Away, il capolavoro di animazione firmato Gints Zilbalodis che avrebbe meritato l'Oscar: un film che andrebbe fatto vedere ai nostri figli

Un’esperienza diversa dal solito: un racconto che funziona sia per adulti che per ragazzi e che lascia spazio all'immaginazione.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

SEO Specialist – Copywriter

SEO Specialist appassionato di cinema, tecnologia, collezionismo e cultura Pop. Amo unire analisi e creatività per raccontare storie digitali uniche.

Guardando il film d’animazione Away si ha sin dalle prime immagini una sensazione chiara: è un film che si prende spazio e dà spazio, non è un film che corre dietro allo spettatore. Non prova a trattenerlo con spiegazioni o con una narrazione guidata e in qualche modo "obbligatoria". Sta lì, con i suoi tempi, e chiede a chi guarda di fare uno sforzo in più. Non è una richiesta esagerata, ma oggi non è nemmeno così scontata.

Il film di Gints Zilbalodis parte da un’idea molto semplice: un ragazzo si ritrova su un’isola dopo un incidente aereo e cerca di attraversarla. Non ci sono informazioni su chi sia, su cosa abbia lasciato alle spalle e su dove stia andando davvero. Quello che osserviamo sono solo i suoi spostamenti, il passaggio da un luogo all’altro, e una presenza oscura che lo segue. È una struttura davvero molto essenziale, ma proprio per questo lascia spazio. E quello spazio, soprattutto per chi guarda il film in compagni – genitori e figli, ad esempio – diventa interessante da riempire.

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Aways, il film d’animazione che non spiega, ma lascia intuire

Come dicevamo, il protagonista non parla. Nessuno parla. Non ci sono dialoghi che aiutano a orientarsi e non ci sono spiegazioni che chiariscono cosa stia succedendo. All’inizio può creare distanza, poi però succede una cosa: si inizia a guardare in modo diverso. Si fa più attenzione ai movimenti, ai dettagli, ai cambiamenti di ritmo. Se volessimo fare un parallelismo con la vita quotidiana… quante volte vi è capitato di percorrere la solita strada e scoprire nuovi dettagli semplicemente alzando gli occhi verso l’alto? Away funziona più o meno così.

Il ragazzo trova una moto, attraversa ambienti molto diversi tra loro, incontra un piccolo uccello che diventa una presenza costante. Nel frattempo, quella figura scura continua a comparire, sempre a distanza, sempre pronta a riavvicinarsi. Per un pubblico più giovane è facile leggere tutto questo come un’avventura. Per un adulto è altrettanto naturale iniziare a cercare un senso più ampio. E il film tiene insieme entrambe le cose alla perfezione.

Il silenzio, quando funziona davvero

L’assenza di dialoghi gioca in questo un ruolo fondamentale. Non potendoci affidare alle parole, tutto passa attraverso lo sguardo. I tempi si allungano, le pause diventano importanti, anche un gesto minimo assume un peso diverso. Per chi è abituato a contenuti rapidi, pieni di stimoli continui, questo può risultare spiazzante, a tratti disturbante.

Per un ragazzo può essere una piccola sfida, ma anche un modo per abituarsi a un tipo di attenzione diversa. Per un adulto, è quasi un ritorno a un modo più diretto di stare dentro le immagini. E quelle immagini diventano a loro volta lo specchio di alcuni frammenti dentro di noi.

Quell’ombra che torna sempre, in ogni luogo

La presenza che insegue il protagonista è uno degli elementi più riusciti. Non ha una forma precisa, non ha un volto, non ha una spiegazione. Non viene mai detto cosa sia, né perché sia lì. Eppure è costante, inevitabile.

A seconda di chi guarda, cambia significato. Può essere una paura generica, qualcosa che non si riesce a definire ma che pesa. Oppure qualcosa di più concreto, legato all’idea di perdita, di errore, di tempo che passa. Il film non indirizza mai la lettura. Non dice cosa pensare. E questo lo rende utile anche in un contesto educativo: lascia spazio alla discussione, al confronto, a interpretazioni diverse.

Away non ha fretta, lo abbiamo capito, e questo diventa cruciale anche nei passaggi tra un ambiente e l’altro. Questi non sono solo spostamenti geografici, hanno una funzione precisa, anche se non viene mai esplicitata. Potremmo dire che il film procede per accumulo, lento e inesorabile, non per scatti. Per chi guarda con attenzione, questo ritmo diventa parte dell’esperienza. Per chi si aspetta altro, può essere un ostacolo. Ed è giusto che sia così.

Un lavoro costruito in solitaria

Sapere che Gints Zilbalodis ha realizzato quasi tutto da solo cambia il modo in cui si guarda il film. Non tanto per il dato in sé, ma per quello che si percepisce. Ogni scelta sembra portata avanti senza compromessi. Non ci sono deviazioni evidenti, non ci sono elementi inseriti per "funzionare meglio". Anche dal punto di vista visivo, lo stile è semplice, a tratti essenziale. Ma è sempre coerente. Non cerca di imitare le grandi produzioni, non prova a competere su quel terreno, gioca palesemente un altro campionato. E questo, soprattutto per chi si avvicina al cinema o all’animazione, è un esempio concreto di come si possa costruire un progetto personale senza passare per forza da strutture più grandi. Away non ha il ritmo delle produzioni di Pixar, non ha la costruzione narrativa di Studio Ghibli. Segue un’altra strada, più silenziosa, più lineare, ma anche più libera.

Guardarlo insieme cambia tutto

Uno degli aspetti più interessanti di Away è quello che succede dopo. Non tanto durante la visione, ma subito dopo. Perché è un film che invita a parlare, anche senza volerlo. Non avendo spiegazioni, lascia inevitabilmente delle domande aperte.

Cosa rappresenta quell’ombra? Dove sta andando davvero il protagonista? È una fuga o un ritorno Domande semplici, ma che possono portare a risposte molto diverse. In questo senso, diventa un film che funziona bene se visto insieme, perché non chiude il discorso. Lo apre.

Dove vedere Away in streaming e home video

Oggi è possibile vedere il film d’animazione Away in streaming su Prime Video con abbonamento flat. Per chi vuole invece non dipendere dalla rotazione delle piattaforme, l’edizione home video distribuita da CG Entertainment resta la soluzione migliore. Qui la differenza si nota, soprattutto per un film che lavora molto sulle immagini e sull’atmosfera: la qualità video è più pulita, meno compressa, e permette di cogliere meglio i dettagli dei paesaggi e dei movimenti di camera, mentre l’audio restituisce con più precisione il lavoro sulla colonna sonora, che in assenza di dialoghi diventa fondamentale. Anche i contenuti extra aiutano a entrare nel processo creativo, mostrando come un progetto così essenziale sia stato costruito nel tempo.


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