IA, robot e identità: perché il nuovo Blade Runner 2099 ci riguarda da vicino
La nuova serie Prime Video raccoglie l'eredità di Ridley Scott per farci riflettere sull'IA generativa e sul tempo che ci resta.

Il Blade Runner originale, quello di Ridley Scott del 1982, era ambientato a Los Angeles nel novembre del 2019 – sono passati ben 7 anni. Come accade praticamente per tutti i film con componente futuristica, anche la saga di Blade Runner ha dovuto spostare sempre più avanti l’orologio. L’ultimo film portava come data il 2049, adesso addirittura al 2099 – perché il presente, con la sua abitudine fastidiosa di arrivare puntuale, continua a raggiungere quello che un tempo sembrava fantascienza pura. Come accennato, non è un problema esclusivo di Blade Runner, è un destino che condivide con buona parte della fantascienza del secolo scorso. Akira immaginava Neo-Tokyo alle prese con le Olimpiadi del 2020, e quelle Olimpiadi, in un certo senso, sono davvero arrivate. 1984 di Orwell è diventato un anno normale già negli anni Ottanta, senza che il Grande Fratello prendesse esattamente quella forma – salvo poi scoprire, decenni dopo, che una versione diversa ma non meno inquietante di sorveglianza di massa l’avremmo costruita comunque, solo con altri nomi. È come inseguire l’orizzonte in macchina: più vai avanti, più quello si allontana, ma la strada che percorri nel frattempo somiglia sempre di più al paesaggio che avevi immaginato all’inizio del viaggio.
Blade Runner? La domanda che nel 1982 era pura fantasia da cinefili, oggi è normale amministrazione
La forza di Blade Runner, fin dal primo capitolo, non è stata soltanto l’incredibile estetica vista sul schermi: quella pioggia costante, quei neon riflessi sull’asfalto bagnato, ce li siamo visti riciclare in mille altre produzioni negli ultimi quarant’anni. La vera forza è sempre stata: cosa distingue davvero un essere umano da qualcosa costruito apposta per sembrargli identico? È la stessa domanda che, tredici anni dopo Blade Runner, ha reso Ex Machina di Alex Garland uno dei film di fantascienza più discussi del decennio scorso: lì il test di Turing veniva letteralmente messo in scena, con un programmatore convinto di valutare l’intelligenza artificiale Ava, mentre in realtà era lui a essere manipolato e testato. È lo stesso ribaltamento che rende inquietante Her di Spike Jonze, dove l’amore per un’intelligenza artificiale priva di corpo risultava autentico e capace di creare una connessione profonda (con rammarico, più di molte relazioni umane).
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Entra nel canale WhatsAppNel 1982 questo genere di dubbio era un trip mentale affascinante, ma lontano dalla vita di chiunque uscisse dal cinema per tornare a casa. Oggi no. Milioni di persone parlano ogni giorno con assistenti che imitano l’empatia, che ricordano dettagli delle conversazioni passate, che a volte consolano meglio di un amico vero. Chiedersi "questo è umano o no?" non tocca più solo a Deckard nel film, o al programmatore di Ex Machina chiuso in una casa isolata: lo facciamo tutti, tutti i giorni, guardando un video che gira sui social o ascoltando una voce al telefono che suona un filo troppo perfetta.
Cora, e il trucco antico di nascondersi diventando cacciatrice
Si vola con la mente quindi al 2099, dove possiamo iniziare a guardare da vicino la protagonista della nuova serie dedicata al franschise. Da quel poco che abbiamo potuto leggere e intuire, la trovata narrativa dietro il suo personaggio sembra più intelligente di quanto sembri a prima lettura.
Cora è una fuggitiva che decide di travestirsi da Blade Runner – cioè proprio da chi dà la caccia ai fuggitivi come lei – come ultimo disperato tentativo di smettere di scappare. Nascondersi diventando cacciatore, invece che restare preda per sempre: è la stessa logica, rovesciata, che muoveva Ava in Ex Machina quando fingeva affetto e vulnerabilità pur di ottenere la propria libertà, usando contro i suoi creatori esattamente gli strumenti emotivi che loro le avevano dato per essere controllata. Non è nemmeno così lontano da certe dinamiche che viviamo oggi online, quando ci costruiamo un ruolo, una maschera professionale o social, non tanto per ingannare gli altri quanto per allontanarci da quello che siamo stati prima.
Al fianco di Cora lavora Olwen, un Replicante a cui restano pochi giorni di vita, eco diretta di quel Roy Batty che nel primo film implorava più tempo prima di uno dei finali più citati della storia del cinema di genere. Ma il tema della scadenza biologica imposta a un essere artificiale trova un parente ancora più toccante in David, il bambino robot di A.I. Intelligenza Artificiale, il progetto che Stanley Kubrick lasciò in eredità a Spielberg: anche lì la storia ruotava attorno al desiderio di un essere costruito di superare i limiti per cui era stato programmato, di meritarsi qualcosa che gli era stato negato per definizione – l’amore vero (e come non citare l’immenso film de L’uomo Bicentenario).
Dunque, cinquant’anni dopo il primo film, la saga si fa ancora la stessa domanda che A.I. poneva già vent’anni fa: ha senso desiderare di vivere pienamente, sapendo che il tempo, comunque, è già segnato? Forse è proprio questa scadenza, alla fine, a rendere umani anche quelli che umani non sono – più della carne, più del sangue, più di qualunque test biologico si possa inventare.
Chi ha ricostruito la città, se non noi?
La sinossi ufficiale nasconde una frase che, letta con attenzione, è più carica di significato di qualunque scena d’azione: cinquant’anni dopo gli eventi di 2049, Los Angeles è rinata – ma non grazie all’umanità. Non ci dice altro. Chi ha ricostruito la città, allora? È la stessa inquietudine che attraversava Westworld, la serie HBO in cui gli "host" del parco a tema, dopo essersi resi conto della propria condizione, finivano per costruire un ordine proprio, separato e indipendente da quello dei loro creatori umani, che nel frattempo perdevano progressivamente il controllo della situazione senza nemmeno accorgersene fino a che non era troppo tardi.
È anche l’eco di Matrix, dove le macchine avevano finito per gestire l’intera infrastruttura del mondo mentre gli umani, ignari, credevano ancora di essere loro al comando. È una domanda che oggi, nel pieno del dibattito sull’intelligenza artificiale generativa, suona molto meno fantascientifica di quanto vorremmo ammettere. Ci troviamo in un momento storico in cui si discute seriamente di quanto del lavoro creativo, intellettuale, persino decisionale, potrebbe presto passare nelle mani di sistemi che abbiamo costruito ma che, di fatto, non controlliamo più del tutto. Con una sola frase nella sinossi, Blade Runner 2099 ci chiede: e se, tra cinquant’anni, il progresso non fosse più merito nostro?
Blade Runner 2099 non ha un cast pensato solo per i vecchi nostalgici
Sul piano produttivo abbiamo otto episodi che debutteranno lo stesso giorno in oltre 240 paesi e un cast che mette insieme volti del calibro di Michelle Yeoh e Hunter Schafer a interpreti arrivati da produzioni come Hunger Games e House of the Dragon. Il segnale è chiaro: Prime Video non tratta questo progetto come una semplice operazione nostalgia per accontentare i fan storici, ma come un evento globale vero e proprio, pensato per un pubblico molto più largo di quello che, negli anni Ottanta, si limitò a scoprire il primo film in sale semivuote, prima che diventasse il capolavoro di culto che oggi tutti citano.
Perché continuiamo a farci la stessa domanda, film dopo film
Esistono franchise che invecchiano male perché il futuro che avevano immaginato non arriva mai, restando incastrato in un’estetica démodé. A Blade Runner è capitato l’esatto contrario: il tempo che passa non lo rende meno pertinente, lo rende più urgente. Nel 1982 la paura era la disumanizzazione industriale, le megalopoli sovraffollate e inquinate. Nel 2014 la paura si spostava sull’inganno, su quanto potessimo fidarci di un’intelligenza che sapeva simulare emozioni meglio di noi. Nel 2026, con l’annuncio di 2099, la paura sembra concentrarsi tutta su chi, o cosa, deciderà davvero il nostro futuro il giorno in cui smetteremo di essere noi al comando. Chi vivrà vedrà, si dice…