Alba Rohrwacher a Venezia 2026, l'abbraccio tenuto segreto e la confessione: "Sistemi perversi, mi spaventano i meccanismi del potere"

A Venezia 2026, è ancora il momento di Alba Rohrwacher: l'attrice italiana torna davanti alla macchina da presa di

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Redazione

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Di Venezia restano sempre le foto sbagliate, proprio quelle che nessuno ha scattato. Questa mattina, in un corridoio, pochi secondi prima che si accendessero i microfoni, Alba Rohrwacher e Stéphane Brizé si sono fermati uno davanti all’altra e si sono guardati negli occhi. Il tempo di riconoscersi, di misurare la distanza fra la prima idea di un film e la mattina in cui quel film non è più solo tuo ma del pubblico.

Lo ha raccontato lei, con la delicatezza che le è propria, in coda a una risposta che era partita da tutt’altro: "Abbiamo gioito del fatto che questo lavoro sia arrivato fin qui e che oggi voi lo vediate".

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La domanda riguardava il peso delle aspettative. La replica è arrivata da un’altra angolazione: la pressione, per lei, non è quella del festival ma quella del personaggio. "Riuscire a incarnarlo ha richiesto molto, ho fatto un grande lavoro", ha spiegato la protagonista di Un bon petit soldat, presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 e atteso stasera in Sala Grande.

Nel film firmato da Brizé, l’attrice interpreta Carla, dirigente delle Risorse Umane appena arrivata in una grande compagnia assicurativa francese. Deve tenere insieme il benessere dei dipendenti e i numeri richiesti dai vertici, finché non inciampa in un caso di management tossico che manda in pezzi il suo rapporto con il lavoro. Accanto a lei, Vincent Lindon.

Alba Rohrwacher e Stéphane Brizé, "un incontro benedetto"

Non è la prima volta. I due si erano già trovati in Hors-saison, uscito in Italia come Le occasioni dell’amore e passato al Lido nel 2023. "I legami seguono delle vie misteriose", ha detto Rohrwacher, "ma la nostra ricerca si muoveva su territori simili, cercava negli stessi luoghi". Quando il regista l’ha richiamata per Carla, sapeva già cosa la aspettava: "Conoscevo il suo metodo, sapevo che il lavoro sarebbe stato totalizzante. E desideravo raccontare con lui un personaggio così complesso. Questo è stato un incontro benedetto".

Da lì è nata anche la parte più politica del suo intervento. Interrogata sui meccanismi che il film mette a nudo, l’attrice non ha usato giri di parole: "Tutti i sistemi sono perversi, i meccanismi del potere mi spaventano". Ma ha aggiunto una via d’uscita: "Noi artisti siamo fortunati perché troviamo delle vie di fuga. L’arte sa prendere strade alternative, sorprendenti e intelligenti. Si può provare a trovare un’altra via a un agire che si ripete".

"Ho imparato il francese": il trasferimento a Parigi e il metodo Brizé

Il capitolo linguistico è quello che ha richiesto più tempo. "Stéphane non conosce scorciatoie", ha raccontato l’attrice. Serviva credibilità anche sul piano della lingua: non bastava imparare le battute, bisognava parlare davvero un francese all’altezza del personaggio. Così Rohrwacher si è trasferita a Parigi, dove il lavoro sulla lingua è andato di pari passo con quello sulla psiche di Carla: "Abbiamo cominciato a parlare di questo personaggio, a capire come metterla in scena".

Il ricordo del set resta sfocato, e non per caso. "È un ricordo in cui si perdono i punti di riferimento", ha ammesso. "C’è stata una grande preparazione che lui ha voluto che io avessi. Eravamo posseduti entrambi dal racconto di queste dinamiche, di questa persona, di questo essere umano. È stato un viaggio intenso".

Poi la frase che ha chiuso il cerchio, e che spiega meglio di qualsiasi sinossi cosa sia stato questo film per i suoi due autori: "Abbiamo condiviso un lavoro molto profondo e ci siamo totalmente spesi per questo".


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