Achille Lauro duetta con Geolier, freniamo l'entusiasmo: perché 'Per noi' non deve per forza essere qualcosa di buono
Geolier e Achille Lauro si incontrano in 'Per noi'. Due identità fortissime che si danno appuntamento esattamente nel punto in cui nessuna delle due serve più

Il 3 luglio 1973, sul palco dell’Hammersmith Odeon di Londra, David Bowie annunciò al pubblico che quello era l’ultimo concerto che avrebbero mai fatto. Non stava lasciando la musica ma uccidendo Ziggy Stardust, cioè l’unica cosa che in quel momento gli stesse fruttando qualcosa. La band lo scoprì quella sera, insieme a tutti gli altri.
Cinquant’anni dopo, in Italia, non si uccide più niente. Quando due artisti arrivano in cima non si fanno male ma si abbracciano. E quel momento viene filmato, montato, annunciato il lunedì e pubblicato il venerdì.
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Cos’è Per noi, la prima collaborazione tra Geolier e Achille Lauro
Per noi è uscita l’11 settembre. Geolier featuring Achille Lauro, Atlantic/Warner, tre minuti e cinquanta di ballata al pianoforte. Era cominciata dal vivo, all’Olimpico, con Lauro ospite di Geolier su Fotografia davanti a sessantamila persone che cantavano. Da lì allo studio il passo era breve, e infatti è stato breve. Tutti hanno scritto la stessa frase: due mondi che finalmente si incontrano. Io propongo una lettura meno festosa: due mondi che si incontrano quando non hanno più niente da perdere l’uno con l’altro.
Ma è il particolare, nel racconto di come è nata la canzone, che vale tutto il resto. Il produttore, Vincenzo "Sottomarino" Marino, ha spiegato a Fanpage di aver avuto l’idea ascoltando in loop un cantautore indie inglese – bel ritornello, aperto, con quel pianoforte – e ha aggiunto una precisazione tecnica: l’armonia si sviluppa su una progressione costruita sul sesto grado, e "Potevo ottenere quello stesso risultato anche con l’italiano".
È una frase onesta e in nessun modo colpevole. È anche, letta di traverso, lo specchio di un intero settore. Non stiamo parlando di un’esigenza espressiva che cerca una forma ma di una forma che risulta compatibile. Italianizzabile. Il verbo non appartiene al vocabolario della composizione ma a quello della localizzazione di un prodotto.
Perché il sodalizio tra Geolier e Achille Lauro non è per forza una buona notizia
Le collaborazioni non sono addizioni. Sono medie. E la media tra due artisti si calcola sempre nel punto in cui si somigliano, mai in quello in cui divergono. Qui il punto di somiglianza è la ballata sentimentale. Cioè esattamente il territorio dove né Geolier né Lauro sono insostituibili.
Guardiamo Lauro. Per cinque anni ha fatto del suo essere il proprio strumento: Rolls Royce, Me ne frego, Bam Bam Twist, un quadro rinascimentale all’anno sul palco dell’Ariston e mezza Italia che si indignava a comando. Si poteva discutere se dietro il costume la musica cambiasse davvero – Bowie cambiava anche gli accordi, Lauro spesso cambiava solo la cornice – ma la curiosità c’era, ed era il suo mestiere. Poi è arrivata la fase adulta: Amore disperato, Incoscienti giovani, amoR, Comuni mortali, mezzo milione di biglietti, gli stadi. E la riedizione del disco un anno dopo, Comuni immortali, che è la forma più pura della prudenza: lo stesso album con tre canzoni in più. L’uomo che scandalizzava Sanremo oggi apre le ATP Finals. Non è un tradimento, è una carriera. Ma chi era diventato grande grazie a quella curiosità ora ha smesso di produrne.
Geolier, il napoletano e la forza di non farsi tradurre
Guardiamo Geolier. La sua forza non è mai stata la melodia napoletana, che in Italia è un genere consolidato da un secolo. È stata l’intraducibilità. Il napoletano di Secondigliano usato come materiale sonoro e non come folclore, una lingua che non veniva offerta al resto del Paese ma sbattuta sul tavolo. Sanremo 2024 è stato l’apice esatto di questo: un intero Paese che litigava furiosamente per una canzone che in larga parte non capiva alla lettera. Quella era la frizione. Oggi Geolier ha Canzone d’amore inchiodata al primo posto su Spotify da giugno, centouno dischi di platino, sei notti al Maradona nel 2027. Il muro ha funzionato così bene che adesso ci hanno aperto una porta.
E infatti succede la cosa prevedibile: in Per noi Lauro canta in napoletano. Per la prima volta. Qui si misura la differenza tra incontrare una lingua e indossarla. Napoli, per il resto d’Italia, è da sempre un costume disponibile: ci si entra, si prende il calore, l’ombra, la nostalgia, e si esce puliti. Pino Daniele non andava incontro a nessuno, si portava il blues e il jazz dentro il proprio napoletano, e chi voleva capire si spostava lui. Liberato, che è l’operazione opposta alla logica del feat, ha costruito il fenomeno napoletano più influente degli ultimi dieci anni sottraendo tutto, persino la faccia.
Come si riconosce una collaborazione riuscita
Esiste il sodalizio che funziona, sia chiaro, e non è un’utopia da critici. Colapesce e Dimartino, insieme, hanno prodotto una terza voce che nessuno dei due possedeva da solo: da lì è uscito un oggetto nuovo, non la somma pesata di due cataloghi. Il criterio è tutto qui. Una collaborazione è buona quando produce un terzo artista. È inerte quando produce solo qualcosa da annunciare.
Facciamo una concessione, e pure volentieri: Per noi è scritta bene. La penna è quella di Davide Petrella, tra le più dotate che abbiamo, e i sessantamila del Maradona la canteranno con il telefono acceso e avranno ragione loro, non certo noi. Ma la domanda non è mai funziona?. È quanto costa?. E il prezzo, in un sistema in cui il vero capitale non sono i soldi ma il rischio residuo di un artista, è che nessuno dei due ne abbia speso un grammo. Il featuring, oggi, è uno strumento assicurativo. Due firme sullo stesso prestito. Se il pezzo va male, la colpa è diluita; se va bene, il merito si raddoppia. È una struttura bellissima e perfettamente progettata per non generare mai niente di scomodo.
Il rischio è questo: che tra dieci anni di questa stagione resti un unico, levigatissimo italpop centrale, in cui tutti hanno cantato con tutti e nessuno ha detto una cosa che gli altri non avrebbero potuto dire. Un decennio senza spigoli è un decennio senza memoria.
Provate il solito esperimento. Togliete Per noi dal catalogo, come Bowie tolse Ziggy dal palco. Cosa manca? Se la risposta è niente, il problema non è la canzone.
E allora: se i due artisti più forti d’Italia si sono messi d’accordo, chi è rimasto a litigare con la musica?
