Al Bano canta la pace in Russia, ma perché in Ucraina non l'hanno chiamato. Cosa manca al Leone di Cellino per essere davvero "super partes"

Al Bano torna in Russia per una serie di concerti e predica la pace da Mosca, difendendo Putin per le scelte fatte sul Donbass, ma lo fa da messaggero di pace

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

La storia si ripete. Un artista italiano, in questo caso Al Bano, compare in aeroporto con la valigia in mano, atterra a Mosca, si fa fotografare davanti alle cupole di San Basilio, rilascia una dichiarazione sulla pace universale dall’accento vagamente messianico. Poi arriva il concerto, poi cala il silenzio, poi il ciclo ricomincia da capo, con la puntualità di un meccanismo ben rodato. E ogni volta, con altrettanta puntualità, il dibattito pubblico si consuma nel solito circuito chiuso di polemiche social, dichiarazioni difensive affidate a qualche intervista e oblio rapido senza che nessuno abbia la pazienza, o più probabilmente la volontà, di sollevare lo sguardo dalla singola vicenda per osservare la struttura che la sostiene.

Al Bano, il messaggero di pace che sceglie i destinatari

Al Bano si autodefinisce "pacifista nato" e "messaggero di pace", con una disinvoltura che lascerebbe intendere una vocazione consolidata e coerente nel tempo. È una autodefinizione (legittima) che meriterebbe qualche domanda in più – e qualche risposta più precisa -, perché un messaggero di pace che porta il proprio pensiero prevalentemente nei luoghi in cui è ben pagato per farlo non corrisponde del tutto alla figura disinteressata e universale che quella parola tende a evocare.

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Il cantante di Cellino San Marco è stato a San Pietroburgo nel giugno del 2025, con Iva Zanicchi al fianco e quattrocentomila persone radunate in piazza, all’interno di un evento ribattezzato "Concerto della Pace". Poi si è spostato a Novokuznetsk, poi a Vladivostok per due serate. Una geografia molto ben costruita che disegna con una certa chiarezza il profilo di una tournée professionale, più che di una missione umanitaria improvvisata.

La giustificazione che offre è, a suo modo, rivelatrice: in Ucraina non canta, spiega, perché nessuno lo ha chiamato. Non perché abbia scelto di non andarci o perché abbia maturato una posizione pubblica in merito, ma semplicemente perché l’invito non è arrivato. È una distinzione che Al Bano presenta come prova della propria neutralità, ma che apre qualche interrogativo inevitabile. Un artista che lascia agli ingaggi il compito di orientare la propria presenza nei contesti di conflitto si trova oggettivamente in una posizione ambigua, indipendentemente dalle intenzioni. E in questo momento, l’offerta arriva principalmente da Mosca.

La logica del "dottore" e i suoi limiti

"Un cantante è come un dottore: se ti chiamano vuol dire che hanno bisogno di te." È una delle metafore più citate pronunciate da Al Bano negli ultimi anni, e vale la pena rifletterci invece di liquidarla come ingenuità, perché nella sua apparente semplicità tocca un problema reale. Un medico che opera in una zona di conflitto senza interrogarsi sulle implicazioni della propria presenza non è necessariamente un cattivo professionista ma rinuncia a una dimensione del giudizio che la situazione richiederebbe. La stessa riflessione, applicata a un artista che porta il proprio nome su un palco russo nel 2026, produce domande legittime che meritano risposte più articolate di quelle ottenute finora.

Il passaggio delle dichiarazioni storiche è probabilmente il punto più delicato dell’intera vicenda. Al Bano ha affermato che Putin "ha difeso quello che doveva difendere", che dal Donbass erano gli ucraini a sparare per primi, e che quindi "i russi hanno fatto quello che hanno fatto". È una lettura degli eventi che coincide in modo significativo con la narrativa ufficiale del Cremlino, presentata come frutto di riflessione personale. Il contesto in cui viene pronunciata -da parte di chi si è appena esibito a Mosca e vi tornerà – rende difficile leggerla come una posizione del tutto autonoma, e alimenta comprensibilmente il dibattito sulla tenuta della definizione "super partes".

L’economia che nessuno vuole nominare

L’elemento che il dibattito pubblico tende a mettere in secondo piano con una certa sistematicità è sempre il denaro. La Russia costituisce, per un profilo specifico di artisti italiani – quelli che hanno costruito la propria carriera tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta e che conservano un pubblico affezionato nell’est europeo – uno dei mercati più remunerativi disponibili. I cachet che circolano in quell’area del mondo per i nomi italiani di quella generazione non trovano facilmente paragoni in Europa occidentale, e questo è un dato strutturale del settore e non una voce di corridoio.

Pupo lo ha dimostrato in modo continuativo. Ha suonato alla Live Arena di Mosca nell’ottobre del 2025, è tornato a dicembre per le festività, e nell’aprile del 2026 stava percorrendo un itinerario tra Russia, Kazakistan e Kirghizistan. Entrambi – Al Bano e Pupo – descrivono queste scelte con il lessico della libertà artistica e del dialogo culturale. Non è di certo in malafede ma la distanza tra quella narrazione e la realtà di una scelta professionale economicamente motivata è abbastanza ampia da meritare di essere segnalata.

La zona grigia che conviene a tutti

Le sanzioni europee alla Russia coprono energia, finanza e armamenti, ma l’intrattenimento privato rimane in una zona grigia normativa che nessun governo dell’Unione Europea ha affrontato con strumenti concreti. Il risultato pratico è che un artista italiano può esibirsi a Mosca, incassare un onorario significativo e tornare a casa senza aver violato formalmente alcuna norma. È legale. È al tempo stesso oggetto di un dibattito etico legittimo.

Le due cose coesistono, e la seconda non viene meno per il fatto che esiste la prima. I paesi baltici hanno scelto di cancellare le date europee di Pupo senza avviare lunghe discussioni sulla libertà dell’arte prendendo una posizione che rispecchia una sensibilità storica comprensibilmente diversa da quella italiana. In Italia, invece, la questione tende a dissolversi senza trovare una soluzione. Vale la pena chiedersi se il vuoto normativo sia davvero solo una questione tecnica o se sia anche una mancanza di volontà politica nell’affrontarla.

Prima di salire su quel palco, sarebbe utile che ogni artista si ponesse una domanda semplice: chi, oltre al pubblico in sala, trae vantaggio dalla mia presenza qui stasera? Al Bano e Pupo hanno dato le loro risposte, ciascuno con i propri argomenti. Il silenzio che arriva dall’Italia è anch’esso una risposta, forse meno esplicita, ma non per questo meno significativa.


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