Baarìa Film Festival, Di Quarto ha scoperto il nuovo Tarantino: "È haitiano, farà parlare molto di sé. Maria Vera Ratti adesso è la migliore"

Il fondatore del Baarìa Film Festival racconta a Libero Magazine la sua idea di cinema, sogna l'incontro tra Spike Lee e Tornatore e incorona Maria Vera Ratti

Diego Scappini

Diego Scappini

Giornalista

Classe 1987, lo sport è il mio habitat naturale ma sono appassionato anche di TV, serie e cinema, soprattutto horror.

Ci sono luoghi dai quali si parte per costruirsi un futuro e altri ai quali, prima o poi, si sente il bisogno di restituire qualcosa. Per Andrea Di Quarto, giornalista e scrittore, Bagheria è entrambe le cose. Lasciata a 25 anni per inseguire il sogno del giornalismo, oggi è diventata il centro di un progetto che va ben oltre il semplice evento culturale: il Baarìa Film Festival, rassegna internazionale dedicata al cinema delle isole che quest’anno andrà in scena dal 22 al 27 giugno.

Alla sua seconda edizione, il festival è già riuscito a ritagliarsi uno spazio importante nel panorama cinematografico italiano, portando quest’anno in Sicilia ospiti come Claudia Gerini, Massimo Ghini, Mimmo Calopresti ed Edoardo De Angelis, insieme a opere provenienti da tutto il mondo. Ma dietro il programma e il parterre di nomi c’è soprattutto un’idea precisa: fare dell’insularità non un limite geografico, bensì una chiave di lettura culturale.

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Di Quarto ci racconta che il progetto è nato «quasi per gioco, da una chat tra vecchi compagni di scuola», e che è cresciuto grazie al lavoro di una squadra guidata dallo stesso Di Quarto insieme alla codirettrice artistica Vanessa Tonnini: «La sua presenza è stata fondamentale, ha portato un’esperienza enorme». Una manifestazione indipendente che guarda tanto a Giuseppe Tornatore quanto alle nuove cinematografie internazionali, senza dimenticare una passione personale destinata a riaffiorare continuamente durante la nostra chiacchierata: quella per la cultura hip hop, che il giornalista considera sorprendentemente affine allo spirito con cui è nato il festival.

Tra il legame con la Sicilia, il sogno di riportare il grande cinema a Bagheria, gli omaggi a Tornatore, l’ammirazione per Spike Lee e la voglia di scoprire i talenti di domani, abbiamo ripercorso con lui il viaggio che ha trasformato un’idea nata quasi per scommessa in una delle realtà emergenti del panorama festivaliero italiano.

Lei ha lasciato la Sicilia da giovane per costruirsi una carriera e oggi, con il Baarìa Film Festival, sembra voler restituire qualcosa alla sua terra. È questa la scintilla da cui è nato tutto?

«Sì, la parola giusta è proprio restituire. Sono andato via da Bagheria a 25 anni perché volevo fare questo mestiere e qui, all’epoca, non c’erano le opportunità che cercavo. Negli anni, girando il mondo, ho visto festival nascere ovunque. A un certo punto mi sono chiesto come fosse possibile che Bagheria, la città di un premio Oscar come Giuseppe Tornatore, non ne avesse uno. Così ho deciso di provarci. Doveva essere una cosa piccola, nata quasi per gioco in una chat con i miei compagni di scuola. Poi, come si dice, mi è un po’ sfuggita di mano…».

In appena due anni infatti il festival è cresciuto molto più velocemente del previsto.

«Perché fin dall’inizio non volevamo fare una piccola rassegna. In Sicilia esistono già tante belle realtà, il Taormina Film Festival è uno dei più importanti a livello europeo, ma noi volevamo creare qualcosa che mancava: un festival internazionale capace di diventare, nel tempo, un punto di riferimento per il cinema siciliano e per tutte quelle cinematografie che hanno nell’isola un elemento identitario. Certo, siamo ancora una bottega artigiana, però siamo partiti con il piede giusto».

Quanto è stato difficile organizzare un festival indipendente in Sicilia?

«Molto più di quanto si possa immaginare. Ci sono cose che a Milano risolvi in tre minuti e qui richiedono settimane. Altre, invece, qui le ottieni con una telefonata. Devi capire continuamente come muoverti. Lo scorso anno abbiamo fatto praticamente tutto da indipendenti, quest’anno per fortuna la Regione Sicilia e le istituzioni ci stanno dando una mano. Ma vogliamo conservare quello spirito libero con cui siamo nati».

Parla spesso di "insularità", ma non in senso geografico. Cosa significa davvero questo concetto?

«Per me l’insularità è prima di tutto uno stato mentale. Quando si pensa a un’isola viene subito in mente il mare, la vacanza, le palme. In realtà un’isola può essere tantissime cose: un paradiso, ma anche un carcere. È un concetto che si presta a mille interpretazioni. Quello che accomuna gli isolani, dai siciliani ai sardi fino agli irlandesi, è una fortissima identità. È questo che vogliamo raccontare».

Se pensiamo a Bagheria è inevitabile citare Giuseppe Tornatore. Lei ha raccontato che, da ragazzo, frequentava "L’incontro", il cineclub dove fu proprio il regista a farle scoprire il cinema d’autore.

«È stato fondamentale. Quel circolo mi ha fatto conoscere il grande cinema internazionale, un modo diverso di vivere il grande schermo. Tornatore era un narratore straordinario ancora prima di diventare il regista che tutti conosciamo. Per me questo festival è un vero atto d’amore nei suoi confronti, senza di lui probabilmente non esisterebbe. La cosa che ho sempre ammirato è la sua capacità di raccontare una realtà profondamente siciliana trasformandola in qualcosa di universale. È un insegnamento che cerchiamo di portare anche dentro il BAAFF».

Oggi esiste una nuova generazione di autori siciliani capace di raccogliere quell’eredità?

«Secondo me sì, e la cosa più bella è che non esiste una sola scuola. Ognuno racconta la Sicilia con il proprio linguaggio. Penso a registi navigati come Daniele Ciprì o Franco Maresco, ma anche a tanti autori più giovani che stanno emergendo: Costanza Quatriglio, Lorenza Indovina, Pif… Oggi si racconta una Sicilia diversa, contemporanea, lontana da tanti stereotipi con cui cinema e televisione l’hanno rappresentata per anni. Ed è proprio questa pluralità a renderla interessante».

Tra i film in programma ce n’è uno in particolare sul quale scommetterebbe? Quello che tra dieci anni potremmo ricordare dicendo: "Era passato da Baarìa prima di tutti".

«Se devo fare un nome direi Kidnapping Inc., del regista haitiano Bruno Mourral. È un autore esordiente che ha una vena molto tarantiniana: riesce a raccontare una realtà durissima come quella di Haiti con un umorismo nero e un linguaggio molto personale. Se avrà la possibilità di lavorare con mezzi ancora più importanti, secondo me farà parlare parecchio di sé».

Tra le opere in concorso ci sono film provenienti da realtà molto diverse tra loro, ma tutti accomunati da una forte impronta autoriale. Oggi, però, "cinema d’autore" viene spesso associato a qualcosa di difficile o elitario. È un’etichetta che la convince?

«No, perché secondo me è un equivoco. Il cinema d’autore non deve essere una mattonata. Non è vero che un film, per essere intelligente, debba essere noioso. Si possono raccontare storie importanti, affrontare temi profondi e farlo con un linguaggio coinvolgente, capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo. Alla fine il cinema resta anche intrattenimento: se non riesce a portarti fino ai titoli di coda, forse qualcosa non ha funzionato».

Tra gli ospiti, invece, c’è un nome sul quale sente di voler puntare in prospettiva?

«Penso a Maria Vera Ratti. Forse al cinema il grande pubblico ancora la conosce poco, ma in televisione sta facendo un percorso molto importante e presto sarà anche nella serie di Amazon Postcards from Italy che la farà conoscere in tutto il mondo. È un’attrice di enorme talento. Ha tutte le caratteristiche per diventare uno dei volti più importanti della sua generazione».

Quest’anno arriveranno anche Claudia Gerini, Massimo Ghini, Mimmo Calopresti ed Edoardo De Angelis. Claudia Gerini era un nome che desideravate già dalla prima edizione…

«Sì, perché rappresenta perfettamente l’idea di figura che volevamo avere al festival. È una professionista che ha lavorato con grandi registi, ma anche nel cinema più popolare, in televisione, nelle serie. È un volto trasversale, conosciuto da tutti, ma soprattutto è una persona che sa raccontarsi con intelligenza e leggerezza. Siamo davvero contenti che quest’anno abbia accettato il nostro invito».

Oltre al cinema, l’altra sua grande passione è la cultura hip hop. E ascoltandola viene quasi da pensare che il Baarìa Film Festival abbia proprio un’anima hip hop, è così?

«Assolutamente sì. L’hip hop nasce dal creare qualcosa dal nulla. Se non hai gli strumenti, te li inventi. È esattamente quello che abbiamo fatto noi. Organizzare un festival internazionale in Sicilia significa affrontare continuamente difficoltà economiche, logistiche e organizzative. Bisogna trovare soluzioni creative ogni giorno. Questo spirito indipendente, questa capacità di costruire qualcosa senza aspettare che lo facciano gli altri, è profondamente hip hop. E vorrei che il festival mantenesse sempre questa identità».

Il collegamento naturale tra questi due mondi, cinema e hip hop, è Spike Lee. Se potesse avere lui e Tornatore ospiti dello stesso tavolo, di cosa li farebbe parlare?

«Ah guarda, di quello che vogliono! Secondo me si riconoscerebbero immediatamente. Hanno linguaggi diversi e raccontano mondi molto differenti, ma entrambi sono partiti dalla periferia del loro universo culturale per arrivare al centro. Tornatore ha raccontato la Sicilia, Spike Lee l’identità afroamericana. Sono due autori che hanno trasformato storie profondamente radicate nel loro territorio in racconti universali. Gli artisti veri si riconoscono sempre. Sono quelli che non hanno bisogno di sovrastrutture. Tra l’altro Spike Lee è di Manhattan, che è pur sempre un’isola: mi hai dato un’idea per la prossima edizione…».

Ormai siamo abituati a pensare che qualsiasi film, prima o poi, finirà su una piattaforma streaming. Perché oggi un ragazzo dovrebbe prendere un treno o un aereo per recarsi fisicamente al suo festival?

«Perché molte delle opere che presentiamo qui non arriveranno mai sulle piattaforme mainstream. O le vedi al festival oppure rischi di non vederle più. È questa la funzione dei festival in generale, non solo del nostro: dare spazio a film che altrimenti faticherebbero a trovare una distribuzione. Se vuoi scoprire qualcosa di nuovo, è ancora lì che devi andare. Il cinema italiano dopotutto si mantiene con le solite commedie, se vuoi parlare d’altro fai molta fatica».

A questo proposito che ruolo possono avere manifestazioni come questa nel futuro del cinema italiano?

«Un ruolo fondamentale. Non perché siano contro il cinema commerciale, ci mancherebbe: le grandi commedie hanno regalato opere straordinarie. Ma il cinema è molto più ampio. I festival permettono di far circolare idee, linguaggi e persone che altrimenti resterebbero invisibili. Spero che vengano sostenuti sempre di più. Perché è vero che con la cultura non si mangia, però diciamo che fa bene al colesterolo… e fa vivere decisamente meglio».


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