Alessio Boni: "Don Chisciotte al cinema è stata una scommessa visionaria. Ho capito che avrei fatto l'attore grazie a Strehler" - Intervista
Dalla consacrazione teatrale al debutto sul grande schermo: l’attore racconta il suo rapporto con il cavaliere errante, le sfide tra personaggi storici e grandi produzioni internazionali.

L’incontro con Alessio Boni è un viaggio dentro il mestiere dell’attore, ma soprattutto dentro l’idea di teatro e di racconto che accompagna tutta la sua carriera. Dalla consacrazione internazionale con La meglio gioventù ai tanti personaggi storici interpretati tra cinema, televisione e palcoscenico — da Caravaggio a Puccini fino a Ulisse — Boni ha costruito negli anni un percorso artistico profondamente legato allo studio, all’esperienza e all’osservazione dell’umano. Oggi torna a confrontarsi con una delle figure più iconiche della letteratura mondiale, Don Chisciotte, personaggio che ha già portato a teatro e che ora arriva sul grande schermo. Con lui abbiamo parlato proprio di questo ritorno, del senso di un personaggio così radicale e visionario e, più in generale, del mestiere dell’attore e della libertà interiore che ancora oggi vale la pena difendere
Tornare a Don Chisciotte: Alessio Boni dal teatro al cinema
Lei non è nuovo a Don Chisciotte: lo ha già portato a teatro. Tornarci oggi al cinema cosa significa? È cambiato il suo modo di guardare questo personaggio?
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Entra nel canale WhatsAppAllora, portarlo al cinema potremmo dire che è stata la consacrazione. Dopo moltissime repliche in teatro, quattro anni in mezzo al lockdown – due anni fermi – il rischio è che il tutto sarebbe rimasto "soltanto" negli occhi e nelle menti di chi ha visto lo spettacolo in teatro.
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Poi è arrivata la proposta visionaria di Fabio Segatori e Paola Columba, per molti aspetti una vera scommessa. Ci vuole coraggio a portare Don Chisciotte al cinema… lo hanno affrontato tantissimi grandi, tipo Orson Welles, Terry Gilliam, e non sempre sono riusciti a portarlo a termine, ma tanti altri sì. Perché è un’impresa un po’ stramba, titanica.
Probabilmente hanno visto che quel credo che avevo in teatro, quel donchisciottismo, ormai faceva parte di me…. Ovviamente ho dovuto lavorare in modo leggermente diverso per portarlo al cinema, abbiamo lavorato sulla riduzione senza però snaturare il personaggio. All’inizio mi usciva ancora un po’ il retaggio teatrale, sai che devi portare la tua voce e la mimica fino alla quarantesima fila. Ma lo spirito donchisciottesco io ce l’avevo dentro, quindi è bastato poco per togliere e abbassare. Mi hanno detto: "Guarda, pensalo, sussurralo e parla tranquillamente". E alla fine basta. Dopo un paio di giorni è partito tutto, anzi è andato molto liscio.
Io ci ho studiato sopra, ho fatto interviste, incontri con il pubblico, ho fatto anche incontri all’università per parlare di questo personaggio, Cervantes e quant’altro, Alonso Quijano. Ed è proprio uno spirito che aleggia dentro il corpo, è proprio uno sguardo, un modo di vedere la vita. Lo senti dentro, insomma. Sì, mi è entrato dentro.
È un personaggio che, sai, se tu vedi Arrivederci amore, ciao, scritto da Massimo Carlotto, in cui faccio uno che ammazza dodici persone, non è che mi appartiene: devi entrarci, crederci, ti fa anche male. Devi allontanare la tua morale, la tua etica, entrare dentro il pensiero di un assassino.
Mentre quando entri dentro il pensiero di un donchisciottesco meraviglioso, che ha cinquant’anni nel 1600, si mette un’armatura, si trasforma… mentalmente ti fa stare bene. Tutti vorremmo un padre così, un nonno di quel tipo.
E questa è la grande metafora di questo grande romanzo, considerato il romanzo moderno per eccellenza. Nel 1600 nessun nobile si metteva a parlare con un contadino, neanche li calcolavano. Invece questo viaggio fa sì che Don Chisciotte si "sanciopanzizzi" e che Sancio Panza, che pensava solo alla concretezza, pian piano capisca che non è folle, ma che ha una ragione di vita altissima. Capisce la poeticità di questo essere umano. Questa follia è un’utopia meravigliosa.
Nella versione teatrale il suo Don Chisciotte era molto fisico, quasi visionario. Per il cinema ha lavorato più sull’interiorità o ha mantenuto quella dimensione?
L’interiorità del personaggio ovviamente al cinema viene fuori quasi automaticamente, perché ti fanno i primi piani e un solo sguardo può essere paragonato a dieci pagine di copione teatrale.
I dialoghi sono più ristretti rispetto al teatro. Però la fisicità è portata alla sua massima espressione. In teatro il cavallo era finto, spinto da un ragazzo sotto; quando cadevo a terra era una finta caduta; quando spadacciavo era una finta spadacciata con la spada di legno.
Al cinema no: vai a cavallo davvero, cadi davvero, spadacci davvero. Arrivavamo a casa e avevamo bisogno di una spa per una settimana. Dalla mattina alla sera sul cavallo, nei calanchi, nella polvere. Non c’era neanche il trucco: ci buttavamo addosso la polvere sudati come eravamo, perché rappresentava il viaggio nella sua massima espressione.
Non dovevi essere truccato, dovevi essere sporco. In quel deserto che è la metafora del mondo.
Nella sua carriera ha interpretato figure storiche molto forti, come Caravaggio, Puccini e Ulisse. Don Chisciotte dove si colloca tra questi "visionari"?
È il sunto di tutti quanti, è il sunto della meraviglia di tutti.
Puccini aveva la passione e la vocazione della musica. Caravaggio, quando non gli compravano i quadri, veniva maltrattato: in vita sua non gli hanno comprato quasi niente. Ulisse aveva una meta: tornare a Itaca.
Don Chisciotte invece lo fa per i posteri. Non lo fa per una moglie, per una famiglia o per un traguardo personale. Lo fa per lasciare un mondo migliore ai posteri.
Lei ha studiato all’Accademia Silvio D’Amico: quanto quel tipo di formazione "classica" incide oggi nel suo approccio a un personaggio come Don Chisciotte?
Non lo so quanto incide. Io dico che ho portato tutta la mia vita lì dentro: dal piastrellista alla formazione classica dell’accademia. Credo che il classico sia proprio questo: parte dalla fogna dell’essere umano e arriva alla sublime poesia. Tocca il fondo, ma può arrivare alla poetica massima dell’uomo.
Dopo tutti i personaggi interpretati, cosa cerca ancora in un ruolo per sentirsi davvero messo alla prova?
I personaggi che mi hanno offerto, fortunatamente, per la maggior parte sono stati molto complessi. Però certo, Don Chisciotte non potevo farlo che a sessant’anni. È un sapere della vita.
Il grande pubblico la associa a La meglio gioventù: oggi sente di aver chiuso quel capitolo?
Certo, è una cosa che mi ha fatto partire. Abbiamo vinto a Cannes, lì mi hanno conosciuto anche a livello internazionale. Guai a chi me lo tocca.
Ha lavorato anche in produzioni internazionali come The Tourist: cosa cambia per un attore italiano quando si confronta con quel tipo di set?
È tanta roba, un’esperienza pazzesca. C’erano 120 persone sul set, per un progetto da 200 milioni di euro, quattro bodyguard per Johnny Depp e quattro per Angelina Jolie. Giravamo una scena al giorno, tutta curata. È una passeggiata di salute quando è così.
C’è stato un momento preciso in cui ha capito che la recitazione sarebbe stata la sua vita?
Io l’ho capito quando mi ha preso Strehler. Avevo ventotto anni. Lì mi sono detto: vuoi vedere che posso fare davvero questo mestiere?
Dopo tanti ruoli storici e biografici, è più difficile interpretare un personaggio realmente esistito o uno simbolico come Don Chisciotte?
Con Don Chisciotte hai tutta la libertà per creare il personaggio. Quando invece fai Walter Chiari o Lucio Dalla hai delle reference: la mimica, la camminata, la voce. Devi rievocarlo senza imitarlo, perché se no fai l’imitazione e diventa macchiettistico.
Se potesse tornare indietro, c’è un ruolo che affronterebbe in modo diverso?
Tutti. Perché col senno di poi dici sempre: cavolo, qui potevo fare questo, lì potevo fare quell’altra cosa. Nel tempo cresciamo, cambiamo e di conseguenza la nostra sensibilità e il nostro approccio si modifica.
E Alessio Boni oggi, pensando a Don Chisciotte, per cosa combatte?
Per la libertà interiore, quella vera. Perché noi abbiamo questa spada di Damocle: devi sapere subito cosa farai, quale scuola, quale università, quale mestiere. In Occidente sei il mestiere che fai e quanto ti arricchisci con quel mestiere.
Io dico libertà interiore. Anche se tuo padre e tuo nonno erano notai, se tu ti senti di fare il vasaio non devi studiare giurisprudenza per forza. Perché altrimenti, alla fine, ti frustri.
