Biagio Antonacci tradisce se stesso senza rischi, il titolo del nuovo album delude le aspettative e non decolla. La recensione di 'Mustang'
Biagio Antonacci torna alla musica con un nuovo album in cui ha voluto utilizzare il suo soprannome da ragazzo ma le aspettative rimangono deluse. Cosa ne pensiamo di 'Mustang'

Mustang è il disco più asciutto che Biagio Antonacci abbia pubblicato da anni: nove tracce, poco più di ventotto minuti, uscito il 25 settembre 2026 per Iris con distribuzione Epic Records / Sony Music Italy. Arriva a quasi tre anni da L’inizio e sceglie la controtendenza, perché proprio adesso che il mercato gonfia le scalette per saturare gli streaming, qui si entra, si dice quello che c’è da dire e si esce.
Il titolo è uno scrigno di significati sovrapposti. Ci sono i cavalli selvaggi del Nord America, la remota provincia tibetana, l’automobile sportiva e la Fender Mustang cara all’artista. Ma sotto a tutto c’è il soprannome che Antonacci si portava addosso da ragazzo, a Rozzano. Da quel grumo autobiografico arriva l’idea che sostiene il disco: una libertà incorrotta, non addomesticabile, un istinto che continua a correre nell’anima anche quando il corpo e l’età hanno già firmato la resa alle responsabilità.
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Lo stesso filo conduttore attraversa il progetto dal vivo Unplugged 2026, con le residenze al Teatro Grande di Pompei, al Vittoriale degli Italiani, a Tindari e nel complesso monumentale di Oplontis. Sono luoghi che costringono la canzone pop a spogliarsi dei ghirigori dello spettacolo e a mostrare l’intelaiatura. Sul piano sonoro il disco vive di una dialettica interessante: da un lato l’apertura a contaminazioni contemporanee – il rapper italo-tunisino Sayf, il producer aostano Juli – dall’altro la fedeltà a un impianto armonico da pop cantautorale classico. È esattamente lì, in quella frizione, che si gioca la partita.
Mustang
La title track apre il disco con funzione dichiaratamente programmatica. È un rock-pop tirato, sostenuto da chitarre elettriche ben in evidenza, con una spinta ritmica che tradisce le origini di Antonacci come batterista.
Il testo declina la metafora del cavallo indomabile: una mente che rivendica spazi di autonomia selvaggia mentre il corpo e l’età accettano convenzioni e doveri quotidiani. L’attacco funziona per energia e immediatezza. Il limite sta nella struttura armonica, che ripercorre formule già ampiamente battute nel repertorio dell’autore.
Voto: 7
Capirai
Secondo brano, e i beat rallentano. È una riflessione intimista sulla consapevolezza differita: l’idea che gli avvenimenti si capiscano solo a posteriori, e che errori e sofferenze si rivelino col tempo passaggi necessari.
L‘immagine del vento contrario che finisce per portarti dove dovevi andare regge una melodia pop di impianto classico. Scrittura lineare, linea vocale pulita. Ma gli stacchi fra strofa e ritornello sono prevedibili e il brano resta dentro un perimetro espressivo già molto frequentato.
Voto: 6,5
Vivere con un’idea
Uno dei momenti più riusciti sul piano della spinta ritmica. Il tema è l’utopia personale come motore di sopravvivenza.
Il perno non è raggiungere la meta né realizzare il progetto: è il valore dell’idea in sé, scudo che preserva la dignità morale di fronte alle avversità. L’arrangiamento poggia su una linea di basso incisiva e su un’interpretazione vocale grintosa. La necessità espressiva riscatta la semplicità del tessuto armonico.
Voto: 7,5
Facile
Qui Antonacci mette in scena un corto circuito: Facile è il tentativo, dichiaratamente fallito, di scrivere una canzone senza coinvolgimento e senza cuore.
L’impossibilità di separare la creazione dal sentimento misura la distanza fra la semplicità delle parole e la complessità della vita vissuta. Il lirismo è sottile: cantare l’esistenza resta facile, viverla costa molto di più. Musicalmente il pezzo indossa una struttura pop lineare e garbata, con chitarre pulite, ma la produzione non offre alcun elemento di discontinuità.
Voto: 6
Spiritualé feat. Sayf
È l’episodio più coraggioso e più riuscito del disco, e non per caso sta esattamente al centro. Sayf, artista italo-tunisino distintosi al Festival di Sanremo 2026, porta una vocalità calda, venata di flessioni folk-balcaniche, che si incastra perfettamente con il timbro di Antonacci.
La canzone fonde ritmiche etno-pop, scansioni urban e influssi mediterranei, e diventa una preghiera laica e corale contro le divisioni e il male contemporaneo. L’unione delle due voci – esaltata visivamente dalle riprese girate sulla prua della Nave Puglia al Vittoriale – ha una freschezza e una necessità espressiva che il resto dell’album raggiunge di rado. In 2:20, nemmeno un secondo sprecato.
Voto: 8
YOU & ME
Lanciato come singolo apripista nella primavera 2026, è il centro radiofonico del progetto. Il testo è un dialogo aperto con se stessi e con la figura affettiva di riferimento, in cerca di un equilibrio difficile fra i doveri quotidiani e la felicità personale.
Ritornello immediato, tessitura melodica costruita per la memorizzazione rapida. Si muove dentro il canone pop commerciale più classico, senza pretendere altro, ma la produzione è rifinita ed efficace nel suo obiettivo.
Voto: 7
Certe verità
La settima traccia si occupa della fase finale di una relazione, il momento in cui cadono le barriere protettive e le illusioni reciproche. Si prende atto del male subito e di quello fatto.
Il punto è che ammettere la verità non risolve nulla: apre una ferita interiore che però è necessaria a qualsiasi ricostruzione futura. L’interpretazione vocale si fa scura ed essenziale, su un arrangiamento di pianoforte e corde. L’impostazione formale resta però un po’ statica, e l’impatto non regge il confronto con le grandi ballate storiche del cantautore.
Voto: 6,5
Coppia di passaggio
Il brano di maggiore spessore poetico del disco. Smonta l’idea comune che l’importanza di un legame si misuri sulla sua durata.
La tesi è semplice e tutt’altro che scontata: la transitorietà di un amore non ne intacca la profondità, perché il valore sta nella pienezza del tempo condiviso. L’arrangiamento acustico è di grande pulizia, quasi spoglio, e il pezzo scorre con eleganza. È una delle meditazioni più nitide e meno retoriche della maturità di Antonacci.
Voto: 7
L’ultima canzone prod. Juli
Il disco si chiude con un brano estivo nato dalla sinergia con il producer aostano Juli. È un ipotetico ultimo tentativo di comunicazione con una figura del passato che non c’è più.
Il tema sono gli amori che si estinguono nella realtà materiale ma continuano a vivere nella memoria. La mano di Juli cuce addosso all’elegia un vestito contemporaneo: cassa dritta discreta, synth avvolgenti, scelte di mixaggio moderne. È proprio quel trattamento a evitare il già sentito e a regalare al disco un finale di forte impatto.
Voto: 8
Il verdetto
Mustang è un disco consapevole, con l’innesto di due figure giovani ed eterogenee – Sayf e Juli – che ha permesso ad Antonacci di rinfrescare il vocabolario senza snaturare la matrice cantautorale, e produce i due momenti di contaminazione più genuini del lavoro.
La distanza fra le premesse del titolo e il risultato sonoro è però stridente. Il disco evoca un animale selvaggio e indomabile, poi procede per larga parte con le redini ben strette, dentro le coordinate pop-sentimentali che l’autore padroneggia da oltre trent’anni. A sessantadue anni Antonacci costruisce ganci melodici con una sicurezza invidiabile, ma sembra riluttante a rischiare davvero la propria formula.
Il bilancio è di un album solido, piacevole, equilibrato, con tre apici (Spiritualé, Coppia di passaggio, L’ultima canzone) che ne giustificano ampiamente l’ascolto. Non è la svolta radicale che il titolo lasciava immaginare. È la conferma che Antonacci sa ancora fotografare la complessità dei sentimenti con mestiere, dignità ed eleganza. Solo, senza galoppare.
