Incassi record e sale piene: perché Paola Cortellesi c'è riuscita e i grandi registi italiani falliscono. L'idea più coraggiosa e il colpo di scena elegante
Incassi da capogiro e una sceneggiatura di ferro: perché "C'è ancora domani" funziona meglio di tanti film d'autore.

C’è ancora domani, esordio alla regia di Paola Cortellesi, per una volta parto senza voler smontare nulla. È senza dubbio uno dei migliori film italiani degli ultimi anni e i numeri lo confermano tanto quanto le recensioni dopo il suo debutto. Circa 36-40 milioni di euro incassati solo in Italia, oltre 50 milioni di dollari a livello globale, quinto film italiano di maggior incasso nella storia del box office nazionale – un risultato clamoroso per un’opera prima. In un momento in cui il cinema italiano fatica cronicamente a riempire le sale, salvo alcuni casi come Zalone, questo film ha fatto quello che sembrava impossibile.
Roma, 1946, C’è ancora domani
Siamo nella Roma del secondo dopoguerra, tra le macerie ancora visibili del conflitto, sotto il controllo delle forze alleate, nei giorni che precedono il referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946 – il momento in cui le donne italiane votano per la prima volta nella storia del paese. Dentro questo contesto epocale, Cortellesi sceglie di raccontare non i palazzi del potere, ma un seminterrato del rione Testaccio, dove Delia subisce quotidianamente le violenze del marito Ivano, interpretato da un algido e spaventoso Valerio Mastandrea. È una scelta di sguardo intelligente: la grande Storia entra dalla porta di servizio, attraverso la vita minuscola e apparentemente irrilevante di una donna che nessun libro di scuola ha mai raccontato.
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Entra nel canale WhatsAppLa trovata più coraggiosa: ballare la violenza invece di mostrarla
Ed eccoci al cuore vero del film, quello che lo rende davvero speciale: Cortellesi sceglie di mettere in scena le percosse di Ivano come sequenze coreografate, quasi danzate, accompagnate da canzoni pop fuori contesto storico. A parer mio è una delle soluzioni più intelligenti viste nel cinema italiano recente per affrontare la violenza domestica senza cadere né nel voyeurismo né nell’assuefazione dello spettatore. Mostrare le botte in modo crudo e realistico, come fanno tanti film "impegnati", rischia paradossalmente di anestetizzare chi guarda dopo la terza o quarta scena simile. Trasformarle in un balletto innaturale, quasi grottesco nella sua coreografia, costringe invece lo spettatore a un disagio diverso, più duraturo: capisci esattamente cosa sta succedendo, lo senti nello stomaco, ma non riesci ad abituartici.
Il colpo di scena
C’è poi quella che ai miei occhi risulta la scelta narrativa più elegante di tutto il film, che – per chi non l’avesse ancora visto – mi limito solo ad accennare: quello che sembra costruito come la classica fuga d’amore verso un futuro diverso si rivela essere, in realtà, qualcosa di completamente diverso e molto più potente. Ci troviamo di fronte a un gesto collettivo, civico e condiviso con migliaia di altre donne nello stesso momento storico. È un ribaltamento che trasforma una storia apparentemente individuale in un racconto corale e che porta il livello del il film ben oltre il semplice dramma sulla violenza domestica in cui avrebbe potuto facilmente richiudersi.
Un difetto c’è ed è nel gran finale
Va detto anche cosa non convince fino in fondo: il messaggio finale del film viene esplicitato con un po’ troppa insistenza nell’ultima sequenza, quasi sbandierato, l’ho trovato un po’ didascalico. Sia chiaro, non diventa mai stucchevole, ma la sensazione è che Cortellesi non si fidi abbastanza della capacità del pubblico di cogliere da sé il senso di tutto quello che ha appena visto e senta il bisogno di sottolinearlo in modo esplicito prima dei titoli di coda. È l’unico vero appunto che mi sento di muovere a un film altrimenti quasi impeccabile.
Guardatelo anche se lo avete già visto
Se lo avete già visto al cinema – e vi capita l’occasione – guardatelo comunque: è uno di quei film che regge benissimo una seconda visione perché conoscendo già il finale si apprezzano meglio gli indizi disseminati fin dall’inizio. Se invece non lo avete ancora visto, avete l’occasione perfetta per scoprire perché un’attrice comica, al suo primo film da regista, sia riuscita a fare quello che registi ben più navigati falliscono regolarmente: raccontare un tema durissimo con eleganza, ironia e rispetto per lo spettatore, senza mai scadere nel ricatto emotivo. Non capita spesso, ed è giusto festeggiarlo quando succede.
