Arisa travolta dal demone del consenso, la voce più pura della musica italiana messa in un angolo. Ma non è solo colpa sua
Una carriera passata a cercare approvazione, per Arisa, che oggi vive un'eccesso di esposizione certamente inusuale per un'artista del suo calibro. Ora ci chiediamo di chi è la colpa

Provate un esperimento innocuo. Accendete la televisione una sera qualsiasi e provate a passare una settimana intera senza incontrare Arisa. Non ci riuscirete, e non per caso: vi servirebbe un taccuino solo per tenere il conto. X Factor, tre edizioni da giudice. Amici, professoressa di canto in due cicli diversi, dal 2020 al 2023. Il Cantante Mascherato, giudice in un’edizione e concorrente mascherata nell’altra, tra il 2020 e il 2022. Ballando con le Stelle, vinto nel 2021 insieme a Vito Coppola.
E poi l’intero universo di The Voice – quello dei grandi, quello dei bambini, quello dei senior – dove dal 2023 gira su tre poltrone diverse, girandosi per ascoltare, ironia delle ironie, le voci degli altri. Sanremo, poi, meriterebbe un capitolo a parte: otto partecipazioni in gara in diciassette anni, l’ultima nel 2026 con Magica Favola, senza contare l’anno da co-conduttrice e le apparizioni da ospite. Nessuna interprete della sua generazione ha occupato tanto spazio televisivo restando quasi sempre in secondo piano rispetto alla propria voce.
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Entra nel canale WhatsAppEd è qui che ci troviamo di fronte alla contraddizione più scomoda della sua parabola. Arisa possiede uno degli strumenti vocali più puri della musica italiana contemporanea: un’intonazione naturale, un timbro che non ha mai avuto bisogno di filtri o scenografie per arrivare al pubblico. Lo sapevamo già nel 2009, quando si presentò all’Ariston con gli occhiali spessi e senza alcun artificio, vincendo la categoria Nuove Proposte con Sincerità. Eppure quella voce, negli anni, è diventata l’ingrediente meno pregiato di un personaggio che si è imposto soprattutto per ubiquità.
Il nodo di The Voice e il "gene X Factor"
Chiamiamolo pure il "gene X Factor", anche se ormai ha contagiato ogni angolo della televisione generalista: la prestazione canora, nell’Italia dei talent, vale sempre meno per ciò che è – un fatto acustico, qualcosa che accade tra una laringe e un timpano – e sempre di più per ciò che produce a valle: la clip pronta per i social, la standing ovation confezionata, la frase tagliente da salotto pomeridiano.
Arisa, che di quel sistema è stata protagonista su entrambi i lati del bancone – prima concorrente, poi giudice, poi coach – lo conosce meglio di chiunque altro. Ed è qui la contraddizione più sottile: proprio lei, che a The Voice viene pagata per girare le spalle e giudicare una voce senza vederne il volto, restituisce ogni giorno al pubblico l’esatto contrario di quella promessa. Della sua voce, di fatto, si parla pochissimo. Di una battuta fatta a Verissimo, di un flirt nato e finito in pista da ballo, di uno sfogo sui social, di un topless poi eliminato, moltissimo.
Mina ed Elisa, la lezione di chi ha scelto la sottrazione
Non è un caso isolato, e non è nemmeno una novità tutta italiana: la storia della musica pop racconta un contro-esempio così radicale da sembrare, oggi, quasi provocatorio evocarlo. Il 23 agosto 1978, al Bussoladomani, Mina canta dal vivo per l’ultima volta. Da quel momento sceglie di non apparire più in televisione, di non concedere interviste, di non farsi più fotografare: solo dischi, uno dietro l’altro, per quasi cinquant’anni. Ma quella sparizione totale non ha eroso la sua fama: l’ha trasformata in leggenda.
Mina è oggi più presente di qualunque cantante compaia in tv ogni settimana, perché ha capito una cosa che il pop contemporaneo sembra aver disimparato: che la scarsità genera valore, che l’assenza costruisce mito, e che una voce a cui non si chiede di dimostrare continuamente la propria esistenza ha più spazio per essere ricordata. Non serve arrivare a un ritiro così assoluto per coglierne la lezione: basti pensare a Elisa, coetanea di Arisa nel pop italiano, che ha costruito una carriera altrettanto solida restando quasi sempre fuori dai tavoli dei talent, scegliendo album concettuali e tournée al posto di stagioni intere di prima serata.
Il vero demone del consenso: di chi è la colpa?
Sarebbe comodo, a questo punto, scrivere che Arisa ha scelto il rumore al posto del silenzio, la visibilità al posto della sostanza. Sarebbe anche disonesto, oltre che ingeneroso. Il sistema dell’intrattenimento italiano, negli ultimi quindici anni, ha smesso quasi del tutto di offrire agli interpreti puri uno spazio economicamente sostenibile fuori dal recinto televisivo: i dischi vendono una frazione di quanto vendevano un tempo, lo streaming premia la costanza dei contenuti più che la qualità dell’esecuzione, e un’artista che decidesse oggi di sparire per un decennio, alla maniera di Mina, rischierebbe semplicemente di essere cancellata da un sistema che non perdona le assenze.
Arisa non ha inventato questa logica: l’ha accettata, forse più di altri, perché più di altri – offrendole innumerevoli poltrone da occupare – il sistema gliel’ha permesso. Il vero demone del consenso, insomma, non è nella sua ambizione ma nell’industria che ha reso l’ambizione l’unica strategia di sopravvivenza rimasta a chi canta bene, in un momento in cui cantare bene non basta più.
E noi cosa facciamo? Rimpiangiamo la sobrietà di un’altra epoca mentre clicchiamo sull’ultima gaffe da salotto pomeridiano; invochiamo il ritorno alla purezza della voce nello stesso pezzo in cui raccontiamo, con dovizia di dettagli, il gossip della settimana. Se Arisa rincorre il consenso, lo fa anche perché il consenso, quello vero, glielo diamo noi ogni volta che preferiamo il titolo sul suo ultimo exploit televisivo a quello sul suo ultimo disco.
Rimane allora una domanda da farsi, che riguarda Arisa quanto chiunque possieda oggi un dono simile al suo: siamo davvero disposti a lasciare che una voce così sparisca dai salotti, dalle poltrone di The Voice, dai titoli di gossip, per tornare a essere semplicemente ascoltata? O il demone del consenso – quello vero, quello che decide chi viene ricordato e chi no – non è mai stato suo, ma nostro: il pubblico che invoca la sobrietà e intanto premia lo spettacolo, che rimpiange Mina e nel frattempo guarda tutto il resto? Finché non troveremo una risposta onesta, continueremo a chiedere alle voci più belle d’Italia di gridare sempre più forte pur di farsi sentire e a stupirci, ogni volta, di sentirle un po’ meno.