Brusco torna con Anima: “Scendere in piazza è la cosa più importante che possiamo fare”. E su Sanremo: "Non lo guardo più e non so chi sia Pucci"

Il precursore del reggae italiano pubblica un singolo in cui sonorità leggere incontrano un testo impegnato sulla responsabilità collettiva. Il brano nasce dalla collaborazione col duo romano Inna Cantina.

Luca Burini

Luca Burini

Giornalista

Nato a inizio estate 1987, volevo fare il cantautore. Poi la vita mi ha portato a sfogare la voglia di comporre altrove.

"Come mai prima abbiamo sotto gli occhi dolore e sofferenza. Anima nasce da quelle immagini". Spiega così Brusco la genesi del suo nuovo singolo, disponibile dal 13 febbraio. Si tratta di una collaborazione con il duo romano, Inna Cantina: "Siamo amici di lunga data e quindi ci capita di parlare delle cose che vediamo accadere intorno a noi", aggiunge. Non che dolore e sofferenza non esistessero prima, ma secondo il precursore del reggae italiano, ormai, la tecnologia non ci permette di voltare la faccia e far finta di niente. Lo dimostrano la reazione delle persone che scendono in piazza per "esprimere in modo pacifico il loro sostegno ai più deboli, alle vittime", continua. "Tutto questo ci ha colpito profondamente e la cosa più naturale che potessimo fare era riversare queste emozioni in una canzone". Canzone che, sì, ha le sonorità tipicamente reggae senza però rinunciare alla contemporaneità: "Si sente che è del 2026", chiarisce l’artista, noto a livello mainstream per il tormentone Sotto i raggi del sole del 2002.

DOMANDA: Quindi scendere in piazza ha ancora senso?
RISPOSTA: È la cosa più importante che si possa fare. Se ci riduciamo a esprimere il nostro parere con un post sui social tra una ricetta e l’altra degli chef minimizziamo la capacità che, in quanto essere umani, abbiamo di decidere il nostro destino. Manifestare, ma anche confrontarci al bar ci permette di imparare dagli altri, di aprirci, condividere. Tutto questo è la nostra più grande ricchezza.

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Le manifestazioni non sono particolarmente gradite a tanta politica, sia in Italia che all’estero. Ma rimaniamo sulla nostra classe dirigente. È in fermento per il passo indietro di un comico che avrebbe dovuto fare un’ospitata a Sanremo.
Non so chi sia Andrea Pucci e non guardo il Festival dai tempi di Albano & Romina.

Sono passati tanti anni. Eri loro fan?
Diciamo che da adolescente Romina occupava spesso i miei pensieri.

Tutto chiaro. Anni dopo quelle edizioni della kermesse, nel 2006, hai pubblicato L’erba della giovinezza, una canzone che difficilmente avrebbe trovato spazio all’Ariston, ma che è diventata un inno. Un manifesto alla cannabis libera. A distanza di tutto questo tempo è ancora attuale perché di passi avanti effettivi non ce ne sono stati sul tema.
Anche se il mio rapporto con la cannabis è cambiato negli anni, continuo a sentirla mia e vedo che non ha smesso di girare. Personalmente rimango della mia idea dell’epoca: non è assolutamente una sostanza da demonizzare. Avendola provata in prima persona, credo che limiti la capacità di essere lucidi in modo meno impattante rispetto a quanto non faccia l’alcool.

Il pubblico mainstream, invece, si è accorto di te nel 2002 grazie a Sotto i raggi del sole, rivisitazione di Abbronzatissima di Edoardo Vianello. Un successo che è arrivato anche in Francia.
Non mi hanno mai chiamato per fare promozione lì, però sì, è vero.

Molti tuoi colleghi non hanno un buon rapporto con le loro maggiori hit.
Io avevo paura che il pubblico che avevo prima di uscire con quel brano si allontanasse. Fortunatamente non è andata così. Nessuno mi hai criticato. Tanto che lo eseguo orgogliosamente in ogni mio concerto perché è uno dei pezzi più apprezzati.

Che tipo di pubblico ti viene a vedere?
Molto traversale. Anche per questo motivo non ho mai avuto l’impressione che Sotto i raggi del sole e le altre canzoni più mainstream del mio repertorio non andassero in conflitto con il resto dello spettacolo che propongo.

Leggo che fai circa una 50ina di show all’anno. Sono previsti anche nel 2026?
Spero proprio di sì. Spero di fare sia i miei concerti con la band Roots in the sky sia gli spettacoli con formazioni più ristrette.

Fermiamoci un attimo nel 2002. Hai detto che in alcuni contesti legati alla promozione di Sotto i raggi del sole ti sei sentito a disagio. All’epoca c’era poco sensibilità sul tema.
Io sono comunque stato molto fortunato. Per me il problema non si poneva proprio. I discografici ci hanno provato a farmi fare un percorso più mainstream, ma non mi interessava. Preferisco la libertà che il genere che amo, per quanto di nicchia, mi permette di avere. Altri, magari, dopo un talent o dopo un grande successo si ritrovano catapultati in un universo in cui sono pesci piccolissimi che devono vedersela con dinamiche con cui non hanno mai avuto a che fare prima. Capisco quanto ci si possa sentire fragili in una situazione del genere.

Serve la gavetta?
È un termine che non mi piace. Non penso che uno debba per forza passarci attraverso. Ma è indubbio che aiuti a scoprire chi sei, cosa sai fare bene, cosa ti piace, cosa ti dà soddisfazione. Ad essere più consapevole. Ti dà gli strumenti per gestire un eventuale successo.

"Decisi di andarmene, perciò come secondo disco presentai del materiale talmente impubblicabile che le nostre strade si separarono", hai detto riguardo alla rottura con l’etichetta con cui hai avuto il boom di popolarità.
A molti giovani succede di firmare contratti che li vincolano per tanto tempo. In questi casi il problema è che se poi non consegni quello che i discografici si aspettano, loro non ti pubblicano e tu rimani fermo. Anche dieci anni. Finisce che uno smette di essere artista perché non può esprimersi attraverso la musica. Io, una volta capito che si voleva andassi in una direzione che non mi interessava, ho proposto cose che sapevo non sarebbero piaciute per niente. Le ho pubblicate poi in modo abbastanza clandestino, autoprodotte, distribuite alla buona. Sono quindi decadute le opzioni per eventuali rinnovi del contratto e sono stato libero di poter fare L’erba della giovinezza che non sarebbe mai uscita se avessi imboccato la strada che avevano pensato per me.

Torniamo ad oggi. Anima anticipa una serie di singoli che durante il 2026 ci accompagneranno all’uscita del nuovo album. Gli Inna Cantina non sono la tua prima collaborazione discografica. È una modalità di lavoro che ti piace?
Se ho un rapporto diretto o un legame di qualche tipo con l’artista in questione sì. È bello perché ti permette di spaziare. In generale, però, preferisco fare canzoni da solo. Mi piace che la mia musica rappresenti me. Collaborando a distanza ho sempre un po’ il timore che l’altro faccia qualcosa che poi possa non piacermi.

Sarebbe, quantomeno, imbarazzante.
Per questo preferisco incontrare musicalmente chi so che ha qualcosa in comune con me. E in modo spontaneo. Non devono per forza essere amici, ma dobbiamo avere un gancio. Prendi Clementino (col quale nel 2021 ha registrato Bam Bam, ndr) per esempio. Non è che usciamo a cena insieme, però abbiamo condiviso tanti palchi, abbiamo amicizie in comune e apprezzo molto quello che fa.

A proposito di album, quest’anno Brusco, il tuo primo disco da solista, compie 25 anni.
Non l’avevo realizzato!

Vuol dire che non hai ancora pensato a come festeggiare l’anniversario.
No! Però, ora che me lo fai notare, mi viene in mente che sono 25 anni che la Roma non vince lo scudetto.

Per chi non lo sapesse, in passato hai dichiarato: "Io non amo il calcio, amo la Roma". Confermi?
Riassume perfettamente il mio pensiero.

In questi anni il mercato è completamente cambiato. Il tuo lavoro è stato influenzato da tutto questo?
Nel lavoro pratico, nella composizione per niente. Certo mi sono accorto che l’approccio ai numeri è diverso, che le modalità di fruizione sono altre. La musica è gratis, nonostante questo su Spotify c’è un attenzione a dati che spesso sono poco indicativi. Ho canzoni che magari superano il milione di ascolti, ma che nessuno mi chiede ai concerti, diversamente da quelle con molte meno riproduzioni. Purtroppo, è cambiato il peso che la musica ha all’interno della vita delle persone.

Anche il modo di fare promozione si è evoluto. Passa attraverso i social.
Ti permettono di avere un rapporto con i fan che se spesso, però, si traduce nella richiesta di video di auguri. Credo fosse meglio quando il contatto era analogico. Anche durante i concerti, io spesso ci scherzo, ma rimango un po’ sorpreso dal fatto che tutti stiano a riprendermi mentre canto. Posso capire se cadessi e mi spaccassi una gamba. Si porterebbero a casa il contenuto virale. Diversamente sono clip uguali ad altre diecimila. Poi ci sta riprendere qualcosa, non voglio fare il bacchettone, ma personalmente preferisco godermi il momento. Detto questo, se smettessi di fare musica chiuderei i miei canali perché li vedo come uno strumento per promuovere la mia musica nella maniera più immediata.

Non hai la mania di stare al centro dell’attenzione. Una delle tue dichiarazioni del passato che mi ha colpito di più è: "Il reggae non è come il rap. Il reggae fortemente legato a determinati valori, la voglia di protagonismo è inferiore rispetto ad altri generi".
Partivo dalla considerazione che spesso i due generi vengono accumunati, anche se sono due cose diverse. Possono avere dei punti in comune, un pubblico in comune. Ma ci sono tante differenze. Intanto il reggae è molto più melodico e tende a non scimmiottare i contenuti dei giamaicani, diversamente da quello che fanno alcuni rapper con gli americani. Non ascolto molta musica di questo genere, ma questa è l’impressione da ignorante. Qualcuno fa il gangster quando poi è figlio di amministratore delegato o di un magistrato.

Una tendenza che porta a riproporre sempre le stesse immagini e le stesse tematiche. Pistole, soldi, mutandine…
Non è che per forza le canzoni debbano parlare del sociale, per carità. Però si può scrivere di tante altre cose. Dai sentimenti, alle fragilità. Ci si può pure scherzare sopra. Poi ci sono anche rapper che hanno una modalità di scrittura assurda. Che giocano con le parole in modo straordinario. Non so. Mi viene in mente Ensi e come lui tanti altri. Loro dimostrano davvero tanta arte. Mi convince meno chi si focalizza su falsi miti che appaiono poco verosimili.

Invece qual è lo stato di salute della musica reggae in Italia?
Per quanto ci siano molti artisti validi, sia da noi che nel mondo il reggae e la dancehall sono in grande sofferenza da almeno una decina di anni. C’è stata una deriva musicale, a livello di produzione senza entrare troppo nel tecnico, che ha ridotto il coinvolgimento della gente e, di conseguenza, dei numeri un po’ ovunque. Poi chi lavora bene il suo riscontro ce l’ha, magari non come chi fa altri generi, ma con volumi dignitosi che consentono di viverci. È un peccato perché tutto quello che sta avendo successo a livello globale – rap, trap, reggaeton, Bad Bunny -attinge al patrimonio che i giamaicani hanno creato dagli Anni ’80 fino al 2010.

C’è una domanda che non ti ho fatto e che avresti voluto che ti facessi?
Le hai fatte tutte.


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