Campioni del mondo - Italia loves Unesco, pagelle: Serena Rossi fuoriclasse (10), Sal Da Vinci fuoco puro (9). Ma un grande assente spegne la serata (5)

Campioni del mondo - Italia loves Unesco su Rai 1: top e flop della serata evento del 5 giugno 2026 su Rai 1 con Milly Carlucci e Paolo Belli. Le pagelle

Giusy Palombo

Giusy Palombo

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Giornalista e content creator. Racconto cultura pop e spettacolo tra articoli e video, con uno stile diretto e autoriale.

Serena Rossi Sal Da Vinci
IPA

Campioni del mondo – Italia loves Unesco è il grande evento televisivo trasmesso su Rai 1 dall’Arena di Verona e presentato da Milly Carlucci. La serata è dedicata alla valorizzazione del patrimonio culturale italiano riconosciuto dall’UNESCO. Lo spettacolo celebra in particolare il riconoscimento dell’opera lirica e della cucina italiana come espressioni culturali di grande valore, offrendo al pubblico un viaggio tra musica, arte e tradizioni popolari. Un altro tema centrale è il sostegno alla candidatura della canzone napoletana classica come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Vediamo i top e i flop della serata del 5 giugno 2026 tra lirica, food e gli ospiti che si sono susseguiti sul palco dell’Arena.

Campioni del mondo – Italia loves Unesco su Rai 1: le pagelle

Massimo Ranieri, Serena Rossi e Gianni Morandi fuoriclasse: voto 10. Tre nomi, tre esibizioni, un solo effetto: pelle d’oca. Massimo Ranieri, Serena Rossi e Gianni Morandi hanno portato sul palco una sequenza di momenti che da soli basterebbero a dare senso all’intera serata televisiva. Da Caruso a Era de maggio, l’asse Napoli–Italia si è acceso senza forzature, con una naturalezza rara. Ranieri e Rossi hanno confermato una volta di più il loro legame profondo con questa tradizione, mentre Morandi – bolognese doc – ha dimostrato come la canzone napoletana non conosca confini geografici, ma solo sensibilità. E qui sta il punto: non imitazione, ma partecipazione autentica. Un’adesione emotiva vera, non costruita. È questo che ha trasformato le esibizioni in qualcosa di più di semplici numeri musicali. Un momento televisivo alto, sincero, quasi fuori dal tempo. Un regalo collettivo che ha ricordato perché certe musiche non appartengono a una città, ma a chiunque sappia ascoltarle.

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Gigi D’Alessio e Sal Da Vinci orgoglio d’Italia. Voto 9. Vederli fuori dalla loro comfort zone è stata una piccola sorpresa che ha funzionato alla grande. Gigi D’Alessio e Sal Da Vinci, quando entrano nel territorio della melodia napoletana, si muovono con una naturalezza quasi disarmante, ma qui hanno fatto un passo in più. Su brani come ‘O surdato ‘nnammurato e Tu ca nun chiagne, portati sul palco dell’Arena di Verona, non c’è stato bisogno di effetti o sovrastrutture: solo voce, tradizione e presenza scenica. E tanto è bastato. Il risultato è stato un momento di televisione autentica, di quelli che non hanno bisogno di essere spiegati. Emozioni chiare, immediate, condivise. E soprattutto una sensazione forte: quella di un patrimonio musicale che non è più solo locale, ma definitivamente universale.

Milly Carlucci è una garanzia certificata, voto 8. Che i suoi programmi, a volte, sembrino variazioni sullo stesso spartito è vero. Che il suo stile sia ancora molto legato a una televisione d’altri tempi, anche. Ma quale conduttrice oggi avrebbe potuto gestire una serata di questa portata con la stessa sicurezza? Elegante, impeccabile, mai sopra le righe. Non sbaglia un tempo, non perde il filo della scaletta, non si lascia tentare da protagonismi inutili. E quando serve, passa con naturalezza dall’italiano all’inglese senza l’effetto "interrogazione di terza media" che spesso si vede in tv. Per gli eventi istituzionali e internazionali, la Rai continua a puntare su di lei. E, piaccia o no, i motivi sono sotto gli occhi di tutti. Professionista vera. Una specie sempre più rara sul piccolo schermo.

Campioni del mondo – Italia loves Unesco: i bocciati della serata evento su Rai 1

Forse mancava qualcuno. Voto 5. La scaletta non può essere infinita, e i nomi presenti bastano già a certificare la grandezza della lirica e della tradizione napoletana nel mondo. Su questo non si discute. Eppure, una sensazione resta: quella di un racconto incompleto. Perché quando si parla di un patrimonio così vasto, non è solo una questione di qualità, ma anche di rappresentanza. Sarebbe stato interessante allargare ulteriormente lo sguardo, includendo voci diverse, magari più sfaccettate. Artisti come Nino D’Angelo (l’assenza più pesante), Lina Sastri o Enzo Avitabile avrebbero potuto aggiungere tasselli fondamentali a un mosaico già ricco, ma ancora parziale. Storie, linguaggi e sensibilità differenti avrebbero rafforzato ancora di più l’idea di una tradizione viva, contaminata, davvero universale. Così com’è, resta uno spettacolo importante. Ma con quel leggero retrogusto: quello di ciò che avrebbe potuto esserci e non c’è stato.

Paolo Belli: potevamo farne a meno. Voto 4. L’idea di affiancare Milly Carlucci nella gestione della parte "food" può anche avere una logica sulla carta. Il problema è la scelta del partner. Il duo Carlucci–Belli è ormai rodato a Ballando con le Stelle, quasi automatico per abitudine più che per necessità. Ma riproporlo in un contesto diverso, più istituzionale e con un’identità precisa come Campioni del mondo, lascia più di un dubbio. La sua presenza, di fatto, resta ai margini: interventi brevi, poco incisivi, spesso scollegati dal ritmo della serata. E quando un ruolo non incide né sul racconto né sull’energia dell’evento, finisce per diventare rumore di fondo. Non è una questione di talento, ma di contesto. Perché qui lo stile leggero e da intrattenimento di Paolo Belli non si incastra con il tono della serata. Risultato: una partecipazione che non aggiunge e non toglie, ma soprattutto non lascia traccia.

In Italia non riusciamo proprio ad alleggerirci. Voto 3. Quando si parla di opera lirica, canzone napoletana e grandi eventi televisivi, la parola d’ordine sembra sempre la stessa: sobrietà. Anzi, quasi rigidità. E su una serata come quella andata in onda su Rai 1, il risultato è evidente. Perché abbiamo questa difficoltà cronica a lasciare spazio all’imprevisto, alla battuta fuori copione, al momento più umano? Ogni cosa deve essere controllata, incastrata, levigata fino a perdere un po’ di respiro. E così anche ciò che è grandioso finisce per diventare pesante. Eppure, paradossalmente, è proprio questa rigidità a tenere lontani molti spettatori, soprattutto i più giovani, da patrimoni artistici che meriterebbero tutt’altro approccio. Lo spettacolo, nel suo insieme, resta affascinante e potente. Ma a tratti è come se si auto-imprigionasse: troppo costruito, troppo denso, poco fluido. Bella la sostanza, ma la forma finisce per appesantire anche le cose migliori.


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