Anna Pepe, la verità è che non ci avete capito niente: il rap tradizionale non tornerà mai più, ma lei sta facendo una cosa che non esisteva

La straordinaria scalata di Anna Pepe passa (anche) per le parole non dette: il successo della "Vera Baddie" che in molti faticano a capire

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Stavo guardando le foto dell’ultimo tour nei palazzetti di Anna Pepe – tra pareti di scenografie rosa e un’armata di ragazzine in pigiama di Hello Kitty che urlano ogni singola barra a memoria – quando mi è capitato sott’occhio l’ennesimo saggio di "punti di vista autorevoli". L’ennesima analisi tutta nodi al pettine sul perché la rapper ligure rappresenta "la morte dell’hip-hop italiano", "la vittoria dell’algoritmo sulla musica" e la fine dei sogni di gloria dei vecchi centri sociali.

E niente, mi è scappato da ridere. Perché la sensazione, mentre ci si indigna dall’alto di un passato che non tornerà più, è sempre la stessa: non avete capito un amato niente.

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Siete ancora lì, bloccati nel 1994, a misurare l’impatto di un brano con il metro delle Posse, della militanza e della purezza ideologica. Vi ostinate ad applicare griglie di lettura da saggio di sociologia del Novecento a una ragazza del 2003 che ha capito come funziona il mondo nel 2026 molto meglio di tutti i discografici messi insieme.

L’illusione del purismo: l’hip-hop non è morto, si è solo evoluto (e vi ha lasciati indietro)

Il piagnisteo è sempre lo stesso: "Anna non fa hip-hop, fa hit da algoritmo". Certo, buongiorno. Il punto è che il rap ha non è più un genere di nicchia per illuminati circa dieci anni fa, quando la trap ne ha scardinato i cancelli. Quindi pretendere che una ventenne nel 2026 utilizzi la musica per fare la rivoluzione marxista è ingenuo, se non grottesco.

Ma Anna non sta di certo tradendo la cultura, sta semplicemente dominando l’industria. Nata con un beat comprato su YouTube per Bando e consacrata dalle piattaforme streaming, ha preso le regole del gioco digitale e le ha piegate a suo favore. E se i custodi del tempio piangono la perdita dei valori degli antichi padri, lei colleziona 7,5 miliardi di stream, 41 dischi di platino e una partnership con Republic Records che la mette nello stesso roster di Nicki Minaj e Taylor Swift. Se il rap di oggi è branding e consumo rapido, Anna non è il sintomo della malattia: è la primatista olimpica della disciplina.

La morale a targhe alterne: il doppio standard della "Baddie"

Ma la vera ipocrisia è sui contenuti. Quando un sedicenne qualsiasi canta di flexing, macchine costose, soldi e relazioni usa-e-getta, la critica si spertica in lodi. Se le stesse identiche cose le dice Anna – fasciata nel suo stile da baddie, arrogante, sicura di sé e con un piglio sfrontato – apriti cielo: "Eh ma che pessimo esempio per le ragazzine!".

È il solito, stancante moralismo. Anna ha fatto una cosa banalissima: ha preso il registro linguistico dei colleghi maschi, lo ha fatto suo e lo ha sparato a palla. Il prototipo della "baddie" non è un manifesto teorico scritto da qualche accademico; è un empowerment fatto di fatti, di riscatto economico e di un ribaltamento totale dello sguardo maschile. Le adolescenti sotto il palco non cercano la poesia di De André ma un modello che dica loro che possono prendersi tutto senza chiedere il permesso a nessuno.

Il concerto non è una messa ma un rito di liberazione

Avete fatto caso a come sono strutturati i suoi live? Non ci sono band dal vivo ma nemmeno vecchi DJ a fare lo sratch. Un lettore CD gigante rosa scuro, uno show frammentato con 40 brani sparati in un’ora e mezza al ritmo isterico di TikTok, e un’arena gremita da una marea rosa e nera dove i maschietti sono comparse e i padri fanno da servizio d’ordine fuori dai palazzetti. I criticoni storcono il naso: "Ma dove sono i testi profondi? Dov’è la musica suonata?".

Di nuovo, non ci siete. Perché chiedere la poetica intimista a brani come 30°C o Vieni dalla Baddie equivale non capire a cosa serve la club-music. Quei concerti sono catarsi pura, uno sfogo generazionale e un rito di appartenenza per una Gen Z che vive tra ansia sociale, pressione estetica e l’incertezza del futuro. Persino quell’autotune spinto fino all’estremo su pezzi come Tonight non è più un trucco da studio ma la voce metallica e distorta dell’angoscia di una generazione.

La gabbia dorata dell’algoritmo

Sia chiaro, non è tutto oro quel che luccica. Se c’è una critica sensata da fare – ed è qui che sta la vera contraddizione -non riguarda la presunta "purezza" perduta, ma le regole di un mercato discografico spietato.

Un ascolto attento di Vera Baddie – ma anche dell’ultimo Million Dollar Babe – rivela quanto l’album sia un prodotto millimetrato, dove ogni traccia è costruita per non rischiare nulla. C’è la drill, c’è il latin, c’è la ballad pop per la radio. Le major hanno trovato la gallina dalle uova d’oro e la stritolano in una gabbia di formule matematiche. Dietro l’armatura della "baddie" indistruttibile c’è poi una ventenne che combatte con gli attacchi d’ansia, la nostalgia per La Spezia e il peso di una fama arrivata troppo presto.

Ma questa è una battaglia che Anna sta combattendo da sola, rivendicando la scrittura dei suoi testi chiusa nella sua cameretta per evitare che i soliti cravattati della discografia le dicano cosa pensare.

Il successo che dobbiamo imparare a capire

L’Effetto Anna Pepe è la dimostrazione che il rap italiano si è emancipato dal suo passato. Potete continuare a rimpiangere la "Golden Age", le posse e i centri sociali finché volete. Ma la realtà è che il mondo è andato avanti.

Anna non ha distrutto l’hip-hop: ha semplicemente capito che oggi la rilevanza culturale si misura occupando lo spazio digitale, macinando record e parlando la lingua del proprio tempo. E mentre voi siete ancora lì a fare i custodi di un museo che non visita più nessuno, lei ha appena staccato l’ennesimo biglietto per il futuro.


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