Ovunque tu sia, Netflix ci ha ingannato ancora: perché continuiamo a cascare nel solito tranello anche se sappiamo benissimo come finirà

Spunta una foto del figlio morto: Ovunque tu sia è il nuovo thriller Netflix di Harlan Coben. Scopri perché la serie con Sam Worthington è da record

Andrea Aurora

Andrea Aurora

SEO Specialist & Copywriter

SEO Specialist appassionato di cinema, tecnologia, collezionismo e cultura Pop. Amo unire analisi e creatività per raccontare storie digitali uniche.

La mente è un posto incredibile, pieno di cassetti che si aprono a più livelli e che portano a coscienza le cose più incredibili ma anche le più anguste. Tra questi c’è un pensiero che, se hai perso qualcuno che amavi in modo improvviso o senza un vero addio, ti sarà passato per la testa almeno una volta, magari alle tre di notte, magari mentre facevi tutt’altro. Un pensiero che non confessi a nessuno perché sai già che è irrazionale: e se non fosse vero? E se ci fosse stato un errore? Oggi vi raccontiamo la storia di Harlan Coben, che ha costruito un intero impero editoriale – e adesso, con Netflix, un impero seriale – su questo singolo pensiero proibito. Ovunque tu sia, la nuova miniserie con Sam Worthington, arrivata il 18 giugno in streaming sulla piattaforma, ne è probabilmente l’espressione più diretta e più spudorata di sempre.

Accesa la nostra smart TV ci troviamo di fronte a un padre in carcere a vita, è stato accusato e poi giudicato colpevole per l’omicidio del figlio. Però – c’è un però – stiamo parlando di un delitto che lui giura di non aver commesso. Il primo bivio appare quando spunta fuori dal cilindro una fotografia recente in cui quel figlio, morto da anni, compare vivo e cresciuto. Scorrono così gli otto episodi – uno dopo l’altro come fossero ciliegie appena raccolte dall’albero migliore – e la domanda che ti sei fatto tu, in quella notte insonne anni fa, capisci come sia diventanta lo schema portante di uno dei prodotti più visti del momento.

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Squadra che vince non si cambia, Ovunque tu sia

Per chi non conoscesse Coben, non è la prima volta gioca a questo gioco. Safe, The Stranger, Fuga, Un inganno di troppo: prendi una famiglia apparentemente normale, un lutto o un trauma sepolto da anni, e lancia un piccolo dettaglio come se fosse un sasso in uno stagno. Il meccanismo d’innesco è infatti spesso un’ipotetica banalità: una foto, un messaggio, un oggetto fuori posto all’interno della credenza della nonna tanto amata. È una ricetta talmente perfetta a tal punto che Netflix, dopo Ovunque tu sia, ha già in lavorazione un menù degustazione composto da quattordici ulteriori adattamenti di opere firmate dallo stesso autore. Quattordici. Non è più un rapporto tra una piattaforma e uno scrittore di talento: è una catena di montaggio, con lo stampo già pronto e il pezzo che cambia solo di colore.

Lungi da me voler insinuare che tutto ciò sia lo sfruttamento industriale di un’emozione, il punto non è che Coben stia vendendo fumo. Il punto è che ha trovato la fantasia più irresistibile che un essere umano possa avere sul lutto, e l’ha impacchettata così bene che ci caschiamo tutti, me compreso, senza nemmeno accorgercene.

Una partenza in stile Prison Break, ma senza tatuaggi

David Burroughs, il personaggio interpretato da Sam Worthington, evade di prigione per inseguire quella foto. Prendete le prime immagini di Prison Break, dategli una rimescolata e il risultato sono le prime sequenze di Ovunque tu sia. Se ci fermassimo a leggere la didascalia che Netflix propone ai suoi abbonati, saremmo davanti a un classico thriller d’azione. Tuttavia, un’analisi più attenta e profonda avvicina l’idea di essere di fronte al ritratto perfetto della negazione: quella fase del lutto che di solito passa in fretta, che dura una settimana, un mese al massimo, prima che la realtà bussi alla porta e ti costringa ad accettarla.

David ci resta dentro per anni, e la serie ce lo mostra come un eroe, non come un uomo malato di dolore. Purtroppo però, nella vita vera e nella maggior parte dei casi, chi si aggrappa per anni all’idea che il proprio figlio morto sia in realtà vivo da qualche parte di solito non trova una prova fotografica a confermarglielo. Trova solo altro dolore, magari una diagnosi, magari l’allontanamento delle persone che gli vogliono bene e non sanno più come aiutarlo. Coben prende questa fragilità che tutti conosciamo, chi più chi meno, e la trasforma in trionfo. E lo fa così bene che, guardando la serie, per otto episodi ti dimentichi completamente che nella stragrande maggioranza dei casi le cose non vanno così. Gli otto episodi scorrono alla velocità della luce e puntata dopo puntata alimentano la nostra fame di risposte.

Perché ci caschiamo lo stesso, io per primo

Lo sapevo benissimo, guardando la serie, che si trattava di un meccanismo, di un ingranaggio ben oliato pensato per tenermi incollato allo schermo. Eppure quando David guarda quella fotografia con le mani che tremano, un pezzo di me ha smesso di respirare insieme a lui. Non serve avere figli per sentirlo: basta aver avuto paura, almeno una volta, di perdere qualcuno. È lo stesso nervo scoperto che tocca Prisoners di Denis Villeneuve, con un Hugh Jackman pronto a tutto pur di ritrovare la figlia rapita, o Gone Baby Gone di Ben Affleck, dove la ricerca di una bambina scomparsa diventa un dilemma che ti resta dentro la scatola cranica ben oltre i titoli di coda.

Coben ci porta dentro un loop dove l’amore può riportare indietro chi hai perso, se solo non smetti di cercare. È purtroppo è una bugia bellissima, di quelle che raccontiamo a noi stessi per sopravvivere, ma resta pur sempre una bugia.

Sam Worthington evade anche da Pandora

Va detto anche altro, però, perché la serie non vive di solo su binari psicologici: funziona anche perché Sam Worthington, fermo da anni nell’immaginario collettivo dentro la tuta blu di Avatar, qui si riprende la scena con un personaggio finalmente sfibrato, umano, lontano dall’eroe indistruttibile. Al suo fianco, Britt Lower – la Helly di Scissione – dà spessore a Rachel, l’ex cognata trascinata nella caccia alla verità, mentre Milo Ventimiglia, il Jess di Una mamma per amica che ha fatto sospirare mezza generazione, gioca la carta dell’ex fidanzato milionario con diversi assi ancora nella manica.

Detto ciò, otto episodi tutti disponibili dal debutto, pensati apposta per passare una notte intera davanti alla TV. Ovunque tu sia funziona, e funziona dannatamente bene, proprio perché mette il dito nella piaga più profonda che esista: la paura di perdere chi amiamo e il sogno proibito che quella perdita possa essere annullata. Guardatela pure, ve la consiglio senza remore.


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