Anemone, Libere Recensioni: il ritorno di Daniel Day-Lewis in un potente film anti guerra
A distanza di 8 anni, Daniel Day-Lewis accompagna il figlio Ronan al debutto da regista in un film potente, emotivo e imperniato sul dolore delle scelte

Rieccoci con Libere Recensioni, la rubrica di Libero Magazine dedicata ai film in uscita al cinema e in anteprima nazionale. Oggi parliamo di Anemone, opera di debutto di Ronan Day-Lewis che riporta sulla scena il padre Daniel per una potente metafora contro la guerra.
Era il 2017 quando Sir Daniel Michael Blake Day-Lewis ci graziava con la sua ultima performance, quel Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson che lo vedeva nei panni dello stilista Reynolds Woodcock nella Londra degli anni 50. A distanza di 8 anni, per l’esordio dietro alla cinepresa del figlio Ronan, uno dei più grandi attori di sempre rimette piede sul set in un’opera pregna e imperniata sul concetto di famiglia, di cui ha curato anche la sceneggiatura. Una storia di trauma e ricerca della redenzione e che vede nel cast anche uno straordinario Sean Bean.
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Entra nel canale WhatsAppIl peso della coscienza e delle proprie scelte
Ronan Day-Lewis regala allo spettatore un dramma spirituale, a tratti addirittura lisergico e onirico, in cui il focus è posto con fermezza sulla coscienza e sul peso che comportano determinate scelte. Ray (Daniel Day-Lewis) è un ex paramilitare che vive ormai da anni da eremita, in una sorta di esilio auto-imposto, in una baracca tra le foreste dello Yorkshire. Un giorno, volente o nolente, si trova sull’uscio il fratello Jem (Sean Bean), arrivato da lui con una lettera scritta dall’ex compagna del soldato, Nessa (Samantha Morton), nel frattempo divenuta moglie di Jem. I due pregano Ray di tornare dal figlio Brian (Samuel Bottomley), abbandonato poco prima che nascesse e consumato anch’egli da una profonda rabbia, per gran parte causata dalla voragine lasciata da un padre ingombrante pur non avendolo mai conosciuto. A far da sfondo, i Troubles in Irlanda del Nord e la questione dell’IRA.
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Inutile girarci intorno: Daniel Day-Lewis rapisce gli occhi e la mente. La sua prova cattura la scena, pur condividendola con un altro peso massimo della categoria come Sean Bean (altrettanto potente e in parte). Day-Lewis, liberandosi da ogni sovrastruttura cinematografica, traduce con sguardi e parole lo stato mentale di un reduce distrutto dal proprio passato, che lo schiaccia e non gli permette di condurre una esistenza normale. L’attore londinese è, nemmeno a dirlo, il cuore pulsante del film del figlio, che non avrebbe forse avuto la stessa potenza emotiva altrimenti. Due macabri trascinanti monologhi per lui, che danno la cifra stilistica della pellicola.
Leggermente più in ombra Samantha Morton e Samuel Bottomley, per quanto entrambi in ruoli fondamentali per la riuscita della struttura narrativa. Da un lato una donna abbandonata da un compagno che fatica a colpevolizzare, visto il tragico passato; dall’altro un figlio che non ha mai conosciuto il padre e che, per quanto ne abbia a conti fatti avuto uno (Jem), fatica a scendere a patti con l’ingombrante vuoto che ha lasciato e per le "voci" che si porta dietro.
Opera prima ma già con un suo stile
Ronan Day-Lewis, pur abbandonandosi a tratti alla voglia di dimostrare, invece che semplicemente alla necessità di mostrare, mette in luce con Anemone di avere già un proprio stile registico ben definito. L’ampio uso di primissimi piani, spesso concentrati sugli occhi e sullo sguardo degli attori, riesce a trasmettere benissimo il loro stato d’animo. Bobby Krlic compone per la pellicola un’ottima colonna sonora, a volte spigolosa, a volte estrema, mentre Ben Fordesman ammanta il tutto con una fotografia tetra e fosca, come tetro e fosco è diventato, a causa del proprio passato, l’animo di Ray.
Ed è proprio attorno a passato e famiglia, e di come questi si intersecano in un legame indissolubile, che ruota Anemone. Di come i traumi diventano spesso rifugio e scudo e di come da essi si possa rinascere. Non casuale la scelta del titolo, che richiama sì il vento ma anche un simbolo, appunto, di ritorno alla vita. Il debutto di Ronan Day-Lewis è per certi versi violento come una grandinata (chi ha visto, sa), una tempesta che precede l’attimo in cui il cielo si rischiara e la vita si riapre su una seconda possibilità.
Voto: 7.5/10
