La storia vera dei due agenti rimasti sotto le macerie dell'11 settembre al World Trade Center: il film va in onda stasera in TV

Oggi, 11 settembre 2026, sono passati ben venticinque anni esatti dagli attentati alle Torri Gemelle. Un quarto di secolo è una soglia che pesa. Le persone che allora avevano vent’anni oggi ne hanno quarantacinque, ma sono abbastanza sicuro di poter affermare che anche in questo preciso momento ricordano perfettamente dov’erano quel maledettisimo giorno. Abbiamo poi anche un’intera generazione nata e cresciuta senza aver vissuto quella mattina se non attraverso i racconti, le immagini di repertorio e film come questo. Proprio per questo, la messa in onda di World Trade Center di Oliver Stone nella serata dell’anniversario assume un peso diverso dal solito, e vale la pena guardarlo – o riguardarlo – con l’attenzione che una ricorrenza di questa rilevanza storica merita. L’appuntamento è stasera in TV su IRIS alle 21:16.
La strage del World Trade Center raccontata da un regista solitamente scomodo
Fatte queste doverose premesse, voglio portare alla vostra attenzione ciò che il regista Oliver Stone ha scelto di fare con un materiale così delicato dopo solo cinque anni dai fatti. Per chi non lo conoscesse, stiamo parlando di un nome noto per non essersi mai tirato indietro davanti alla provocazione politica: è l’uomo di JFK, di Nixon, di Platoon sul Vietnam raccontato senza alcun timore o sconti da grandi magazzini.
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Entra nel canale WhatsAppNel 2006 gli viene affidato il primo film hollywoodiano ambientato dentro le macerie delle Torri Gemelle. Tutti si aspettavano di trovarsi di fronte allo schermo l’ennesima opera scomoda. E invece no. A conti fatti gira quello che è il film più depoliticizzato della sua intera filmografia, con una trama concentrata esclusivamente sulla storia vera di due agenti della polizia, John McLoughlin e Will Jimeno (rimasti intrappolati per ore sotto le macerie dopo essere entrati nel complesso per aiutare i sopravvissuti). Il film non mette in luce nessun accenno a mandanti, non parla di responsabilità e delle ovvie conseguenze geopolitiche. Solo due uomini, il buio e l’attesa dei soccorsi.
I primi quarantacinque minuti sono da manuale
Chiarito questo, com’è il film? La prima parte – la mattinata apparentemente normale, il caos crescente, il crollo delle torri – funziona benissimo, ed è un giudizio condiviso da praticamente tutta la critica dell’epoca, inclusi i recensori più severi verso il resto del film. Stone tiene la macchina da presa stretta sui protagonisti, restituisce in modo quasi fisico allo spettatore il peso, il calore, la polvere, la sensazione di soffocamento data dal collasso delle torri. Lo start è probabilmente la sequenza meglio girata dell’intera carriera recente del regista, ed è anche, forse, il modo più rispettoso che il cinema abbia trovato per restituire l’orrore di quei minuti a chi non li ha vissuti.
Poi il film comincia a inciampare
Il problema arriva subito dopo. Il grosso del film è dedicato all’attesa – McLoughlin e Jimeno bloccati e immobilizzati sotto le macerie, le rispettive mogli, interpretate da Maria Bello e Maggie Gyllenhaal, che aspettano notizie a casa. Sicuramente si tratta di materiale drammaticamente complicato da gestire, ma Stone – a mio avviso – lo riempie a tratti con un eccesso di sentimentalismo che spesso suona artificioso più che genuino. Si ha spesso l’impressione che i dialoghi siano ridotti a semplice esposizione, momenti costruiti apposta per strappare un’emozione che finiscono per risultare meno autentici di quanto la storia vera meriterebbe. Paradossalmente, sono proprio le scene dedicate alle mogli – più libere di muoversi, interagire con altre persone, mostrare nervosismo e frustrazione – a risultare più vive rispetto a quelle, pur cariche di pathos, dei due uomini immobilizzati.
Il confronto con United 93 è quasi obbligatorio
Vale la pena ricordare che nello stesso 2006 uscì anche United 93 di Paul Greengrass, dedicato al volo dirottato precipitato in Pennsylvania. È un paragone che la critica fece all’epoca e che, secondo me, resta tuttora impietoso per Stone. Dove Greengrass scelse un approccio scarno, quasi documentaristico, privo di ogni retorica consolatoria, Stone costruì qualcosa di più patinato, pensato apparentemente per non urtare nessuno. Non condivido chi liquida World Trade Center come un brutto film – non lo è – ma se United 93 ha un’altra pelle.
C’è un grande però che potrebbe dare significato a tutto
Chiudo però con la riflessione che a parer mio rende questo film interessante da analizzare proprio nel giorno dell’anniversario. Scegliere di non dire nulla sul contesto, sulle cause, sulle conseguenze di quella giornata, concentrandosi esclusivamente su fede, coraggio e resistenza, non è una scelta neutra come potrebbe sembrare. Il quadro ha una sua cornice interpretativa precisa: trasforma una tragedia immensa in una parabola di salvezza. È una scelta comprensibile, forse persino necessaria a soli cinque anni da ferite ancora aperte. Ma resta comunque una scelta, non un’assenza di scelta.
E forse è proprio questo il motivo per cui, venticinque anni dopo, vale la pena guardarlo con occhi più consapevoli: non solo per ricordare cosa accadde quella mattina, ma per riflettere su quanto sia complicato, anche per il cinema, trovare il modo giusto di raccontare un dolore così grande senza tradirlo né semplificarlo. Un pensiero che, in questo giorno più che in ogni altro, vale la pena tenere a mente insieme al ricordo delle migliaia di persone che non tornarono più a casa.
