"Togliti le mutandine": la versione di Sharon Stone sulla scena di Basic Instinct che ha fatto storia

Un'icona del cinema erotico, una star lanciata nell'olimpo: la storia di Basic Instinct, il film che ha ridefinito il concetto di tentazione sul grande schermo.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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Basic Instinct Scena Interrogatorio spiegazione

Prima ancora di uscire nelle sale, nel marzo del 1992, Basic Instinct aveva già fatto scalpore per una ragione puramente economica: la sceneggiatura di Joe Eszterhas venne venduta per tre milioni di dollari, una cifra record per l’epoca che nessuno sceneggiatore aveva mai visto riconosciuta per un singolo script. Fu quasi un annuncio profetico di quello che sarebbe successo dopo: un film capace di costare 49 milioni di dollari e incassarne 353 in tutto il mondo. Alla direzione c’è la firma di Paul Verhoeven, con Michael Douglas nei panni del detective Nick Curran e Sharon Stone in quelli di Catherine Tramell, la scrittrice sospettata dell’omicidio di una rockstar ucciso con un rompighiaccio durante un rapporto sessuale. Da lì in poi, il thriller erotico come genere cinematografico avrebbe avuto il suo modello di riferimento assoluto, quello che ogni film simile uscito nei vent’anni successivi avrebbe dovuto, volente o nolente, fare i conti con lui.

Dodici attrici hanno detto no prima che arrivasse Sharon Stone in Basic Instinct

C’è un dato che racconta meglio di ogni altro quanto fosse radicale il materiale che Verhoeven ed Eszterhas stavano proponendo a Hollywood: prima che Sharon Stone ottenesse la parte di Catherine Tramell, il ruolo venne rifiutato da circa dodici attrici, tra cui Michelle Pfeiffer, Julia Roberts, Kim Basinger, Demi Moore, Geena Davis, Kathleen Turner e Meg Ryan, tutte spaventate dal livello di esplicitezza delle scene di sesso richieste. Sharon Stone, che fino a quel momento aveva avuto soprattutto ruoli secondari – incluso un precedente lavoro con lo stesso Verhoeven in Atto di forza – accettò senza esitazioni. Michael Douglas, al contrario, era stato scelto fin da subito, e il suo compenso fu di 14 milioni di dollari, una cifra che da sola copriva quasi l’intero budget del film.

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La scena dell’interrogatorio era voluta oppure no?

Bisogna arrivare al cuore della scena più iconica e controversa del film – quella dell’interrogatorio in commissariato, diventata immagine iconica di un’intera epoca cinematografica – per toccare il nodo più scomodo di tutta questa storia. Sharon Stone ha raccontato pubblicamente, anni dopo l’uscita del film, che Verhoeven le avrebbe chiesto di togliere la biancheria intima sostenendo che il tessuto bianco riflettesse troppo la luce, senza però comunicarle fino in fondo quanto sarebbe stato esplicito il risultato finale sullo schermo.

Verhoeven, dal canto suo, ha smentito questa versione più volte nel corso degli anni, sostenendo che l’attrice fosse pienamente consapevole di cosa si stesse girando. La verità, come spesso accade in queste vicende, probabilmente sta nel mezzo, ma resta il fatto che questa storia – raccontata pubblicamente ben prima che il movimento #MeToo portasse il tema del consenso sui set cinematografici al centro del dibattito pubblico globale – anticipa di circa venticinque anni un tipo di conversazione che Hollywood avrebbe affrontato apertamente solo molto più tardi.

Un’icona femminista o uno stereotipo dannoso? La critica non si è mai messa d’accordo

Attorno a Catherine Tramell si è sviluppato, nel corso dei decenni, uno dei dibattiti critici più duraturi e mai davvero risolti dedicati a un singolo personaggio cinematografico. Da un lato, c’è chi legge Tramell come una delle rappresentazioni più potenti di donna autrice del proprio destino mai scritte per il grande schermo – una donna che dichiara apertamente "sono una scrittrice, uso le persone per scrivere, il mondo stia in guardia", trasformando ogni uomo attorno a lei in materiale narrativo di cui disporre a piacimento, ribaltando completamente la tradizionale dinamica di potere tra genere maschile e femminile nel cinema noir.

Dall’altro lato, le organizzazioni LGBT di San Francisco protestarono duramente già mesi prima delle riprese, quando la sceneggiatura di Eszterhas cominciò a circolare, e i tentativi di boicottaggio proseguirono fino alla proiezione al Festival di Cannes del 1992: la loro critica riguardava la scelta di rendere l’assassina una donna bisessuale, in un momento storico in cui la rappresentazione di personaggi queer al cinema era già rara, e vederla associata a un profilo psicopatico veniva percepito come un rinforzo di stereotipi dannosi e diffusi. Verhoeven ed Eszterhas si difesero pubblicamente dalle accuse, respingendo l’idea che il film fosse mosso da intenti discriminatori.

Un regista che si ripete, e forse lo fa apposta

Vale la pena notare che Basic Instinct non è un caso isolato nella filmografia di Verhoeven: il regista olandese aveva già esplorato territori molto simili anni prima con Il quarto uomo, di cui questo film è considerato una sorta di remake americano non dichiarato, e avrebbe proseguito sulla stessa strada di provocazione sessuale ed eccesso visivo pochi anni dopo con Showgirls, realizzato di nuovo insieme a Eszterhas. Sembra quasi che Verhoeven avesse individuato, fin dai suoi film olandesi, una formula precisa fatta di corpi mezzi nudi, potere sessuale e ambiguità, e che avesse deciso di riproporla sistematicamente ogni volta che Hollywood gli concedeva un budget sufficiente per farlo. Non è un caso che il film ignori persino dettagli tecnici come l’uso dell’analisi del DNA nelle indagini – già ampiamente disponibile nel 1992 – pur di non intaccare l’atmosfera da thriller classico anni Cinquanta a cui il regista guardava esplicitamente, da Hitchcock in giù.

Un reboot in arrivo, in un mondo completamente diverso

Ed è proprio qui che la vicenda si fa ancora più interessante da un punto di vista contemporaneo: è stato recentemente annunciato un reboot di Basic Instinct, scritto dallo stesso Joe Eszterhas, prodotto da Amazon MGM Studios insieme alla United Artists di Scott Stuber. È una notizia che mi ha portato subito a farmi un domanda dalla risposta non facile: come si può raccontare oggi la stessa identica storia – un’indagine su una donna bisessuale sospettata di omicidio – in un contesto culturale che ha cambiato radicalmente il proprio rapporto con la rappresentazione delle persone queer, con il consenso sui set, con il potere che un regista esercita su un’attrice davanti alla macchina da presa?

Non è affatto scontato che la stessa identica operazione, con lo stesso sceneggiatore che negli anni Novanta la scrisse, possa funzionare oggi con lo stesso effetto scandalo-e-successo. Forse il vero interrogativo che questo reboot porta con sé non riguarda tanto la trama: esistono ancora, nel cinema mainstream contemporaneo, gli spazi culturali che nel 1992 permisero a un film così di esistere? O quell’epoca del cinema americano – con tutte le sue ombre, le sue proteste e i suoi eccessi – è ormai chiusa per sempre? Nel dubbio, sappiate che Basic Instinct è disponibile per la visione in streaming su Prime Video!


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