Aurora Quattrocchi: “Il David? Non me l'aspettavo, mi sono quasi vergognata. Ero partita solo per portare mia nipote a fare un giro” - Intervista
Ottantatré anni, una carriera iniziata negli anni Settanta tra i palcoscenici di Palermo e un David di Donatello vinto quasi per caso

Ottantatré anni portati come se fossero la metà, una carriera iniziata in teatro a Palermo negli anni Settanta e un David di Donatello vinto nel 2026 come migliore attrice protagonista per Gioia Mia di Margherita Spampinato – il primo ruolo da protagonista assoluta in tutta una vita di lavoro. Aurora Quattrocchi, palermitana d’adozione (è nata a Mattuglie, in Istria, da padre siciliano ufficiale dell’esercito), è al Magna Graecia Film Festival di Soverato, che quest’anno celebra la sua ventitreesima edizione. L’abbiamo incontrata con la stessa energia disarmante che mette in ogni cosa: nessun filtro, nessuna posa e una libertà di parola unica.
Aurora Quattrocchi: i film e la vita privata in questa intervista esclusiva
Il Magna Graecia Film Festival è da sempre un festival dedicato alla scoperta di nuovi talenti. Cosa significa per te stare accanto a chi sta muovendo i primi passi?
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Entra nel canale WhatsAppChe li muova bene, innanzitutto. Che sappia dove sta andando a mettere i piedi, perché è un percorso piuttosto accidentato. Oggi più che mai bisogna avere la coscienza di dirigere quei primi passi con cognizione di causa. E questo vale in qualunque lavoro, non solo in questo — anche se tutti pensano che il cinema sia il mestiere più problematico del mondo. Non è così. Oggi il lavoro è problematico in generale. L’importante è avere qualcosa che ti stimoli la fantasia, che ti dia il piacere di farlo. Qualunque lavoro confacente al tuo modo di essere è la cosa più bella del mondo — ma è faticosissimo. Bisogna guadagnarselo.
Un festival come questo mette spesso insieme generazioni molto diverse. C’è qualcosa che uno sguardo giovane riesce a vedere in un film e che l’esperienza rischia invece di perdere?
Ti dico una cosa. Nei festival dove sono stata per la promozione di Gioia Mia, alcune proiezioni erano riservate a ragazzi delle medie o dei licei – scelti uno per uno, non a caso. Li ho chiamati professori. Sul serio. Perché mi hanno fatto domande di un’intelligenza, di un’acutezza, di una preparazione che mi hanno messo in luce aspetti del film che io non avevo minimamente considerato — come fanno i critici migliori. Questo mi ha convinto che i ragazzi di oggi, contrariamente a quello che si sente dire in giro, sono spesso straordinari. Il problema è che vengono messi in luce più quelli che non vanno bene. Siamo ossessionati dalle cose che non funzionano: un delitto schifoso viene sezionato da sociologi, psicologi e non so quanti altri "ologi", mentre il talento e l’intelligenza restano nell’ombra. È un meccanismo che abbiamo copiato malissimo dagli Stati Uniti, e non ne siamo ancora usciti.
Il tuo debutto teatrale avvenne con Franco Scaldati, a Palermo negli anni Settanta. Cosa rappresentava quel teatro?
Franco Scaldati era qualcosa di unico – drammaturgo, poeta, attore, una voce vera del teatro siciliano e non solo. Io ho cominciato a fare teatro anche e soprattutto per avere un margine di libertà intellettuale, e in quel contesto lo trovavi davvero. Lavoravamo al Piccolo Teatro di Palermo, gestito e portato avanti da Nino Drago, di cui nessuno oggi parla – e questa è una cosa che mi fa incazzare, perché Nino Drago era capace di andarsene a incatenarsi davanti al Comune pur di portare avanti la sua cooperativa e far lavorare tutti noi. Era un rivoluzionario vero, di quelli che non esistono più. Da quel teatro sono passati Paolo Briguglia, Enzo Sperandeo, Giacomo Civiletti – tanti attori che poi nel tempo si sono rivelati straordinari. Ma Nino Drago non viene mai menzionato. E questo è uno schifo.
Sei arrivata al cinema intorno ai quarantacinque anni. È stata una scelta o è successo e basta?
È successo e basta, e per me è andata benissimo così. Al cinema non ci pensavo nemmeno da lontano – proprio non mi veniva questa storia. Poi ci fu la possibilità con Mery per sempre di Marco Risi, che venne a Palermo e mi fece fare la madre del protagonista, e da lì chissà come ho continuato. Non avevo un piano. Meno male che si è aperto il flusso, perché lo devo dire: l’ho fatto in modo bello, semplice, senza dover sgomitare. Forse proprio perché non avevo più l’età per essere la ragazzetta tetta e culo, come si dice. Però una cosa la posso dire con certezza: gli attori che vengono dal teatro riescono spesso a portare nel cinema qualcosa di più intenso, di più viscerale. Il teatro è un laboratorio. È una cosa che io farei mettere nelle scuole.
Hai attraversato decenni di cinema d’autore italiano – Tornatore, Crialese, Martone, Andò. C’è un’esperienza che ricordi con affetto particolare?
Tornatore veniva al nostro teatro al Piccolo quando eravamo tutti lì – era meraviglioso già allora. Con Emanuele Crialese ho fatto Nuovomondo, di una bellezza unica. E poi lavorare con Ciprì e con Tony Servillo – anche quello è stato un bellissimo film. Sono quattro filicelli di pasta rispetto a quello che avrei potuto fare, ma li ho fatti bene, e me li tengo. Tre anni fa con Martone, con Nostalgia, mi ci avevano quasi fatto credere: tutti i complimenti, tutti entusiasti. C’era anche il film di Roberto Andò, La stranezza, e Spaccaossa con Vincenzo Pirrotta. Dicevo, ma perché no? E invece non fu così. Va bene anche così – ci ha pensato Gioia Mia.
E com’è cominciata l’avventura con Gioia Mia e con Margherita Spampinato?
Margherita è talmente incredibile che venne a casa mia, da Roma, a portarmi il soggetto di persona. Quando arrivò, il titolo era Gela – il diminutivo di Angela, una sua zia. Le dissi subito: Margherita, se tieni questo titolo, il film verrà identificato come una storia sui problemi interni alla Sicilia, perché Gela è un paese siciliano con una reputazione non proprio neutra. Lei capì, e piano piano durante le riprese il titolo cambiò. Le signore di Trapani che lavoravano nel film riempivano il ragazzino protagonista – Marco Fiore, un talento che fa paura – di affetto continuo. Gli dicevano gioia mia, gioia mia, con tutto il cuore. A un certo punto Margherita disse: lo chiamo Gioia Mia. Io risposi: che bello, sì, certo. E così è stato.
Il personaggio che interpreti, è una zia burbera e religiosa. Quanto c’è di Aurora Quattrocchi in lei?
Posso essere una rompiscatole come la zia, sì, come no – forse ne sanno qualcosa i miei figli e i miei nipoti. Ma come tipo di vita, assolutamente no. Non avrei mai potuto pensare di vivere chiusa in una casa, solo lì, ad aspettare. Io sono a volante. Come scelte di vita, di relazioni – cambiare, cambiare, mi annoio molto in certe cose. Io sono una persona libera, e quella libertà l’ho sempre inseguita, anche sbagliando. Ma per il piacere di farlo.
La sera del David, cosa è successo davvero?
Quello che ho combinato lì è stato quasi da vergognarmi – fra virgolette, perché non mi vergogno proprio. Ma ero completamente uscita fuori, non c’ero. Il mio cervello si era fatto una passeggiata a miliardi di anni luce. Avevo portato mia nipote Marta – una delle donne più belle del mondo, bieda davvero, da fare tremare – e pensavo di darle due o tre giorni diversi. Stavo benissimo così, contenta di stare con lei. A un certo punto Marta, seduta vicino a me, mi dice piano: nonna, vedi che hanno chiamato il tuo nome? Io: che? Cosa? Non avevo sentito, ero troppo fuori. Non me lo aspettavo per niente. E nei giorni dopo, quando qualcuno mi diceva "se lo meritava, lo potevano dare prima" — non ho mai quantificato la mia vita con i numeri. Non me ne frega un fico secco di pensare a quanti ne ho presi, quanti non ne ho presi, quanti ne avrei avuti. Ma a chi se ne frega?
Sul palco hai detto "Gioia Mia non deve finire mai". Parlavi del film o di qualcos’altro?
Della gioia della vita. Non era riferito al film in sé – parlavo della gioia di vivere, che non deve finire mai. Che meno male che questo titolo è stato scelto, perché è appropriatissimo. E tra l’altro in Sicilia gioia mia si usa proprio per esprimere affetto, calore, partecipazione vera. Non è una trovata: è una cosa che viene dal cuore.
Non hai i social, non usi WhatsApp. In un mondo ossessionato dalla visibilità, come si fa?
Non mi difendo – semplicemente non mi riguarda. Non ho mai quantificato la mia vita con i numeri, non mi è mai importato contare premi, riconoscimenti, anni. Io ogni compleanno mi faccio una bellissima festa. La sera prima penso: domani mattina nasco. Oggi non ci sono ancora, domani ci sono. Sarà una mia follia, però mi piace assai.
Ultima cosa: cos’è la libertà per te, oggi?
Da ragazza pensavo che fosse fare quello che ti pare, stare sotto un albero, andare dove vuoi. A poco a poco ho capito che la libertà va conquistata, va omaggiata, va rispettata. Non è una cosetta da ridere. L’ho sempre perseguita, anche sbagliando – sbattendo la testa al muro e ricominciando. Ma per il piacere di farlo. Io sono devota alla Signora Vita, l’unica devozione che ho. La mia cara Signora Vita. Mi piace assai.