato vicino, e la cantante ha sentito il bisogno di riscriverla in lingua d’amore, davanti a un pubblico che di quel rumore, volente o nolente, fa sempre parte.

Cosa significa davvero prendersi una pausa

Il perimetro, allora, è un triangolo. Primo lato, la rassicurazione: starò bene. Secondo, la gratitudine: i fan migliori del mondo, ha detto Ariana alla O2 di Londra il primo settembre, nell’ultima sera del tour. Terzo, la porta socchiusa: non so che fine farò. Al centro, una causa ammissibile, meglio se certificata: un orecchio, un corpo, un’anima in manutenzione.

I titoli dei giornali parlano già la lingua del pronto soccorso – allarme, preoccupazione, malattia – e noi ci siamo trasformati nel medico fiscale del pop: concediamo l’assenza solo dietro referto, poi passiamo a controllare che il malato sia davvero a casa. Senza referto, la pausa è un capriccio; con il referto, diventa una notizia.

Ritiri, farewell tour e ritorni: la porta resta sempre socchiusa

La porta socchiusa, del resto, non è un vezzo. È una clausola scritta dalla storia. Nel 2014 i Mötley Crüe firmarono davanti alla stampa un contratto che vietava loro di tornare in tour dopo il 2015; nel 2019 lo fecero saltare con la dinamite, in un video promozionale. Gli LCD Soundsystem celebrarono il proprio funerale al Madison Square Garden, ne ricavarono un documentario e cinque anni dopo risorsero; il live di quella sera, per la cronaca, si intitola The Long Goodbye.

Jay-Z annunciò che The Black Album sarebbe stato l’ultimo, e tre anni più tardi ci ripensò. Elton John ha impiegato cinque anni per salutarci, con uno dei farewell tour più redditizi della storia. L’addio definitivo è diventato un genere comico; la pausa è il suo sequel serio. E il mercato non perde un colpo: c’è già chi ipotizza che l’assenza di Ariana possa trasformare il suo ritorno in un evento. Il silenzio non è ancora cominciato ed è già un teaser.

Mina, Battisti, Mark Hollis: un altro modo per sparire

Eppure un altro modo è esistito. Mina ha smesso di esibirsi in pubblico nel 1978 e da quasi mezzo secolo ci manda dischi, senza bisogno di troppe spiegazioni. Battisti a un certo punto smise di parlare e lasciò che a parlare fossero le canzoni. Mark Hollis, dopo un album solista nel 1998, sparì per fare il padre, senza conferenze stampa.

E qui arriva il dettaglio che nessuno sceneggiatore avrebbe osato: nel 2021 Caparezza aveva messo in musica proprio questo bivio. Il brano si intitola La scelta: da una parte Beethoven, sordo e ostinato fino alla fine; dall’altra Hollis, che volta le spalle ai riflettori per la famiglia. Il ritornello si guardava bene dal dire quale strada avesse imboccato. A Caserta non l’ha detto nemmeno lui. "Lasciatemi andare" non contiene una data, una diagnosi e di certo non una promessa. È quanto di più vicino al silenzio vero il perimetro consenta.

Rimane però, fuori dal triangolo, una frase che quasi nessuno ha il coraggio di pronunciare. Tre parole: non mi va. Non "sto male", non "devo ritrovarmi", non "voglio dedicarmi al cinema". Non mi va più. Lo chiameremmo crisi, ingratitudine, depressione, tradimento. Lo chiameremmo in qualunque modo, pur di non chiamarlo libertà.

Forse, allora, la domanda da farsi non è quando torneranno. È un’altra, la più difficile di tutte: in tutti questi anni, li stavamo ascoltando o soltanto sorvegliando?


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