Beast: a Russell Crowe non basta la rude fisicità di Daniel MacPherson per sfuggire all'ombra di Rocky. Recensione

Il film, diretto da Tyler Atkins, propone una favola drammatica sportiva aderente ai più classici canoni del genere e prevedibile in ogni svolta

Roberto Ciucci

Roberto Ciucci

Giornalista

Appassionato di sport, avido consumatore di manga e film, cultore di tutto ciò che è stato girato da Quentin Tarantino e musicista nel tempo libero.

Beast: a Russell Crowe non basta la concretezza fisica di Daniel MacPherson per sfuggire all'ombra di Rocky. Recensione
Plaion Pictures Italia

Il pretesto narrativo è l’MMA, ma Beast con Russell Crowe e Daniel MacPherson segue pedissequamente la traccia di un’altra pellicola con protagonista l’ex Gladiatore, ovvero Cinderella Man di Ron Howard, ispirata alla storia vera del pugile Jim Braddock. Girato dal regista australiano Tyler Atkins, al suo secondo lavoro dopo Bosch & Rockit, è sceneggiato dallo stesso Crowe assieme a Dave Frigerio. Nel cast anche Mojean Aria, Bren Foster e Luke Hemsworth.

Beast, al cinema dal 1° ottobre 2026 distribuito da Plaion Pictures, non si fa problemi ad adottare gli stilemi classici del film sul pugilato, affrontando l’apoteosi, la caduta e la rinascita. Per quanto i combattimenti risultino interessanti, anche grazie all’ottimo lavoro fisico svolto da MacPherson, che è arrivato a incassare davvero alcuni colpi di Bren Foster, campione di Taekwondo prestato alla recitazione, il resto è piatto e prevedibile in ogni sua svolta.

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Beast – La recensione del film con Russell Crowe

Dimensione familiare, allenamento seguito in incalzante controcampo, ring. Beast ricalca quasi in toto la struttura della saga di Rocky. Lo stesso personaggio interpretato da Crowe riprende i modi burberi di Mickey, storico allenatore interpretato dal grande Burgess Meredith. Ma la pellicola rimanda fortemente anche a Million Dollar Baby per quanto riguarda il fortissimo legame tra atleta e coach, oltre che nel modo in cui emergono il dramma familiare e il senso di colpa. Le scene sul ring funzionano, sono tese e tirate e ben dirette. Ma al di là di quelle, Beast si ridimensiona a melodramma forzato, incapace di caratterizzare in modo approfondito gran parte dei personaggi secondari, a cominciare dalla figlia di Sammy che s’incarica di allenare Patton, alla moglie fino ai problemi del fratello con la malavita. Paragonarlo a Warrior, con Tom Hardy, Joel Edgerton e Nick Nolte, è francamente impietoso. Perchè se andiamo a rivedere come il film diretto da Gavin O’Connor ha lavorato per far emergere il difficile passato dei due protagonisti, Beast ne esce con le ossa rotte.

Se volessimo davvero spezzare una lancia a favore della pellicola, un plauso andrebbe fatto al lavoro di Daniel MacPherson. Non solo per aver preso dei veri pugni in faccia, ma per come ha portato in scena Patton James. Il suo non è il classico eroe muscolare, ma è un uomo fatto di orgoglio ferito, stanchezza e rabbia repressa. Un personaggio in grado di rendere parzialmente credibile persino una sceneggiatura che continua a lanciargli in faccia un ostacolo dopo l’altro, come se quello iniziale non fosse già sufficiente.

Di cosa parla la trama di Beast?

Patton James (MacPherson) è stato un campione di MMA, arrivato a un passo dal titolo mondiale. A distanza di dieci anni lavora su un peschereccio scassato capitanato da un assoluto imbecille. Deve però stringere i denti quando scopre che la moglie Lucy (Kelly Gale) è incinta del loro secondo bambino. L’ennesima lite si traduce in un licenziamento e Patton non sa cosa fare. L’opportunità arriva quando il manager di Xavier Grau (Foster) gli propone un match ufficiale contro il suo assistito. La paga è altissima, 150.000 dollari, e Patton avrebbe modo di "vendicarsi" dell’uomo che ha mandato in coma il fratello Malon (Aria), anche lui diventato lottatore di MMA. L’uomo è però combattuto tra il desiderio di Lucy di non vederlo più salire sul ring e la possibilità di saldare tutti i debiti del fratello, impelagato con la mafia, e dare una decisa svolta alla sua vita.

I combattimenti sul ring e poco altro

Come già accennato, Beast vive in funzione degli scontri sul ring. Bren Foster, ha lavorato alle coreografie dei combattimenti e dà agli scontri un peso fisico che manca a molto cinema sportivo. Il montaggio e un sound design aggressivamente percussivo completano il lavoro, facendo del confronto finale il vero payoff di tutto ciò che lo precede. Purtroppo il resto della pellicola, che dura circa un’ora e quaranta esclusi i titoli di coda, risulta eccessivamente pesante e a tratti sin troppo lenta. Non aiuta, abbiamo detto, la scarsissima caratterizzazione dei personaggi, come Lucy, moglie di Patton e in scena esclusivamente in funzione dei drammi del marito, o del manager di Xavier, Gabriel Stone, interpretato da Luke Hemsworth, utile unicamente come motore primigenio dello scontro. Poco minutaggio anche per il Sammy di Russell Crowe, che però è tra i personaggi sicuramente più riusciti. Appesantito, malandato e costretto a camminare con due bastoni, osserva dalla distanza il suo vecchio allievo con un misto di risentimento e amore paterno negli occhi. Non è un caso che le poche scene fuori dal ring che funzionano sono proprio quelle che coinvolgono direttamente il legame tra Patton e Sammy.

Il tentativo di Tyler Atkins con Beast non è evidentemente quello di decostruire il cinema sportivo, o anche solo di offrire una storia completamente originale. Il film vuole essere un omaggio al genere, una pellicola che aderisce a determinati canoni in modo pedissequo e procedendo su binari già percorsi innumerevoli volte. Un film che crede ancora con genuina sincerità nel perdente che, nonostante tutto, si rialza per combattere ancora.

Voto: 5/10


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