Samurai Jay, Sayf e adesso anche Blanco: il nuovo trend su TikTok è chiamare la mamma. Lo sdoganamento di Sanremo a semplice salotto di casa

Mamme, mamme ovunque: da Blanco fino a Samurai Jay, pare che l'effetto tenerezza sia la nuova tendenza irresistibile per generare hype. Ma funziona davvero?

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Una volta, ho sentito dire a Pier Luigi Bersani che dire Viva la mamma avrebbe messo d’accordo tutti. Non so se si riferisse all’avvento del campo largo che caldeggia ormai da tempo, oppure se, da grande esperto di musica quale lo conosciamo, stesse semplicemente prevedendo cosa stava per succedere. Di certo l’autore di Chiedimi chi erano i Beatles faticava a immaginare che nel 2026 la mossa più trasgressiva e inaspettata che un artista italiano potesse compiere per far parlare di sé non fosse sfasciare chitarre, collezionare polemiche o abbandonarsi ai dissing in salsa TikTok, ma chiamare la mamma.

Da Blanco che marcia per chilometri come un novello pellegrino della musica, fino a Sayf e Samurai Jay che trasformano il palco più istituzionale d’Italia in un ritrovo di famiglia, passando per le liturgie spiritiche di Renato Zero e il culto domestico di Ultimo, la nostra musica ha appena scoperto che il cordone ombelicale è l’unico vero trend antiproiettile del mercato moderno. E voi, ve ne siete accorti?

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Blanco, la maratona per consegnare il nuovo album

Il 3 aprile 2026, Riccardo Fabbriconi ha deciso di farsi perdonare i vecchi scivoloni floreali – chi si è già dimenticato la celebre devastazione degli arrangiamenti al Festival di Sanremo 2023, si faccia un esame di coscienza – pubblicando Ma’, un intero album dedicato a Paola, la sua mamma. Quindici tracce, undici inedite, e un titolo che è la chiamata a raccolta di chi sa di avere ancora qualcosa da farsi perdonare.

Per sigillare la genuinità dell’operazione, Blanco ha piazzato in copertina una vecchia foto di famiglia scattata dal padre, in cui appare Riccardo bambino abbracciato a Paola, omettendo però un dettaglio che qualcuno potrebbe definire trascurabile, ovvero avvisare la diretta interessata. Lei ha scoperto di essere diventata il volto del progetto più o meno quando lo scoprivano tutti gli altri, una sorpresa che, sia detto senza malizia, ha contribuito a costruire intorno all’uscita un hype semplicemente impeccabile.

Non contento, l’artista ha poi percorso 42 chilometri a piedi per consegnare fisicamente il disco alla madre prima dell’uscita sulle piattaforme. Una fatica omerica nell’era di Spotify che, pur essendo innegabilmente romantica, ha casualmente fornito alla stampa uno spunto di redenzione davvero irresistibile. Perché raccontare di un ragazzo che cammina fino alla mamma col disco in mano funziona sempre, funzionerebbe anche se il ragazzo fosse Attila.

Sanremo diventa il salotto di casa

Se pensavate che il palco dell’Ariston fosse il tempio della tensione agonistica – quel luogo dove si decidono carriere, si archivia la dignità e si agguanta il consenso popolare – il Festival di Sanremo 2026 ha dimostrato invece di essere una comoda succursale del salotto di casa. Nella serata finale, Sayf ha eseguito Tu mi piaci tanto scendendo in platea per recuperare mamma Samia, trascinandola sotto i riflettori per un valzerino e un abbraccio strategicamente perfetto a favore di telecamera. Carlo Conti, da vero maestro di cerimonie qual è, le ha consegnato i tradizionali fiori sanremesi come si porge un trofeo alla vera vincitrice della serata.

Per non essere da meno, il rapper Samurai Jay – Gennaro Amatore, Mugnano di Napoli, debutto all’Ariston con Ossessione – è stato "sorpreso" in diretta dalla voce registrata della propria madre in dialetto napoletano, filologicamente impeccabile, diffusa nelle casse del teatro durante la sua esibizione. La sua reazione ha lasciato il pubblico nell’unica confusione emotiva che conta: quella dolce, che fa venire voglia di telefonare a casa alle 11 di sera.

Del resto, Samurai Jay aveva già messo le carte in tavola settimane prima: "Il test di mamma è fondamentale sui miei brani, è sempre stato così fin dai miei inizi". Quel che è successo sul palco era perfettamente coerente con la persona che aveva descritto.

Ultimo e il cordone ombelicale come brand identity

Un caso, probabilmente uno solo, sfugge alla logica del coup de théâtre e si installa come un dogma fondante. Quello di Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, che con la mamma ha costruito un’intera cosmogonia. E se i colleghi arredano il palco con la figura materna in occasioni speciali, come si tira fuori il servizio buono solo a Natale, lui ci ha costruito sopra un’identità discografica.

La madre compare nei testi, nei ringraziamenti, nelle interviste, nella mitologia personale che alimenta il culto dei fan con la precisione di un esercito di illuminati da vocazione familiare. Il risultato è che nessuno ha mai sospettato che si trattasse di una strategia, il che è, e sia detto con tutto il rispetto, la strategia migliore in assoluto. L’amore filiale qui non ha più bisogno di prove. La madre diventa uno zoccolo duro del consenso: una mossa che Philip Kotler non avrebbe saputo descrivere meglio.

Renato Zero, la mamma totemica

Quando si tratta di teatralità ed emozioni su larga scala, i giovani colleghi possono solo prendere appunti dal maestro assoluto dei palasport italiani. Con il suo OraZero Tour partito a gennaio 2026 – sold out bruciati nel giro di ore, trenta date nei principali palasport della Penisola – Renato Zero ha deciso di congedarsi dal suo pubblico ogni sera con il brano inedito Resta con me, una dedica all’amatissima madre Ada Pica Fiacchini, infermiera, da lungo tempo scomparsa.

L’artista istituisce una vera e propria seduta spiritica di gruppo, avendo già dichiarato di aver pregato Dio di poter continuare a dialogare con lei dopo la sua morte e riuscendo addirittura a parlarle per sei minuti interi. Sei minuti, abbastanza per l’intero atto di un’opera ma più che sufficienti per riscrivere il confine tra il sacro e il profano. Comunque qui l’ironia si ferma, riverente, di fronte al peso specifico del personaggio: Renato Zero non ha bisogno di usare la madre come scudo comunicativo, non ha un’immagine da ricucire né un pubblico da blandire. La eleva semplicemente a divinità pagana davanti a migliaia di sorcini in lacrime. La foto sul ledwall, animata da intelligenza artificiale su illustrazione di Giovanni Barca, è un vero colpo basso: a quel punto, la platea non ha più scampo.

La mamma è sempre la mamma

Cantare la mamma non è un’invenzione del 2026. Mamma di Beniamino Gigli è del 1941, Jovanotti ci salutava la sua già nel 1990, e Edoardo Bennato aveva già codificato l’intero genere con Viva la mamma nel 1989, quella stessa canzone che Bersani cita come mantra politico universale. La figura materna è comunque il più antico dispositivo emotivo della canzone italiana, collaudato da decenni di Sanremo, di melodramma se vogliamo esagerare e di un Paese che ha sempre avuto un rapporto complicato con il distacco affettivo.

Quello che cambia, oggi, è la funzione. Per i cantanti della prima Repubblica sentimentale, la dedica alla madre era un atto privato reso pubblico, come una lettera aperta. Per gli artisti che operano nel 2026 la mamma è diventata un porto franco emotivo, l’unico territorio in cui il pubblico abbassa le difese senza chiedere troppe spiegazioni.

Per i più giovani, in particolare, la posta in gioco è ancora più alta. Perché se tutto arriva già processato, ottimizzato e confezionato per il ciclo di notizie, portare la mamma – sul palco, in copertina, nei testi, nelle storie Instagram – è l’equivalente contemporaneo di togliersi il costume di scena. È il segnale che esisti anche fuori dal feed, che hai una storia che precede il primo disco e che sopravviverà all’ultimo. Che dietro al personaggio c’è ancora una persona. E proprio adesso che la realtà è tutta simulacro, quella persona – quella madre – è l’unica cosa che nessuno può comprare, imitare o generare con l’intelligenza artificiale. Almeno per ora. Almeno fino a che qualcuno non ci prova.


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