Adriano Giannini e la videochiamata che gli ha cambiato la vita: “Avevo già deciso dopo 3 secondi”. Poi i dubbi di Andrea Camilleri

L'attore e doppiatore racconta Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, tra memoria della dittatura argentina, cinema analogico e un nuovo progetto da regista.

Melania Fiata

Melania Fiata

Giornalista

Laureata in Lettere, divoratrice di libri e serie. Scrivo di spettacoli, film e TV.

Adriano Giannini si racconta in una lunga intervista a Io Donna alla vigilia della Mostra del Cinema di Venezia, dove arriva con Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis. Un incontro professionale diventato presto qualcosa di più. L’attore ripercorre così il lavoro sul film, ma anche il suo passato da operatore di cinema, la nostalgia per la pellicola e quel rapporto con un mestiere che, nel corso della sua vita, ha sempre osservato. Vediamo insieme tutti i dettagli.

Adriano Giannini e l’incontro con Marco Bechis: "Dopo tre secondi ero già innamorato"

In un’intervista a Io Donna, Adriano Giannini racconta il suo rapporto con il cinema, partendo dall’esperienza da protagonista di Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis. L’incontro con il regista è stato immediato e decisivo: "Avevo deciso che avrei fatto il film dopo tre secondi di quella videochiamata. Ero già completamente innamorato della persona che mi stava parlando." Il progetto affronta le conseguenze della dittatura argentina e il peso della memoria attraverso la storia di un uomo che torna a Buenos Aires per confrontarsi con il proprio passato. Per prepararsi al ruolo, l’attore ha seguito Bechis nei luoghi legati alla sua esperienza durante la dittatura, compresa l’ESMA, ex centro di detenzione e tortura oggi dedicato alla memoria delle vittime.

Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp

Entra nel canale WhatsApp

Dopo quella visita, Giannini ha capito che non aveva bisogno di ulteriori informazioni: "Non mostrarmi più niente, ho capito. D’ora in poi siamo io e te, mi basti tu, i tuoi ricordi". Il film lo ha portato a riflettere soprattutto sulla cosiddetta "zona grigia" e sul rapporto tra vittima, colpa e responsabilità. Per affrontare un personaggio così complesso, però, non ha scelto il metodo dell’immedesimazione totale: "Non sono un attore del metodo" e, una volta terminato il ciak, riusciva a lasciare il personaggio.

Adriano Giannini e il cinema del passato

L’intervista diventa poi un’occasione per ricordare il cinema del passato, che Giannini ha conosciuto anche grazie agli anni trascorsi come operatore. Parlando della celebre affermazione del padre Giancarlo, secondo cui "Il cinema è finito da vent’anni, ora si copia", l’attore osserva ironicamente che, seguendo questa logica, "il cinema forse è finito quaranta o cinquant’anni fa. Il cinema dei grandi, di Wertmüller, Fellini, Scola, che erano giganti, stava già finendo. Era inevitabile, ma è un peccato che sia finito quel divertimento. Erano tutti concentrati a produrre quella cosa che sarebbe stata proiettata su schermi enormi, che sarebbe stata più grande della realtà. C’era un lavoro condiviso per ottenere quella grandezza. Ora lo schermo gigante sta in soggiorno."

Giancarlo Giannini, il desiderio di diventare regista

Infine, Giannini parla del desiderio di dedicarsi alla regia: "Lo dico da tanto, ma serve molta tenacia per portare avanti un’idea e io, poi, ho lavorato molto, non avevo tempo. Ma finalmente c’è un progetto più concreto che spero vada in porto, bisogna trovare i soldi, ma almeno è un’idea compiuta." Ha già realizzato due cortometraggi e sta lavorando a un progetto più ambizioso, anche se deve ancora trovare i finanziamenti. Tra le esperienze che ricorda con maggiore affetto c’è quella legata a Il gioco della mosca, tratto da una novella di Andrea Camilleri. Lo scrittore, inizialmente dubbioso sulla possibilità di trasformare un testo così breve in un film, gli concesse comunque gratuitamente i diritti.


Potrebbe interessarti anche