Alla festa della Rivoluzione, una grande ambizione mina il risultato finale: sontuoso Maurizio Lombardi nei panni di D'Annunzio. Recensione

Arnaldo Catinari adatta il romanzo omonimo di Claudia Salaris, ma il risultato non è all'altezza della sua stessa volontà di osare

Roberto Ciucci

Roberto Ciucci

Giornalista

Appassionato di sport, avido consumatore di manga e film, cultore di tutto ciò che è stato girato da Quentin Tarantino e musicista nel tempo libero.

Il primo dopoguerra fu periodo di grande fermento, grande scontento e grandi ideali. In un clima del genere, risulta difficile stupirsi se una figura influente e carismatica come fu Gabriele D’Annunzio, alla guida di un manipolo di reduci della Grande Guerra, tentò ciò che molti ritenevano semplicemente folle: prendere il controllo della città di Fiume, in Istria (oggi Rijeka in Croazia) e stabilirvi una propria dittatura illuminata, sull’onda del sentimento di vittoria mutilata patita dall’Italia al termine del conflitto.

Basandosi sul romanzo omonimo scritto da Claudia Salaris, il regista Arnaldo Catinari dirige Alla festa della Rivoluzione, presentato nella sezione Grand Public della ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma e che noi abbiamo potuto vedere in anteprima. Alla produzione Fulvio e Federica Lucisano, con Italian International Film e con Rai Cinema. Una pellicola ambiziosa quanto fu la spedizione fiumana di D’Annunzio, ma che finisce per essere schiacciata dalla sua stessa volontà di osare. Un miscuglio di elementi sorretti a stento da una narrazione labile, i cui protagonisti finiscono quasi per essere vittime degli eventi, più che agenti. Menzione d’onore, comunque, la prova attoriale di Maurizio Lombardi, abile a trasmettere la personalità iconica e istrionica del "Vate". Nel cast anche Valentina Romani, Nicolas Maupas, Darko Peric e Riccardo Scamarcio.

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Alla festa della Rivoluzione – La recensione del film

Schiacciato dalla sua stessa ambizione, dicevamo in apertura. Questa è l’impressione avuta all’uscita dalla sala dopo la visione. Alla Festa della Rivoluzione tenta di essere molto, riuscendo a essere efficacemente poco. Nel calderone finiscono elementi da spy story, thriller, film in costume e anche storia d’amore. Elementi che, data anche la durata non eccessiva della pellicola, circa un’ora e quaranta, tendono a emergere poco e a risultare quindi non approfonditi a sufficienza. La narrazione ruota attorno a un quadrittico di personaggi. Da un lato Beatrice Superbi, interpretata da Valentina Romani, italiana di nascita ma sovietica d’adozione e diventata spia comunista. Dall’altro Giulio, il cui volto è quello di Nicolas Maupas, disertore dannunziano convinto che in guerra ha sopportato atrocità in qualità di medico da campo. Nel mezzo, ovviamente, Gabriele D’Annunzio, a cui presta il fisico e l’imponente voce Maurizio Lombardi. Attorno ai tre gravita Pietro, capo dei servizi segreti italiani e con un preciso piano in mente.

Il rapporto che sboccia tra Beatrice e Giulio, purtroppo, è decisamente affrettato nelle tempistiche, diventando profondo e intenso nel giro di uno schiocco di dita. Le ragioni dietro alla azioni della donna, inoltre, sono scarsamente approfondite e mai incisive. Più rotondo e articolato, invece, Giulio che, benché medico, e quindi dedito ad aiutare chiunque si trovi in difficoltà, non esita a manipolare chi gli serve per raggiungere i suoi scopi. Per entrambi, comunque, una buona prova generale compensa parzialmente le mancanze della sceneggiatura. Cosa che non si può dire di Riccardo Scamarcio, il cui Pietro dovrebbe essere l’antagonista principale e che invece risulta impalpabile. Il Gabriele D’Annunzio di Lombardi, infine, è il vero motore della vicenda e svetta per carisma tra gli altri personaggi.

Di cosa parla la trama de Alla festa della rivoluzione?

Fiume, 1919. Gabriele D’Annunzio e i suoi hanno da poco conquistato la città, in cui hanno stabilito una dittatura illuminata. Il Vate è in procinto di promulgare una costituzione che è convinto farà da apripista e modello per tutte le altre in giro per l’Europa. A raccogliere informazioni a riguardo è stata mandata Beatrice, spia sovietica con un passato doloroso e un forte desiderio di vendetta personale. Una sera, il poeta è vittima di un attentato, che fallisce solo per il pronto intervento di Giulio, suo fedelissimo e medico durante la Prima Guerra Mondiale. L’esecutrice del mancato assassinio è la moglie dell’uomo, che credeva morta da tempo. Giulio finisce nel mirino di Pietro, capo dei servizi segreti italiani, e unirà le forze con Beatrice per scovare il reale mandante e impedire che D’Annunzio venga ucciso e che il sogno di Fiume abbia fine.

Tra le crepe di un’utopia mancata

Il titolo è emblematico: il film di Catinari descrive un’affascinante quanto decadente utopia, una festa continua tra le cui crepe si muovono i personaggi. Essi però risultano parzialmente scollati dalla narrazione: non dei reali agenti della stessa, ma delle marionette inserite nel contesto. Poco efficaci anche i ricercati dialoghi, gravati da superflui manierismi che rendono il tutto ancora più irrealistico. La rivoluzione fiumana, poi, viene raccontata più che mostrata. E come da un fiume, i personaggi si fanno trasportare, assumendo di volta in volta, durante la pellicola, il ruolo che in quel momento è necessario ai fini della trama, correndo da un lato all’altro dello schermo. La volontà di essere aderenti alla storia viene meno per favorire le finalità della pellicola stessa, che tuttavia finisce per essere confusionaria, stordita dalla sua stessa complessità e ambizione. Ne viene fuori un progetto con potenzialità, ma penalizzato da una sceneggiatura che avrebbe meritato maggiore approfondimento e coerenza interna.

Alla festa della rivoluzione non riesce a sostenere il peso della sua stessa voglia di osare. La narrazione finisce per strafare e non aiuta un gruppo di personaggi interessanti ma approfonditi troppo poco. Ottima la prova attoriale di Maurizio Lombardi nei panni di Gabriele D’Annunzio, una delle poche luci tra le molte ombre di un progetto che, come la parentesi storica che vuole raccontare, si è dimostrato non all’altezza della sua stessa ambizione.

Voto: 6-


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