AvA divora i pregiudizi in MangiaMaschi ma ammette: "In Italia dopo 30 anni le donne non se le filano più. Ligabue invece ha debuttato a 40"

Un singolo che è una provocazione in piena regola, per AvA, che pubblica MangiaMaschi sfidando il pregiudizio dilagante che travolge le donne. L'intervista per Libero Magazine

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

AvA non è un’artista che prova a piacere a tutti, e nemmeno ci prova. Perché con MangiaMaschi, uscito il 10 aprile, mette subito le cose in chiaro: il titolo graffia, il suono inquieta mentre l’immaginario seduce e disturba insieme. Lei lo definisce una "filastrocca dark", ed è proprio questo il cortocircuito che tiene in piedi il brano con qualcosa che sembra giocoso, quasi beffardo, ma che sotto si porta dietro rabbia, istinto, tensione. AvA ci parla di disparità di genere, del potere come meccanismo ambiguo, della sua parte più oscura come motore della scrittura e di un’idea di musica lontana dalla frenesia tossica dell’industria. Affronta il tema con sincerità, senza compiacersi e senza cercare di addolcire quello che pensa. E alla fine il segreto è tutto qui perché resta fedele alla propria natura, anche quando fa paura, anche quando morde.

Il 10 aprile è uscito il tuo nuovo singolo, MangiaMaschi, che hai definito una "filastrocca dark". Come ti è venuta in mente un’immagine così provocatoria?

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L’ispirazione è nata guardando i dibattiti televisivi sulla disparità di genere e su questo "femminismo 2.0", spesso esaltato o criticato ferocemente. Sentivo ripetere continuamente che gli uomini hanno il potere, ed è innegabile. Però mi sono detta: ok, avranno anche il potere, ma noi abbiamo potere su di loro. È una prospettiva cinica e forse un po’ subdola, ma molto reale, che ribalta completamente la situazione.

Si tratta solo di un gioco di seduzione o è una sfida psicologica?

Entrambe le cose, è un gioco di potere. Penso che quando noi donne veniamo messe alle strette – e succede spesso – ogni mezzo diventi lecito per arrivare all’obiettivo. Personalmente non ho mai avuto il "pelo sullo stomaco" per agire così, ma non critico chi lo fa. Anzi, credo sarebbe utile se in ogni gruppo di amiche ci fosse una persona più smaliziata che, grazie alle sue skills, riuscisse a migliorare la vita di chi le sta intorno.

Ti sei mai sentita intrappolata in una situazione di disparità?

Sì, e quando è successo ne sono uscita con le cattive. Non tutti abbiamo lo stesso carattere, e purtroppo vedo ancora troppe situazioni brutte, sia a livello familiare che lavorativo. La disparità oggi è scandalosamente evidente, parlarne è quasi superfluo.

La tua musica è ispirata più alla tua parte luminosa o a quella oscura?

La mia parte solare raramente mi spinge a scrivere. Anche se nel disco di gennaio, Fammi Fallire, ci sono brani più solari, nascondono sempre un velo di nostalgia o rancore. Come diceva Tenco: "Quando sto bene, esco". Scrivo solo quando provo sensazioni dolorose o complesse; se sono felice, ho di meglio da fare.

In MangiaMaschi si avverte una forte vena cinematografica. C’è un film o un personaggio che ti ha ispirato?

In realtà il brano è nato quasi da solo, guidato dal suono. Stavo studiando dei pianoforti distorti e quel loop iniziale, così "storto", ha dettato l’intero mood. Poi ho aggiunto gli archi, ma il testo è venuto fuori automaticamente non appena ho riascoltato la base. Il brano ha deciso da solo che direzione prendere.

Il tuo singolo lo faresti cantare a un uomo?

Sarebbe fighissimo. Molto controintuitivo, ma le cose controintuitive sono sempre le più interessanti.

Descrivi il brano con una sola parola.

Inquietantemente sexy.

Scarpe da ginnastica o tacchi a spillo da predatrice?

Entrambi. Quando posso scelgo la comodità, ma se serve i tacchi li metto senza problemi. Però non sono il mio "costume da supereroe": non ho bisogno dei tacchi per essere vista o capita.

Il tuo essere "squalo" è una difesa o una forma di attacco?

È un soprannome che mi porto dietro a 360 gradi. Rappresenta la mia parte aggressiva, ma anche quella che ama restare defilata. Lo squalo non è una macchina assassina, è un animale solitario che ama stare per i fatti suoi. È un predatore all’apice della catena alimentare: non lascia scampo quando serve, ma preferisce stare sotto il pelo dell’acqua a farsi i fatti propri. Non è violenza gratuita, è sopravvivenza.

Cos’è per te "il diritto di fallire"?

È un concetto con cui ho dovuto fare pace, perché la mia vita è costellata di fallimenti, specialmente in ambito musicale, dato che non riesco ancora a vivere solo di questo. In Italia il fallimento è uno stigma: se sbagli una volta, ti resta un asterisco addosso e difficilmente avrai una seconda possibilità. Nei paesi anglosassoni, invece, è la somma dei fallimenti che ti porta al successo. Qui sembra che uno debba avere subito l’idea geniale, il che è inverosimile.

Qual è il pregiudizio che ti dà più fastidio?

Sicuramente quello legato all’essere donna: abbiamo una data di scadenza brevissima. In Italia sembra che dopo i 25-30 anni un’artista non venga più filata da nessuno, mentre un uomo può debuttare tranquillamente a 40 anni, come è successo a Ligabue. È un limite culturale che mi ha spesso ostacolato.

In questi anni hai scelto di procedere lentamente. Non temi di restare indietro?

La lentezza è stata una conquista rivoluzionaria. Mi sono liberata dalle dinamiche frenetiche dell’industria musicale che spesso "frullano" giovani talenti, costringendoli al ritiro precoce. Io rivendico il mio diritto di rallentare e fare le cose secondo i miei tempi.

Ti piacerebbe partecipare a Sanremo?

È il sogno di tutti, certo. Ma non ho mai fatto tentativi concreti perché i regolamenti sono complessi. Per le "Nuove Proposte" il limite di età è basso e non ho mai avuto chi mi ci portasse; per i "Big" servono numeri enormi. Mi sento un po’ nel mezzo: troppo grande per una categoria e non abbastanza famosa per l’altra. Forse la carta giusta sarebbe un duetto, ma entrare in certi giri è complicato. C’è poca solidarietà vera tra colleghi, spesso prevalgono gli interessi.

C’è chi ha avuto il coraggio di dire queste cose pubblicamente…

Sì, penso ad Arisa. Lei ha avuto il coraggio di svelare cosa succede dietro le quinte, ma la verità si paga cara: quando decidi di dire le cose come stanno, purtroppo ti fai terra bruciata intorno.

Cosa sogni davvero?

Riuscire un giorno a vivere di musica, magari anche come autrice, compositrice o produttrice. Vorrei che la musica fosse il mio unico lavoro, invece di continuare a fare il "lavoro vero", come dice mia madre.

Ti piacerebbe recitare?

No, sono una schiappa! Da piccola ero spigliata e facevo sempre la protagonista ai saggi, ma poi ho perso quell’irriverenza. Se sembro brava nei video è solo merito del mio regista, che è bravissimo. In realtà recitare mi mette a disagio, faccio fatica persino a fare le foto. Ava è il mio alter ego che fa tutto ciò che Laura non farebbe. Forse potrei fare un cameo interpretando me stessa, al massimo in un film romano!

Farai concerti quest’estate?

Ci stiamo lavorando proprio in questo periodo. Stiamo preparando una situazione ibrida, tra strumenti e sequenze, che richiede tempo per essere curata tecnicamente. Ci saranno alcune date, forse dei concorsi. Piccole cose, ma fatte bene: poche, ma buone.

Cosa vedi nel tuo futuro?

Ho diversi brani pronti. A giugno uscirà un nuovo singolo e spero di pubblicare il terzo album entro l’inizio dell’anno prossimo. Sarà un lavoro eterogeneo, dove luce e ombra convivono tranquillamente.


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