Andrea Roncato: "Mi hanno attribuito 500 donne, cose inventate. Negli anni '80 con un film guadagnavo 8 volte di più, ma vivo felice" - Intervista

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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Attore, comico, volto storico della commedia italiana, Andrea Roncato ha attraversato mezzo secolo di spettacolo italiano: dagli esordi con Gigi Sammarchi al fianco di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, fino a Loris Batacchi, Paolo Villaggio, Moana Pozzi, Pupi Avati e molti altri ancora. Oggi è in giuria al Premio "La Chioma di Berenice" alla Casa del Cinema di Roma, e da lì parte per raccontarsi senza filtri: il mestiere di giudicare un film, il costume che costruisce un personaggio, il rispetto perduto nella società di oggi, gli amori veri e quelli inventati dai giornali. Un’intervista che comincia parlando di cinema e finisce per raccontare, semplicemente, un uomo.

Intervista ad Andrea Roncato - Premio Internazionale Cinearti La Chioma di Berenice

Intervista ad Andrea Roncato – Premio Internazionale Cinearti La Chioma di Berenice

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Andrea Roncato, la vita privata e la carriera nell’intervista esclusiva

Andrea, sei in giuria per la nuova edizione del Premio "La Chioma di Berenice", che dal 1998 valorizza i mestieri artigiani del cinema — costumisti, truccatori, acconciatori. Ho dato un’occhiata alla lista dei giurati: sono professionisti molto diversi tra loro. Come si costruisce un giudizio condiviso tra persone che guardano il cinema da angolature così distanti?

Partiamo da una cosa semplice: sono importantissimi, quei mestieri, e vengono sempre dimenticati quando si parla di attori. Invece sono la base, le fondamenta di un film. Senza di loro non ci sarebbe niente.

Quanto al giudicare – ognuno, quando vede un film, ce l’ha già una reazione pronta. C’è chi gli è piaciuto, chi no, chi gli è piaciuto solo a metà: magari il film era bello ma gli attori no, oppure gli attori erano bravissimi ma il film era brutto. E qui viene il punto: il giudizio su un film lo dai sempre anche in base a come stai tu, in quel momento. Se hai appena litigato con tua moglie, lo vedi in un modo. Se hai l’Agenzia delle Entrate che ti sta perseguitando, lo vedi in un altro modo ancora. Per questo i film andrebbero visti almeno due volte – la seconda volta arrivi più tranquillo, meno trascinato dalle tue vicende personali.

Pensa a una commedia: ci sono battute che in un certo momento ti fanno morire dal ridere, e la settimana dopo te le riguardi chiedendoti perché avevi riso per tre ore per quella sciocchezza. Nella vita, qualsiasi cosa ci capiti, la vediamo in base al momento che stiamo attraversando. Oppure ci sono film che raccontano storie che somigliano alla nostra, e li amiamo proprio per quello – vale lo stesso per le canzoni: quante volte, ascoltandone una, ci torna in mente una persona precisa, un momento preciso della nostra vita? Per un film funziona identico. Tutti i pareri sono legittimi, ma alla fine ognuno deve giudicare col proprio, senza stare a sentire i critici.

E anche in una giuria come questa, quello che per me è il primo può essere l’ultimo per un altro, e viceversa. Alla fine si fa una media – ed è giusto che sia così: se un film arriva tra i primi giudicati per un premio, vuol dire che comunque, brutto, non è.

C’è un premio che mi ha colpito particolarmente in questa edizione: il Premio Speciale alla Sartoria Farani. Quanto conta per te il costume nel costruire un personaggio?

Conta moltissimo, e te lo spiego partendo da dove ho cominciato io. Sono partito come comico, e da comico non sei ancora un attore – interpreti te stesso. Quando facevo i film con Gigi eravamo "Gigi e Andrea al mare", "Gigi e Andrea in montagna", "Gigi e Andrea calciatori": io facevo Andrea, lui faceva Gigi. Abbiamo anche smesso di farli insieme proprio per questo – se fai sempre te stesso, rischi di fare sempre lo stesso film, o peggio, di stancare. Meglio smettere prima, come a teatro: meglio che il pubblico esca dicendo "peccato, saremmo rimasti ancora" piuttosto che "bello, sì, ma non ce la facevo più".

Io poi ho voluto fare l’attore vero, perché sentivo di avere più corde per quello. Ho studiato, ho fatto corsi di cinema e di teatro – anche uno con Ivana Chabak. Mi sono laureato in Giurisprudenza, mi sono diplomato in pianoforte, parlo tre lingue, e la gavetta l’ho fatta con la Mondaini. Per arrivarci ci vuole tutto questo, ed è per questo che quando arrivano ragazze bellissime a dirmi "sono bella, posso fare l’attrice?" io rispondo: sì, ma dovresti anche essere brava. La gente pensa che il cinema sia un concorso di bellezza – non lo è.

Il cinema rappresenta la vita, e la vita ha bisogno di attrici belle e meno belle, robuste e magre, alte e basse, vecchie e giovani – vale anche per gli uomini – perché ogni storia chiede il personaggio giusto, non la protagonista più fotogenica. E poi io dico sempre una cosa: se una è davvero brava, è già bella. Il talento diventa bellezza. Ci sono attrici che non sono modelle, ma quando le vedi recitare rimani estasiato, e in quel momento diventano bellissime – non belle: bellissime.

C’è un abito in particolare che ti ha fatto capire un personaggio ancor prima di iniziare a girare?

Sì, e viene da un grande regista – Pupi Avati, la prima volta che ho lavorato con lui, nel Cuore grande delle ragazze. Dovevo interpretare un contadino stimato in paese, il padre del personaggio di Cesare Cremonini. Andai a provare i costumi e mi misi delle giacche che mi stavano bene. Pupi mi disse: "No, mettiti quella laggiù" – e mi indicò una giacca che mi stava malissimo. Gli feci notare che potevo indossare quella che avevo scelto io, ma lui rispose: "No. Il tuo personaggio si metterebbe quella giacca là. Se ti metti quella che hai scelto tu, staresti facendo il contadino che indossa la giacca scelta da Andrea. Devi far indossare al personaggio la giacca che sceglierebbe lui."

Era una sacrosanta verità, e mi ha insegnato quanto il costume possa davvero aiutare un attore. Il costume deve prima di tutto restituire il carattere di chi stai interpretando – deve vestire lui, non te. E una volta che gli hai dato l’abito giusto, allora sì, gli puoi dare le tue cose dentro.

Quel contadino aveva la giacca che avrebbe scelto lui, ma piangeva col mio modo di piangere, rideva col mio modo di ridere, amava e odiava con le cose mie. Questo un attore lo può dare a un personaggio: si porta dietro tutte le esperienze della sua vita. Il cinema non è come il teatro, dove puoi fingere – al cinema, se piangi, devi piangere davvero. Se ti arrabbi, devi arrabbiarti davvero. Non bastano i movimenti delle braccia. Devi andare a riprendere la tua rabbia vera, vissuta una volta nella vita. Se devi piangere in scena, devi riaprire il cassetto di una volta in cui hai pianto per davvero.

E qui torniamo ai costumisti, ai truccatori, ai fonici – mestieri che si intrecciano tutti nella stessa idea. Pensa ai ragazzi di oggi, che per moda – un po’ colpa di Instagram – parlano sempre più veloce. Non sanno che più veloce parli, meno emozione dai. Per emozionare bisogna parlare lentamente, per entrare nel cuore della gente. Se parli veloce, stai raccontando il telegiornale.

Certo, ci sono dei tempi da rispettare per creare sospensione…

Esatto, e con la voce puoi dare tantissimo. Per questo, quando un ragazzo mi dice "voglio fare l’attore, vado a scuola di recitazione", io gli consiglio sempre anche la scuola di canto. Il canto ti insegna a usare la voce: impari a respirare, a usare il diaframma e non la gola. È un altro strumento che l’attore ha a disposizione – e un po’ di scuola di canto ti aiuta a emettere la voce nel modo giusto.

Pensi che il pubblico italiano sia davvero attento a queste professionalità?

Nella vita quotidiana la maggior parte delle persone è attenta agli attori, e subito dopo ai registi – e già conoscere il nome del regista vuol dire avere un minimo di cultura in più.

Spesso la gente conosce gli attori in base alla moda del momento. Ci sono attori che attraversano periodi di grande successo, e poi ti accorgi che non erano poi questi grandi attori – avevano solo azzeccato un bel film, o una bella serie, e il pubblico impazzisce perché ha provato delle emozioni vere. Poi il film successivo lo fanno male, perché avevano avuto la fortuna di beccare quello giusto una volta.

Perché va ricordata una cosa: la prima cosa che rende un film un bel film non è la regia, e non è nemmeno la recitazione – è la storia. Se la storia è scritta bene, l’attore fa automaticamente più bella figura, perché c’è già una base solidissima. Se la storia non è scritta bene, puoi mettere anche De Niro o Al Pacino: resta un brutto film. La scrittura è la cosa più importante di tutte. Poi viene la regia che la mette in scena, poi gli attori che la recitano, e poi tutte le maestranze – dall’operatore alle luci.

E qui c’è un esempio bellissimo: le luci. Un tempo le attrici andavano quasi a corteggiare l’operatore, perché lui poteva invecchiarle di dieci anni o ringiovanirle di dieci, solo con la luce. È la luce che fa tutto, su un viso. Molti pensano che troppa luce faccia venire le rughe — è il contrario: molta luce te le toglie.

Tempo fa vidi un video in bianco e nero – non ricordo di quale regista – dove si mostrava una donna, e cambiando solo l’illuminazione, quella donna sembrava una signora anziana. Cambiando solo la luce, otteneva l’effetto di un lifting…

Per i tecnici è una cosa risaputa da sempre. Oggi c’è un tassello in più: è un po’ calato il ruolo dell’operatore luci, ed è cresciuto quello del colorist in post-produzione. Con la pellicola potevi rendere un’immagine più chiara o più scura; col digitale puoi cambiare il colore di un albero, di un tramonto, o farmi venire gli occhi azzurri per tutto il film anche se li ho marroni – il colorist ti allunga anche le gambe, se sono corte. Mi ricordo una serie Rai, Un matrimonio, dove in ogni puntata invecchiavo di sette-otto anni: partivo con la pelle liscia e finivo con i capelli bianchi e il viso pieno di rughe. Era tutta bravura dei truccatori. Oggi lo puoi fare col computer, ma secondo me si perde quella verità che c’era quando il trucco lo facevano le mani vere: l’immagine finisce sempre un po’ a metà strada tra un cartone animato e un film – anche i colori: la pellicola dà colori reali, il computer dà sempre qualcosa di mezzo.

L’utente medio vede solo il risultato finale. Poi c’è l’appassionato che va a cercare la sfumatura della luce, del suono – ma quello è già un cinefilo. È come quando compri un vestito: prendi il risultato, non ti metti lì a controllare come sono rifinite le asole.

Però c’è anche un problema di comunicazione. Io sono ancora molto affezionato alle edizioni fisiche dei film, all’home video, perché nei contenuti speciali racconti le fasi di produzione, gli aneddoti, le scene tagliate. Forse lavorando un po’ di più in quella direzione si apprezzerebbero certi particolari che oggi sfuggono.

Esatto, è come sapere che i freni di una macchina sono migliori di altri. Se quando guardiamo la televisione, o quando compriamo qualsiasi oggetto – anche la lavastoviglie di casa – ci facessero vedere come è nato, che passione ci hanno messo, gli errori che hanno fatto e corretto, è chiaro che lo apprezzeremmo molto di più.

Tra i candidati di questa edizione mi sono segnato alcuni titoli: La grazia di Sorrentino, La città proibita di Mainetti, Le assaggiatrici. Guardando questi nomi, come vedi la situazione del cinema italiano oggi?

Molti si lamentano che la gente non vada più al cinema, e poi arriva Checco Zalone che fa un film in stile anni Ottanta e incassa milioni. Forse è cambiata la generazione, più che il cinema in sé. Negli anni Ottanta stavamo meglio – e non era solo il cinema a riempirsi: erano le discoteche a fare cinquemila persone il lunedì, il martedì, il mercoledì. Le stesse discoteche adesso hanno chiuso, e quelle rimaste aperte fanno cinquecento persone il sabato. Era un modo di vivere molto più insieme agli altri: si andava al cinema, portavi la tua ragazza anche solo per darle un bacio di nascosto. Mi ricordo che a vent’anni, con la mia fidanzata, cinque sere su sei andavamo al cinema. Adesso i ragazzi vanno nei pub – e nei pub, li vedo, i ragazzi stanno tutti da una parte e le ragazze dall’altra: è anche un modo per essere più soli, in mezzo agli altri.

E poi c’è il telefonino, che ha dato una mazzata enorme. Ti abitui a guardare il mondo dentro quello schermo verticale e stretto, e non ti accorgi più che c’è un mondo anche a destra e a sinistra di quello schermo. Il telefonino ti restringe l’area davanti, e soprattutto ti fa vedere solo quello che tu vuoi vedere – ed è questa la parte peggiore: perdi tutta l’area che ti circonda. È tutto cambiato, la gente mi sembra più triste, e per questo va meno al cinema – perché al cinema non puoi usare il telefonino. Vedo gente che cena in cinque o sei persone, e ognuno guarda il proprio schermo. È preoccupante, ma cerchiamo di non pensarci – se ci pensassimo davvero, capiremmo che il mondo si sta rovinando col telefonino. E vale ancora di più per i ragazzi giovanissimi, che iniziano a usarlo a cinque anni: lo vedo con mia nipote, sempre col telefonino in mano. Ed entrano in contatto con un mondo che non è quello vero – su Instagram, se uno si fa una foto appoggiato a una Ferrari, si sente come se ne fosse il proprietario. I ragazzi oggi pensano che apparire sia già un punto di arrivo. Non lo è: apparire è un punto di partenza. Per arrivare devi saper fare – quelli che sanno fare vanno avanti davvero, la maggior parte che vuole solo apparire, appare e basta.

C’è da dire che chi arriva veramente è spesso in controtendenza rispetto al voler apparire.

Esatto, perché arrivare vuol dire saper fare. Io preferisco che uno dica "bravo, guarda cosa ha fatto" piuttosto che "che bel vestito che ha" – perché nel primo caso pensi a qualcosa che resta, nel secondo a qualcosa che sparisce nel momento in cui te lo togli. Se hai scritto una bella canzone, dipinto un bel quadro, costruito un bel soffitto: quello resta.

Ed è proprio da qui che parte il discorso più importante, secondo me: c’è una cosa che è calata moltissimo negli ultimi anni, ed è il rispetto. Se dipendesse da me, farei una materia alle elementari che si chiama proprio "rispetto", perché non c’è più – non per gli altri, non per le donne, non per gli omosessuali, non per le persone di colore. E i ragazzi sono anche indeboliti dal telefonino: basta che una ragazza ti lasci, e cosa fai? La vuoi accoltellare? Se io avessi dovuto accoltellare tutte quelle che mi hanno lasciato, avrei fatto una strage – invece se le incontro, le offro da bere e le invito a cena per ringraziarle. È un mondo che si è indebolito per mancanza di rispetto, e la mancanza di rispetto genera guerra – verso gli altri, verso gli animali, verso la natura.

Prima mi hai accennato Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Immagino sia stato per voi un vero battesimo del fuoco.

Per noi è stato un grande insegnamento. Eravamo già abbastanza conosciuti nelle piazze romagnole, lavoravamo con Bibi Ballandi – un impresario enorme, mancato qualche anno fa, una pietra miliare per molte trasmissioni televisive – che tra i suoi artisti aveva Celentano e i più grandi nomi di allora. La Mondaini voleva fare anche lei le serate: una volta si facevano cinque o sei serate a settimana in discoteca, andavi alle undici e c’erano cinquemila ragazzi seduti davanti a te che ti ascoltavano per un’ora intera. Ballandi le propose: "Vuoi fare le serate? Ho due ragazzi che potrebbero lavorare con te." Lei venne a vederci, le piacemmo, e per tre anni facemmo le serate insieme: lei con i suoi sketch, Gigi a farle da spalla, io con i miei sketch, e poi scherzi tutti e tre insieme.

Quanto vi invidio – voi avete vissuto davvero quel periodo. Lo dico sempre anche ai miei genitori: sono nato nell’85 e mi sento già lontano da quei tempi.

Lontano come la musica dell’85, non solo il cabaret o il cinema: era tutto di un altro livello, e ancora oggi le musiche che ricordiamo sono quelle di allora. Anche i cantanti di oggi sono gente che ha ascoltato Francesco Guccini o Francesco De Gregori centinaia di volte, prima di scrivere le proprie canzoni. Lo stesso Ultimo racconta di aver passato l’infanzia con gli amici ad ascoltare Vasco. C’è sempre un filo che collega una generazione all’altra.

Poi Sandra ci portò a fare la Befana in televisione: ci portò con sé in Rai, il sabato sera, e ci diede una grandissima mano. Ci insegnò moltissimo – a rispettare il pubblico, a rispettarci tra noi quando recitiamo, a non accavallarci: se fai troppo ridere per una cosa, il pubblico perde quello che viene subito dopo. Quando reciti insieme a qualcuno, bisogna sempre rispettare certe regole. È sempre una forma di rispetto, in fondo, in tutte le cose della vita.

Come avete gestito quella popolarità improvvisa, così giovani?

Sandra era una vera diva, lo è ancora oggi anche se non c’è più – girava con lei come oggi si andrebbe in giro con Lady Gaga. Ma ci trattava come figli: ci voleva bene, ci gridava se serviva, stava con noi, veniva a dormire nel lettone grande insieme a noi per non restare sola. Ci ha sempre trattato veramente come figli, ed è un ricordo di cui vado fierissimo – l’affetto di una donna straordinaria come lei mi riempie ancora oggi di orgoglio. Per me la Sandra è come una persona di famiglia, come se ti parlassi di una cugina, di una zia. E se io sono qui, oggi, è soprattutto merito suo: è stata lei a portarci per la prima volta in televisione, dandoci una fiducia che allora nessun altro ci aveva dato.

Con Gigi abbiamo poi iniziato la nostra carriera vera e propria con trasmissioni importanti – Premiatissima, Grand Hotel, Risatissima, il Festival con Pippo Baudo, Sabato al Circo – e tanto altro fatto anche da soli, in seguito. Ma la Sandra resta un capitolo a parte. Mi ricordo che feci una parte fissa in una serie sua e del marito, Casa Vianello – interpretavo il maresciallo dei Carabinieri che faceva le ispezioni da loro. E lì rividi anche lo spirito di Raimondo, che si divertiva sempre a prendermi in giro con una dolcezza incredibile. Quando andavamo a fare serate vicino a Milano o a Firenze, dove avevano un’altra casa, ci ospitavano a dormire da loro, e lui mi faceva trovare sul comodino il giornale con la cronaca di Bologna – sempre per stuzzicarmi. Quando ci rivedemmo per girare Casa Vianello, mi chiese cosa avessi fatto in tutti quegli anni, e io gli elencai tutti i film di maggior successo – L’allenatore nel pallone, Rimini Rimini. Lui ascoltò serio e disse: "bene, bene… quando escono?". Mi prese in giro, come sempre.

Tra tutti i film che hai fatto, non posso non farti una domanda su Loris Batacchi.

È un personaggio storico – ancora oggi mi mandano foto di ragazzi di quindici anni con un suo tatuaggio sul polpaccio. È nato quasi per caso: con Neri Parenti – il regista – era impossibile seguire davvero un copione. Lo leggevi, e poi sul set faceva tutto il resto. Mi ricordo che esageravo con questo tipo romagnolo, la canottiera, la retina – e la povera Milena Vukotic, attrice meravigliosa, il suo imbarazzo in quella scena era vero, perché il regista aveva messo più macchine da presa per non ripetere le scene, riprendendo da varie angolazioni per montare tutto dopo. Molte cose non le avevamo nemmeno dette a lei in anticipo: quando tiravo fuori un vibratore e dicevo "tenga, signora, per una che ha goduto poco", il suo imbarazzo era reale – non sapeva cosa le avrei fatto un attimo dopo.

Alcuni critici hanno definito Loris Batacchi un personaggio sessista, ma hanno sbagliato completamente: non esalta quel tipo di uomo, lo prende in giro. È l’estremizzazione di un certo maschilismo – quello che si vanta: "Ho avuto mille donne, ne ho messa incinta una, ho fatto quell’altra." Era una presa in giro, non un’esaltazione. Dovrebbero essere contenti che pigliavamo in giro proprio quel modo di pensare, invece oggi c’è sempre la diatriba del politicamente corretto.

Se non cambiamo il cervello, è inutile cambiare le parole. Per non essere razzista devi esserlo nel cervello, non basta scegliere il termine giusto. Se dici che una donna "ha le palle" e questo viene bollato come sessista, la vera domanda è: cosa pensi davvero delle donne? Il rispetto lo devi dare con i fatti, non con le parole.

Un tuo ricordo di Paolo Villaggio: com’era sul set?

Era una persona particolare. Alcuni dicono che fosse cattivo – non è vero, era strano, questo sì. Era un genio: ha scritto cose geniali, e si divertiva soprattutto a prenderti in giro. Al ristorante ordinava dicendo "portami tutta la prima pagina del menù", tanto per stupire, e poi assaggiava un pochino di ogni cosa e lasciava il resto. Oppure diceva: "Voglio i fusilli, ma ne vorrei trentacinque" – e il cameriere restava di sasso, ma alla fine glieli portava. Incontrava me e altri amici per strada e diceva: "Andiamo a fare l’aperitivo, cosa volete?" A me diceva: "Prendiamo un Crystal" – e un attimo dopo spariva, lasciandomi a pagare il conto. Non era tirchio, come qualcuno pensava per via delle sue origini genovesi – lo faceva apposta, per prenderti in giro, perché era capacissimo di spendere milioni per un aereo privato. È un personaggio enorme, difficile da racchiudere in poche battute.

Hai scritto un libro intitolato Non sono solo Loris Batacchi…

Sì, perché molta gente, quando ti vede interpretare certi personaggi – negli anni Ottanta facevo spesso il donnaiolo da spiaggia – finisce per pensare che tu sia quello anche nella vita vera.

E le cronache dicono che non era solo al cinema…

Le cronache dicono cose inventate. Ho lavorato con tutte le più belle attrici italiane, e con qualcuna sono anche uscito – ma quando mi attribuiscono numeri assurdi, cento, duecento, sono invenzioni pure.

Proprio mentre preparavo questa intervista ho letto un articolo che parlava di più di cinquecento donne.

Sono titoli fatti apposta per fare effetto, e io non ci posso fare niente. E odio, tra l’altro, chi si vanta con questi numeri – io posso dirti quante macchine ho avuto, ma non quante donne, perché non le ho mai contate. E poi vedi il titolo del giornale: "Ho avuto mille donne". Ho sempre fatto film con le attrici più belle d’Italia, interpretando ruoli in cui le conquistavo, e la gente confonde la finzione con la realtà. Ma loro avevano i loro mariti, i loro fidanzati, e la sera tornavano a casa da quelli. È vero che qualche attrice famosa è stata fidanzata con me – perché lavorava con me, allo stesso modo in cui un farmacista può innamorarsi di una collega. Certo, se dicevo che ero uscito con Carol Alt invece che con un’altra faceva più effetto – ma era solo un’amica.

È uscita anche un’informazione sulla storia con Moana Pozzi – l’ha raccontata lei stessa nel suo libro, non l’hai detto tu per primo. E ti ha anche dato un voto molto alto.

Sì, ha scritto che ero un gran bell’uomo, eccetera. Quando la frequentai stemmo insieme otto o nove mesi. All’epoca non faceva ancora l’attrice a luci rosse: faceva l’attrice normale, girammo insieme I pompieri e Doppio misto. Poi ha preso un’altra strada, e l’ho rivista dieci anni dopo, quando ormai non stava più bene, per un progetto Mediaset – L’Odissea – dove io interpretavo Ulisse e lei Penelope. Poco tempo dopo se n’è andata.

Ne parlo sempre poco, perché Moana resta una delle donne più speciali che abbia mai conosciuto – non solo per la bellezza. Se parlava di filosofia ti trascinava, se parlava di politica ti trascinava, se parlava di calcio o di automobili era lo stesso. Sapeva davvero di tutto. E anche quando ha iniziato a fare l’attrice a luci rosse, le facevano interviste apposta per metterla in imbarazzo, ma non ci è mai riuscito nessuno. Resta, per me, una delle donne più intelligenti che abbia mai incontrato, indipendentemente dal mestiere che poi ha scelto di fare.

Ho avuto anche il piacere di lavorare con attrici straordinarie come Ornella Muti ed Eleonora Giorgi. E mi hanno anche chiesto se sia stata mia fidanzata Corinne Cléry – assolutamente no. Corinne è una carissima amica, con cui ho fatto Ballando con le Stelle e anche il film Vacanze di Natale ’90, dove lei interpretava la mia ex con due figlie, davanti alle quali io – istruttore di deltaplano, un po’ latin lover – mi trovavo sempre in imbarazzo perché lei mi diceva: "Guarda che una delle due potrebbe essere tua figlia." Alla fine le ho adottate entrambe, per dire. La conosco benissimo, e voglio smentire ufficialmente qui: tra noi non c’è mai stato nulla.

Questo per dirti come funzionano certe voci – droga, sesso e rock’n’roll, il terzetto preferito dai giornalisti di serie B.

Ti racconto un episodio vero: quarant’anni fa frequentavo compagnie che facevano uso di cocaina, provai anche io. Ho capito presto che era una grande sciocchezza – non perché sono finito in clinica, ma perché l’avevo cominciato per gioco, e per gioco ho deciso di smettere: "Da domani non vengo più alle vostre feste". Ebbi anche l’idea, allora, di andare in televisione e dire: "Ragazzi, la droga l’ho provata, non fatelo, è una fesseria" – trasformando quell’esperienza in un messaggio positivo. Eppure ancora oggi, dopo quarant’anni, c’è chi scrive "Andrea è uscito dal tunnel della droga".

Se parli invece di me che mantengo cani nei canili, o di mia moglie che presiede un’associazione per la tutela degli animali, o del fatto che insieme abbiamo salvato duecentocinquanta cinghiali feriti negli incidenti stradali, non frega niente a nessuno. Se scrivi della droga, hai i click assicurati.

Bisogna anche stare attenti ai titoli che ti costruiscono attorno: una volta lessi "Andrea all’ospedale". Non c’è niente di male, chiunque può andare all’ospedale – ma io non c’ero mai stato. Cliccavo, e partiva tutta la mia biografia, dieci pagine di carriera, per poi scoprire che ero semplicemente andato a trovare un amico che aveva aperto un bar dentro l’ospedale Gemelli. Il titolo restava "Andrea all’ospedale", e la gente si preoccupava per niente.

Trovo questa pratica terribile. .

Ma in generale, se non ci fosse il pubblico, noi attori chi saremmo? Ed è una cosa che mi dà una grande soddisfazione: con quasi tutte le persone con cui lavoro – anche noi due, che non ci conoscevamo prima di oggi – alla fine si crea un legame vero, naturale. Ho registi e attori che mi scrivono ancora oggi, a distanza di anni. Noi bolognesi abbiamo questo "difetto": a cominciare dai primi con cui ho lavorato – Christian De Sica, Ornella Muti, Carol Alt – fino ad Alain Delon, con cui io e Gigi siamo andati a festeggiare i suoi cinquant’anni, solo noi tre. Finché è stato in vita ci siamo sempre sentiti. E continuo ad avere rapporti veri: Manuela Arcuri, che ha fatto Carabinieri con me, è oggi una delle mie migliori amiche. Ho bisogno di lavorare in armonia – se devo dare del lei a tutti sul set, allora preferisco stare a casa.

E oggi, dopo questa lunga carriera, chi è Andrea Roncato?

Io non sono miliardario, sono più che miliardario, perché non ho bisogno della barca, del motoscafo, dell’aereo privato. Mi bastano le mie macchine, che funzionano. Vivo facendo quello che farei anche gratis, perché è ciò che mi piace di più al mondo: il mio lavoro. Quando devo andare a lavorare la mattina, sono felice ed è già una grandissima vittoria.

L’anno scorso ho girato otto film, cinque per la Rai. Ho fatto la serie La ricetta della felicità con Giacomo Campiotti e Cristiana Capotondi, un film con Pupi Avati, e una storia che uscirà a settembre sempre per la Rai sulla vita di Giovannino Guareschi, insieme a Giuseppe Zeno, dove interpreto suo padre. Adesso sto ricominciando La ricetta della felicità, perché è andata benissimo. Per tutti questi film ho guadagnato quanto un film degli anni Ottanta – ma quello che mi danno mi fa vivere bene, e non mi interessa avere la Ferrari. Mi ritengo comunque più che miliardario, perché vivo senza strafare ma vivo bene: ho la mia famiglia, mia moglie, i miei cani – ne ho tanti – e anche cavalli, persino un asino, in Campania. Amo il verde intorno a me.

Mia moglie Nicole è la mamma di Giulia Elettra Gorietti, l’attrice di Tre Metri Sopra il Cielo.

Ho intervistato Federico Moccia proprio da poco…

Lei fece Tre Metri Sopra il Cielo da ragazzina, poi Ti amo in tutte le lingue del mondo. Ho girato un film con lei… Da dieci anni Nicole è mia moglie – la mia seconda moglie, dopo Stefania Orlando. Con lei condivido anche l’amore per gli animali: di recente abbiamo aiutato un anziano a cui avevano portato via il cane perché considerato un "accumulatore seriale". Abbiamo mandato cinque camion a pulire il suo giardino, pagato la retta al canile per farlo uscire, e riportato il cane dal suo padrone. Perché molte volte togliere un animale a chi vive in condizioni difficili non fa bene a nessuno dei due: se un barbone per strada divide un pezzo di pane al giorno col suo cane, portarglielo via fa del male a entrambi. Meglio dargli due o tre pezzi di pane da dividere, e lasciarli insieme.

Alla luce di tutto il tuo percorso — successi, eccessi, rinascite — perché in una vita accade di tutto: hai ancora fame di qualcosa in particolare?

Nel nostro lavoro c’è l’anno in cui fai otto film, come l’anno scorso, e l’anno in cui non ne fai nemmeno uno. Ma le rinascite servono per andare avanti: chi non rinasce mai si blocca al primo colpo, così come chi non sbaglia mai non migliorerà mai nella vita. Io credo di essere migliore adesso di come ero tanti anni fa — e sicuramente è così, perché sbagliando si impara a fare meglio.

Quanto alla fame – ho ancora fame del mio lavoro, e delle cose normali. Mi piace stare in famiglia, guardare la televisione, uscire con i miei amici, che possono essere muratori, commercialisti, notai, macellai — amici normali. E molti degli attori che conosco sono persone normalissime. Stare con le persone normali, alla fine, ti fa diventare grande.


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