Buonvino, Giorgio Marchesi: "Mi ha insegnato ad aspettare il mio momento. Un Medico in Famiglia? Tornerei solo a una condizione" - Intervista

Giorgio Marchesi torna su Rai 1 con Buonvino - Misteri a Villa Borghese, in onda a partire da giovedì 7 maggio. Si è raccontato in questa intervista a Libero Magazine.

Stefania Meneghella

Stefania Meneghella

Giornalista

Giornalista pubblicista, scrittrice e critica d’arte, sono autrice di quattro romanzi e fondatrice di Kosmo Magazine

Giorgio Marchesi torna su Rai 1 con il debutto di Buonvino – Misteri a Villa Borghese, la nuova fatica televisiva ispirata ai romanzi di Walter Veltroni. L’attore bergamasco ha interpretato un uomo che è molto più di un commissario e con cui ha segnato il passaggio verso una serialità in grado di unire il giallo classico alla commedia umana.

Intervista a Giorgio Marchesi, su Rai 1 con Buonvino – Misteri a Villa Borghese

Marchesi si è raccontato a Libero Magazine, svelando aneddoti e retroscena sui momenti trascorsi sul set e svelando anche il modo in cui ha "costruito" il suo Buonvino. E sulla storica fiction Un Medico in Famiglia, che l’ha visto protagonista nelle ultime stagioni, ha detto: "Tornerei solo se ci fosse una versione 2.0.".

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Ti vedremo protagonista nel nuovo prodotto Rai Buonvino – Misteri a Villa Borghese. Cosa ti aspetti dalla messa in onda?

Spero che piaccia al pubblico, così com’è piaciuto a noi farlo e guardarlo. Non so fare previsioni, ma secondo me è un prodotto diverso rispetto a quello che si vede solitamente.

I romanzi di Walter Veltroni hanno un’identità molto precisa. Ti sei sentito influenzato dalla sua "voce" o hai preferito distaccarti per creare un tuo Buonvino originale?

Credo che ognuno ci metta dentro un po’ di sé, ma la mia intenzione era quella di restituire al personaggio una sorta di coerenza, e anche di essere aderente al personaggio letterario. A differenza di altri lavori, mi è stato richiesto proprio questo: altre volte ci si allontana dall’opera letteraria, ma in questo caso mi sembrava desiderio della produzione e della regia far risuonare questo ruolo. Ho provato a restituirlo al pubblico nella mia versione, ma conservando comunque le sue caratteristiche principali.

Hai interpretato molti ruoli legati alla legge (penso a Vanina o Studio Battaglia). Cosa rende questo poliziesco diverso dagli altri che hai frequentato recentemente?

In questo prodotto si affrontano soprattutto i rapporti tra le persone e l’empatia che i poliziotti – in questo caso Buonvino – hanno nei confronti dei testimoni o dei possibili colpevoli. Il tentar di mettersi nei panni degli altri serve nella vita in generale a comprendere meglio chi ci sta accanto. Non ci sono supereroi, sono tutti personaggi realistici e umani, proprio come lo potrebbe essere il nostro vicino di casa.

Qual è l’insegnamento più grande che ti sei portato a casa dopo aver conosciuto Buonvino?

Mi ha regalato una maggiore serenità nell’affrontare la vita. Mi ha insegnato ad avere meno istinto, meno rabbia, meno buttarsi a capofitto ma ad avere ogni tanto un sano distacco, mantenendo la calma e aspettando il momento più giusto per agire.

Sappiamo che Buonvino porta con sé un trauma legato alla moglie. È un uomo che cerca la verità per gli altri o perché non riesce a trovare pace per sé stesso?

Io credo che lo faccia principalmente per gli altri, ma è anche vero che dentro di sé c’è sempre il desiderio di ritrovarsi. Lui è un poliziotto che è stato messo in panchina, ma che era capace di fare tutto, che aveva una vita sentimentale funzionante. Poi c’è stata la fine di questo matrimonio, ma credo che sia molto evidente che troviamo un Buonvino diverso alla fine della seconda puntata rispetto a quello conosciuto durante la prima. Lo si vede più sereno e intento a ritrovarsi.

Questa prima stagione è composta da due serate. Ti piacerebbe che Buonvino diventasse una serie a lungo termine, magari con una stagione più lunga?

Sicuramente, anche perché questo personaggio è molto difficile da trovare ed è stato anche molto rispettoso nei confronti del personaggio letterario. Ci avvantaggerebbe fare altre serie, perché ci permetterebbe di entrare in contatto con un personaggio che già conosciamo e quindi di entrare più nel profondo della sua storia.

Sono passati anni da quando interpretavi Marco Levi. Se il progetto di Un Medico in Famiglia dovesse concretizzarsi davvero, accetteresti di tornare?

Lo farei soltanto se ci fosse veramente Un Medico in Famiglia 2.0. Se si dovesse rifare senza una particolare innovazione, non credo avrebbe molto senso. Funzionerebbe solo se ci fosse il bisogno e la necessità di raccontare qualcosa e di farlo in maniera diversa. Sono passati quasi 30 anni dalla prima messa in scena.

La società e il concetto di famiglia sono infatti molto cambiati da allora…

Esatto, sarebbe interessante rivedere cosa può essere diventata quella famiglia dopo tutti questi anni. Ci dovrebbe essere quindi un grande tentativo di innovazione. L’effetto "amarcord" non avrebbe molto senso.

Molti ti hanno conosciuto in TV, ma il tuo "cuore" batte spesso sul palco. In che modo la disciplina del teatro ti aiuta a gestire i ritmi frenetici di un set?

La cosa più difficile è passare dagli orari notturni in teatro a quelli della mattina sul set. Sul palco c’è però la possibilità di incontrare il pubblico, mettersi in discussione artisticamente, ritrovare il fatto di stare in scena per più di un’ora e senza gli stop continui del set. Avere davanti delle persone in carne ed ossa è un grande privilegio.

In passato hai lavorato a produzioni internazionali come I Medici e Hotel Portofino. C’è qualche nuovo progetto oltreconfine nel tuo 2026 o senti che in questo momento l’Italia offre le storie più interessanti per te?

Ho sempre fatto pochi programmi nella vita in generale e nel mio percorso artistico. Dipende sicuramente dalla validità del progetto, anche perché recitare in un’altra lingua è una sfida, ma è anche importante vedere come recitano gli altri. Sarebbe una bella esperienza e mi piacerebbe rifarla.

Futuri progetti da raccontarci?

Sto andando sul set di una serie Rai che si intitola Mamma non mamma, con Gabriella Pession e con la regia di Giulio Manfredonia. In autunno riprenderò lo spettacolo L’amante di Harold Pinter e, per concludere, inizierò un nuovo spettacolo con cui debutterò a febbraio 2027. Stavolta si tratterà di un testo americano contemporaneo sul tema della molestia.


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